Centro Italiano Studi SETI – SETI, NAZIONI UNITE E CRISIS MANAGEMENT

Gli aspetti della problematica SETI piu' frequentemente considerati nella letteratura e nei convegni, sono classicamente due:

a) L'aspetto scientifico-tecnologico: la ricerca di eventuali segnali intelligenti provenienti da civilta' aliene, e l'invio di segnali terrestri verso lo spazio esterno, entrambi appannaggio quasi esclusivo delle tecnologie di signal processing, con l'inevitabile indotto di problematiche cosmologiche e il relativo supporto di teorie e modelli formali

b) L'aspetto che potremmo chiamare escatologico: le speculazioni sul possibile significato ontologico di eventuali civilta' aliene, e sulle relative implicazioni etico-filosofiche per quanto attiene all' interpretazione “classico – teologica” della condizione umana.

Negli ultimi anni tuttavia, molti ricercatori dell'ambito SETI hanno voluto analizzare i possibili scenari che potrebbero concretizzarsi nel caso che l'incessante ricerca di un segnale intelligente alieno, avesse un giorno esito conclamatamente positivo. Qualora tale eventualita' si verificasse, assumerebbe un rilievo senza precedenti, e porterebbe a prendere in considerazione un terzo aspetto dell’ambito SETI: l’aspetto “politico”.

Una volta infatti che la comunita' delle organizzazioni astronomiche e astrofisiche internazionali avesse convalidato come reale e attendibile l'avvenuta “detection”, l'imperativo del momento sarebbe il decidere immediatamente chi e come dovrebbe gestire l'evento.

Le scelte concernenti le modalita' di diffusione della notizia, le interpretazioni del fatto, e le imprevedibili conseguenze allo stesso (prese di posizione ufficiali in merito, eventuale risposta terrestre al segnale alieno, eventuali “contromisure” terrestri a possibili minacce reali o possibili dallo spazio esterno, ecc.) interesserebbero ovviamente l'umanita' intera intesa come entita' unica.

Il rilevamento di un segnale intelligente alieno sarebbe infatti un fenomeno senza precedenti che porrebbe per la prima volta il genere umano in una condizione di omogenea e paritaria uguaglianza di fronte all'ignoto: qualunque follow-up a tale evento andrebbe quindi programmato e gestito in nome dell'umanita' intera.

Ora l'organizzazione terrestre che piu' di ogni altra rappresenta le istanze politiche, giuridiche, socioeconomiche ed etiche dell'umanita', sono le Nazioni Unite. Sarebbe quindi logico e plausibile che, in caso di detection, fossero le Nazioni Unite, od un organismo deputato in seno ad esse, a gestire, in nome e per conto dell'umanita', le inimmaginabili conseguenze a tale evento, almeno per quanto concerne i primari aspetti politico-istituzionali.

ANTERIORITA' ISTITUZIONALI

TRA SETI E NAZIONI UNITE

Due sono quelle che potremmo definire le principali “anteriorita' istituzionali”, costituenti una preesistente relazione tra la ricerca SETI e le Nazioni Unite.

1) Nel 1958, pochi mesi dopo il lancio dello Sputnik, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di promuovere la costituzione di un Comitato specifico finalizzato alla studio di alcune istanze quali:

a) attivita' e risorse delle Nazioni Unite in merito all'uso pacifico dello spazio esterno

b) cooperazione internazionale e programmi in merito a tale uso, da intraprendersi sotto gli
auspici delle Nazioni Unite

c) eventuali problemi legali relativi all'esplorazione dello spazio esterno.

Nel 1959 l'Assemblea Generale con la risoluzione 1472 (XIV) trasformò il Comitato come corpo permanente delle Nazioni Unite con la denominazione formale di Committee of the Peaceful Uses of the Outer Space (COPUOS). Nel 1961, con la risoluzione 1721 (XVI), l'Assemblea Generale, in cooperazione con il Segretario Generale e con l'ausilio delle funzioni e risorse del Segretariato, richiese al COPUOS di:

a) mantenere stretti contatti con le Organizzazioni governative e non governative interessate ai problemi concernenti lo spazio esterno

b) favorire l'interscambio delle informazioni relative

c) elaborare misure finalizzate alla promozione della cooperazione internazionale in merito alle attivita' concernenti lo spazio esterno.

