E se tornassimo all’Architettura? La sostenibilità quando ancora non la chiamavamo così

Santorini Grecia

Santorini, Grecia, brilla oltre che per bellezza anche per le sue strategie bioclimatiche per difendersi dal caldo, valide oggi come due millenni fa (effetto albedo, muri massivi, orientamento solare, porticati…).

La più vivida conferma di quanto antiche siano le origini dei principi che oggi chiamiamo “sostenibili” proviene dalle parole cristalline di un famoso commediografo di “qualche” tempo fa:

“Solo i primitivi e i barbari non conoscono le tecniche per orientare gli edifici in modo da catturare il sole d’inverno.” (Eschilo – V sec. a.C.)

– Può esistere l’Architettura insostenibile?

Le parole di Eschilo sembrano scritte ieri, eppure hanno duemilacinquecento anni. Oggi più che mai, per chi fa (o vorrebbe fare) della sostenibilità la propria eccellenza, è estremamente opportuno fermarsi un momento a riflettere sulle ragioni per le quali adesso, per la prima volta dopo millenni, si sia reso necessario il ricorso a termini extra da aggiungere alla parola architettura al fine di evidenziarne i caratteri di ecologicità. Evidentemente, siamo diventati ciò che Eschilo considerava primitivo e barbaro, ovvero una civiltà che è riuscita a dimenticare quello che per gli antichi era l’assoluta normalità, dando noi oggi il carattere di eccezione a ciò che dovrebbe essere la regola, e che per millenni lo è stata.

Ciò ha del paradossale: parlare di architettura sostenibile ha senso esattamente quanto parlare di ingegneria funzionale, di filosofia intellettuale o di astronomia spaziale.

Viene da sorridere, ovviamente, davanti all’evidenza disarmante di tali pleonasmi: come mai potrebbe essere chiamata Architettura qualcosa di insostenibile, che anziché arricchire l’uomo lo impoverisce e lo depreda, facendo strame degli equilibri naturali e quindi della sua stessa salute? Se oggi (ci) siamo costretti all’uso di prefissi e aggettivi è perché per molti (troppi) anni siamo stati abituati a considerare architettura ciò che non andava oltre una mediocre (neppure buona) edilizia; con buona pace di molta critica contemporanea spesso troppo occupata a dibattere su quanti postmoderni danzano sulla punta di uno spillo, per accorgersi di avere davanti una catapecchia disegnata male e costruita peggio.

Architettura sostenibile

Per molto tempo tanti architetti hanno riso delle architetture della tradizione, così fortemente legate agli archetipi, al genius loci e ai materiali poveri, così poco “macchine per abitare”…Ma quando sentiamo la parola “casa” è sempre qui che il nostro cuore finisce.

– Uno sguardo alla storia

Sino agli inizi del XIX secolo si può difatti ritenere che l’architettura, tanto nei suoi aspetti tecnologici quanto in quelli morfologici e tipologici, sia stata condizionata – e in misura determinante – dalle specificità climatiche e ambientali dei luoghi in cui essa si realizzava. Successivamente la convinzione secondo la quale gli edifici potessero essere costruiti indistintamente con identiche caratteristiche per qualsiasi condizione climatica si è cominciata a imporre con rapido consenso, assegnando alla sola componente impiantistica il dispendioso compito di realizzare le condizioni di benessere all’interno degli ambienti. In effetti era la soluzione più facile in un mondo in rapida crescita dove l’approvvigionamento di energia era tutto sommato un problema trascurabile.

Quanto però fosse poco lungimirante dimenticarsi della Storia ci ha pensato la crisi energetica degli anni settanta a evidenziarlo, innescando un lento ma generale ripensamento circa la necessità di correlare i caratteri morfologici e tecnologici degli edifici con le specificità climatiche del sito. Un assunto che oggi si declina nella quotidiana ricerca volta a massimizzare le prestazioni energetiche degli involucri edilizi e ad alimentare i fabbisogni energetici residui tramite risorse rinnovabili.

Islanda Turf House

Islanda, le tradizionali e meravigliose Turf House. Calde e asciutte anche nel freddo e umido inverno del Nord. Mentre in Paesi come Norvegia, Scozia, Irlanda e Groenlandia sono considerate abitazioni ad uso esclusivo dei ceti bassi, in Islanda sono diffuse a prescindere dalla classe sociale; impiegate talora anche come luoghi di culto.

– Architettura cercasi

L’architettura “con i prefissi” (o con i suffissi, a seconda) cerca dunque di ambire allo scopo più alto e al tempo stesso più antico dell’arte del costruire. Eppure come si è visto, lo studio delle soluzioni tipologiche e costruttive volte al conseguimento del massimo comfort abitativo mediante l’impiego minimo di risorse è stato chiamato per più di venti secoli semplicemente “Architettura”. Ma a quanto pare viviamo in un’epoca in cui se ti dimentichi di specificare che il fuoco è caldo qualcuno rischia di ustionarsi (e qui Darwin ci deve delle spiegazioni).

Laddove l’Architettura non smentisce se stessa e la sua vocazione di “scienza adornata di molte cognizioni” (come ci ricorda Vitruvio), operare distinguo fra sostenibile e insostenibile diventa futile: la Natura non conosce processi insostenibili, inutili o inefficienti. Persino le zanzare, mi hanno spiegato, pare siano utili (e qui Iddio, if any, ci deve anche lui delle spiegazioni).

(Tutto superfluo quindi? E allora il nome di questo sito? Toccherà cambiarlo? Dicci che fare!)

Calma ragazzi, calma. Oggi questi termini sono ancora necessari. E lo saranno per un bel po’. Occorre solo ricordare a cosa servono davvero: bio-eco ecc. ci servono oggi per costruire il giorno nel quale essi stessi non saranno più necessari. Solo allora l’architettura bio-eco-ecc. avrà davvero conseguito il suo obiettivo.

Alberto Grieco

architetturaecosostenibile.it

E se tornassimo all’Architettura? La sostenibilità quando ancora non la chiamavamo così ultima modifica: 2015-10-28T07:31:29+00:00 da prixi
About the Author
prixi