Con tale risoluzione si richiedeva inoltre al Segretario Generale di mantenere un Pubblico Registro dei lanci, ottenuto dalle informazioni fornite dagli Stati che avrebbero inviato oggetti in orbita terrestre o al di fuori di essa.

Nel 1959 il Comitato aveva 24 membri; da allora il loro numero e' giunto a comprenderne 65, il che fa del COPUOS uno dei maggiori Comitati delle UN. Oltre agli Stati sovrani, diverse organizzazioni internazionali intergovernative e non governative godono dello status di osservatori in seno al COPUOS e ai suoi sottocomitati.

2) Il 10 ottobre del 1967, in seguito ad un agreement raggiunto dall'Assemblea Generale con la risoluzione 2222 (XXI) del 1966, entrava in vigore il “Treaty on Principles Governing the Activities of States in the Exploration and Use of Outer Space, Including the Moon and Other Celestial Bodies”. Basato in gran parte su una precedente “Declaration of Legal Principles Governing the Activities of States in the Exploration and Use of Outer Space” adottata dall'Assemblea Generale con la risoluzione 1962 (XVIII) del 1963, tale Trattato pone i fondamenti epistemologici del diritto spaziale internazionale, col sancire alcuni principi basilari, tra cui:

a) l'inappropriabilita' dello spazio esterno da parte di qualsivoglia nazione

b) il suo uso a fini esclusivamente pacifici

c) e la sua esplorazione e uso in nome e a vantaggio di tutta l'umanita'.

Ad oggi 98 stati hanno ratificato l'Outer Space Treaty ed altri 27 l'hanno siglato in attesa di ratifica. Alcuni articoli del Trattato fanno esplicito riferimento alle Nazioni Unite.

L'articolo III, per esempio, sancisce che l'esplorazione e l'uso dello spazio esterno dovranno essere effettuati dagli Stati firmatari nel rispetto delle leggi internazionali e di quanto stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite.

L'articolo V sancisce l'obbligo per ogni Stato firmatario di informare immediatamente gli altri Stati firmatari o il Segretario Generale delle Nazioni Unite, circa qualunque fenomeno rilevato nello spazio esterno che possa costituire una minaccia per la vita o salute degli astronauti.

In particolare l'art. XI dell'Outer Space Treaty sancisce che il Segretario Generale delle Nazioni Unite, cosi' come l’opinione pubblica e la Comunita' Scientifica Internazionale, debbano essere informati “to the greatest extent feasible and practicable” in merito alla natura, tipologia, localizzazione e risultati delle attivita' di esplorazione pacifica dello spazio esterno.

Nel capoverso successivo dell'art. XI si specifica inoltre che il Segretario Generale, una volta ricevute tali informazioni, dovrebbe essere preparato a disseminarle immediatamente e “effectively”.

L'EVOLUZIONE DELLA RELAZIONE

TRA SETI E NAZIONI UNITE

I prodromi della ricerca SETI possono essere fatti risalire al 1959, quando Cocconi e Morrison fecero osservare alla comunita' astronomica internazionale che un segnale alieno si sarebbe dovuto cercare intorno alla lunghezza d'onda dell'idrogeno (una lunghezza d'onda base dell'Universo, stante la diffusione di tale elemento), che tra l'altro “apre” la ben nota “free space microwave window” tra le frequenze di 1 e 60 Gigahertz, una banda dello spettro elettromagnetico particolarmente “quieta”.

Alle ricerche indipendenti del radioastronomo Frank Drake nel 1960, fecero seguito decine di altri tentativi infruttuosi. Fin dagli inizi apparve chiaramente ai ricercatori che le possibili modalita' della ricerca SETI erano due: passiva o attiva.

Nel primo caso si cerca di rilevare un messaggio intelligente proveniente dallo spazio esterno, tramite l'analisi e il processing dei segnali captati dai radiotelescopi; nel secondo caso si inviano dalla Terra segnali intelligenti le cui caratteristiche non possano lasciare dubbi sulla natura “artificiale” del messaggio in una eventuale civilta' aliena che li capta e decodifica.

Attorno alla meta' degli anni '80, il Comitato SETI dell'International Academy of Astronautics, inizio' una serie di analisi in merito a cio' che si sarebbe dovuto fare in seguito ad una reale ed oggettiva detection di un segnale intelligente alieno da parte della Terra.

I contenuti di tali analisi furono riassunti in una serie di articoli che apparvero in un numero speciale di Acta Astronautica, con il titolo di “SETI Post Detection Protocol”.

Da tali ricerche scaturi' inoltre l'elaborazione di un documento dal titolo formale di “Declaration of Principles Concerning Activities Following the Detection of Extraterrestrial Intelligence”.

Nel punto 8 della citata Declaration si accenna alla problematica relativa alla possibilita' di inviare una risposta terrestre al messaggio extraterrestre intelligente rilevato dalla Terra.

Tale possibilita' e' logicamente inclusa nel range dei provvedimenti che si dovrebbero eventualmente adottare in seguito ad un'avvenuta detection.

La questione in oggetto venne per la prima volta ufficialmente considerata da Goodman e Ney a meta' degli anni '80, i quali suggerirono la costituzione di accordi internazionali in merito.

Successivamente Goldsmith propose che l'International Astronautical Federation e l'International Astronomical Union creassero un Comitato mirato a concretizzare un consenso internazionale in merito ad una “risposta dalla Terra”.

Piu' recentemente Michael Michaud, presidente di uno speciale sottocomitato del SETI Committee dell'International Academy of Astronautics, ha elaborato un documento-proposta finalizzato a promuovere consultazioni internazionali in merito a prossimi progetti mirati ad inviare dalla Terra segnali elettromagnetici destinati ad eventuali civilta' aliene. Tale documento e' stato approvato dal Board of Trustees dell'Academy, che ha anzi deciso di farne un formale Position Paper dell'Academy stessa.

E' stato inoltre approvato dal Board of Directors dell'International Institute of Space Law. Entrambe le istituzioni opinano che la problematica focalizzata da tale documento sia di rilevanza tale da meritare la considerazione di esso da parte di diverse nazioni, con relativa richiesta che quest'ultime prendano in esame la possibilita' di sottoporre il documento al COPUOS.

Il 22 marzo 1996 John Billingham, allora chairman del SETI Committee dell'International Academy of Astronautics, pubblicava tale documento con il titolo di “The Post-Detection SETI Protocol”. In esso si riportano, tra l'altro, i contenuti di due specifiche Declaration.

Quelli della prima, precedentemente citata, dal titolo “Declaration of Principles Concerning Activities Following the Detection of Extraterrestrial Intelligence “, sono riportati sotto la dizione di “Annexe I”, si riferiscono specificatamente al problema della gestione dell'evento “detection”, e constano complessivamente di una premessa e 9 punti. In due passi di tale Declaration si fa esplicito riferimento alle Nazioni Unite:

a) nella premessa, dove ci si richiama al gia' citato art. XI dell'Outer Space Treaty

b) nel punto 3, laddove si prescrive che, una volta accertato che la sorgente del messaggio non puo' che essere un ente intelligente alieno, l'autore della detection e' tenuto ad informare il Segretario Generale delle Nazioni Unite, in virtu' di quanto sancito dall'art. XI del Trattato.

Per quanto attiene alla seconda Declaration, essa e' riportata nel documento di Billingham sotto la dizione di Annexe II, con il titolo formale di “Draft Declaration of Principles Concerning the Sending of Communications to Extraterrestrial Intelligence”, e, nei dieci punti in cui si articola concerne il problema dell'invio di segnali terrestri a civilta' aliene. In 3 punti di tale “Draft Declaration” si accenna specificatamente ai rapporti SETI e Nazioni Unite e precisamente:

a) Nel punto II di essa si afferma che le consultazioni internazionali in merito all'invio di segnali terrestri, dovrebbero aver luogo nell'ambito del COPUOS, e di altre organizzazioni governative e non governative

b) Nel punto III si afferma che, in base alle raccomandazioni del COPUOS e di altri organismi governativi e non governativi, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovrebbe prendere in considerazione di decidere in merito al problema di inviare o meno messaggi terrestri a civilta' aliene, e in merito al loro eventuale contenuto

c) Nel punto IX infine si sostiene che, nel deliberare su tali problematiche, gli Stati firmatari
della Declaration in oggettto e i deputati organismi delle Nazioni Unite, dovrebbero basarsi sll'esperienza e sulle conoscenze di scienziati e analisti dotati di “relevant knowledge”

SETI E CRISIS MANAGEMENT

L’ASPETTO COMUNICAZIONALE

Con Crisis Management si intende l’insieme di metodologie, strumenti, reti e risorse umane in grado di approcciare e gestire una situazione di emergenza pianificata o non.

Due sono i principali contesti di attività nel settore SETI e Crisis Management:

a) quello comunicazionale

b) quello effettivo.

L’ambito comunicazionale è mirato sostanzialmente verso il mondo esterno alla crisi: ai media e al grande pubblico.

La possibilità di comunicare in modo semplice ed efficace cosa è successo, cosa si sta facendo e cosa probabilmente avverrà, alla pubblica opinione in una situazione di emergenza è assolutamente strategico per evitare che le masse interagiscano in modo sbagliato con il problema, e acuiscono, con le loro interpretazioni, preoccupazioni e comportamenti, le difficoltà conseguenti allo scoppio di una emergenza.

Un interessante approccio all’aspetto del SETI Crisis Management a livello comunicazionale è stato approntato da Carol Oliver del SETI Australia Center (SAC).

Lo studio citato approccia il problema da un punto di vista multidisciplinare e analizza e sviluppa alcuni interessanti concetti:

1 – La definizione di Crisis Management e conseguentemente:
– Aspettarsi l’inaspettabile e imparare a sopravvivere
– Identificare le possibili crisi prima che si verifichino e imparare a gestirle prima, durante e dopo le emergenze
– Identificare l’audience al quale ci si vuole rivolgere
– Gestire in modo ottimale le “prime 24 ore” che sono il momento cruciale di una crisi
– Essere preparati a gestire emergenze

2 – Le 4 principali tipologie di crisi:
– Exploding crisis, quando qualcosa diventa di colpo anormale, ad esempio un incidente improvviso
– Immediate crisis, si verifica una emergenza pianificata e sia arriva in qualche modo preparati, ad esempio un problema ambientale
– Building crisis, attivare comportamenti per arrivare a un problema d esempio un negoziato commerciale
– Continuing crisis, un problema di carattere cronico e continuativo, la cui soluzione è complessa

3 – Il Boundary Spanning
– Raccogliere e organizzare le informazioni strategiche
– Controllare efficacemente la disseminazione delle informazioni attraverso una struttura dedicata
– Proteggere il personale della organizzazione da chi vuole influenzare le decisioni
– Rappresentare la organizzazione verso il mondo esterno
– Gestire con un approccio organico la raccolta, la elaborazione, la diffusione e l’immagine dell’organizzazione

4 – L’identificazione del segnale alieno
– L’identificazione del segnale di natura extraterrestre non rappresenta, secondo gli analisti el SAC, di per se una crisi. La crisi si manifesta e si espande nel momento che non si comunica all’opinione pubblica questo fatto in modo assolutamente ottimale. E come già ccennato, sempre secondo il SAC le attività svolte nelle prime 24 sono strategiche.

5 – Il Crisis Plan
– Identificare il team per la gestione della crisi
– Identificare il portavoce ufficiale
– Identificare gli utenti privilegiati pubblici e privati delle comunicazioni
– Identificare per ogni media importante i programmi, i giornalisti le informazioni chiave, e preparare comunicati stampa e kit di documentazione
– Essere preparati a livello scientifico con informazioni e documenti affidabili sull’argomento
– Approntare la logistica tecnica indispensabile
– Sviluppare scenari interpretativi delle posizioni possibili dei vari gruppi di opinione.

Quanto esposto è una estrema sintesi del draft del SAC ma indica con sufficiente attenzione il buon lavoro svolto da Carol Oliver e dai suoi collaboratori.

Non essendo per ovvi motivi disponibile materiale in gran quantità su questo argomento è certamente da apprezzare la capacità di traslare tecniche consolidate di crisis management comunicazionale, prettamente adatte a problemi aziendali, a questo tipo di contesto così particolare.

Nel prossimo paragrafo affronteremo alcuni possibili approcci al concetto di gestione crisi non dedicato a cosa e come si dovrebbe comunicare all’opinione pubblica la certa identificazione di un segnale elettronico di provenienza extraterrestre, ma cosa il “world as a system” potrebbe o dovrebbe fare per affrontare un ipotetico pericolo alieno.

AN EFFECTIVE EXTRATERRESTRIAL EMERGENCIES

CRISIS MANAGEMENT

Tra tutte le emergenze possibili: disastri naturali, crash di sistemi complessi e di infrastrutture critiche, emergenze politico-militari, epidemie infettive, la necessità di affrontare eventuali pericoli derivanti da una assoluta certezza di aver decodificato un segnale intelligente proveniente da “altri mondi” è certamente materia complessa per tecnici e specialisti di emergenze.

Nel capitolo precedente abbiamo esaminato le principali caratteristiche connesse alla necessità di gestire in modo ottimale la già incredibile complessità di comunicare al “pianeta terra che non siamo soli nell’universo”.

Molte e estremamente significative sarebbero le ripercussioni sul “world as a system”, in relazione all’impatto e alle conseguenze sociali, religiose, comportamentali, emotive, comunicazionali derivanti dal “solo” fatto di sapere che c’è qualcun altro nell’universo.

La probabile immensa distanza che ci dividerebbe dalla civiltà aliena che, ha generato il segnale da noi captato escluderebbe certamente un qualsiasi pericolo imminente e un conseguente allarme di qualsiasi natura possibile per il nostro pianeta.

Ma nello stesso tempo non potrebbe evitare alle maggiori strutture nazionali e internazionali, preposte alla sicurezza, di occuparsi di tale remoto pericolo sotto molti punti di vista: politico, militare, sociale.

Sarebbe estremamente interessante sapere se dal 1947 in avanti sulla scia di migliaia di segnalazioni di avvistamenti di Oggetti Volanti non Identificati, e dopo la creazione di numerose commissioni governative per lo studio e la analisi di tali fenomeni, le principali potenze internazionali abbiano pensato di analizzare il fenomeno con un’ottica di possibile pericolo per il ns. pianeta.

Se così fosse è molto probabile che piani di emergenza comprendenti metodi, strumenti e risorse umane siano stati, perlomeno a livello teorico, affrontati e forse anche pianificati.

Il governo degli Stati Uniti che dispone della più grande, complessa e probabilmente più efficiente struttura globale ha, attraverso organismi politici, diplomatici, militari e di intelligence, pianificato scenari che riguardano la sicurezza nazionale e internazionale certamente relativi a una notevolissima mole di possibili pericoli.

Non è attualmente a disposizione nessuna comunicazione ufficiale in merito, e volendo approcciare questo tipo di problema in modo professionale non ci resta che ipotizzare quello che si potrebbe fare in uno scenario di questo tipo.

Il primo dilemma riguarda certamente l’approccio al problema: se il pericolo è certamente di natura globale la risposta non è detto che sia di natura multilaterale.

Nel caso del SETI Post Detection Protocol, alcuni esperti internazionali, ma non i governi, hanno ipotizzato un ottimale approccio al problema: la comunità internazionale attraverso un interfacciamento di suoi numerosi rappresentanti ed enti dovrebbe decidere se e come rispondere alla rilevazione certa di un segnale alieno.

Nella particolare possibilità di “pericolo alieno”, il normale buon senso ci spinge immediatamente a individuare nella intera comunità internazionale l’attore principale nel decidere “cosa fare”.

L’esperienza accumulata dal 1945 in avanti ha visto, sostanzialmente grazie alla nascita del sistema delle Nazioni Unite e degli enti ad esse collegati, il sistema globale cercare di approcciare e risolvere i problemi con un’ottica multilaterale, lo stesso sistema si è però scontrato numerosissime volte con la volontà di singoli stati sovrani di sviluppare politiche dettate da interessi singoli con forte prevalenza sugli interessi globali.

Non potendo, purtroppo non tenere in considerazione questo approccio, che ha dominato il moderno sistema delle relazioni internazionali, ci si deve aspettare che l’eventuale Extraterrestrial Intelligence Emergency Crisis Management non possa che essere gestito da un limitato numero di attori internazionali.

Questa possibilità è amplificata dalla considerazione, tutta da verificare in caso di “pericolo alieno”, che la dotazione di un effettivo deterrente politico-militare globale (decisionale, di comando e controllo, di potenza distruttiva e di intelligence) è attualmente limitata a un numero ristretto di attori internazionali.

La considerazione che civiltà aliene anche solo avanti di “1000 anni” rispetto a noi, considerato come è cambiato il mondo tra il 1900 e il 1960 in termini di potenza distruttiva globale, possano disporre di sistemi militari incommensurabilmente più efficienti di qualsiasi difesa terrestre non ci metterebbe neanche nelle condizioni di iniziare questa valutazione.

“Limitiamoci” quindi ha ipotizzare la risposta che l’attuale sistema internazionale potrebbe mettere in atto per affrontare una emergenza di questo tipo.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite composto da 5 membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, allargato ad altre dieci nazioni, scelte a rotazione tra gli altri membri dell’Assemblea Generale è la massima assise internazionale, quella che più nell’immaginario collettivo si avvicina a una sorta di “Governo del Mondo”.

Le decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sempre di più condizionano la grande politica internazionale, sancendo la supremazia dei diritti di tutti sui diritti di pochi, e in altre parole della democrazia internazionale sulla singola ragione di stato.

Nel caso in cui le decisioni riguardino “emergenze supreme” un fattore strategico si antepone su tutto: le Nazioni Unite non dispongono di un apparato militare proprio, non hanno soldati, non hanno armi, non hanno sistemi di comando e controllo, non hanno supporti logistici e non dispongono di apparati di intelligence, sono in realtà la massima assise di possibile consenso politico internazionale ma non sono nelle condizioni di far applicare coercitivamente le loro decisioni.

Per rendere effettive le decisoni politico-diplomatiche, le cosiddette risoluzioni, del Consiglio di Sicurezza, volta per volta, le nazioni coinvolte devono costruire coalizioni che mettano a disposizione gli strumenti militari e di intelligence per poter ottemperare a quanto deliberato.

Questo dualismo decisionale-operativo ha in molte occasioni vanificato complesse e estenuanti trattative.

Gli strumenti militari più potenti e complessi sono a livello di singolo stato le forze armate di Stati Uniti e Russia e a livello di alleanza politico-militare la NATO che dopo la fine della guerra fredda è sempre più identificata come “una soluzione alla ricerca di un problema”.

E’ fortemente ipotizzabile, o perlomeno si spera, che una “emergenza aliena” metta gli attori politici e militari potenzialmente “in charge” nella condizione di lavorare congiuntamente su quello che potenzialmente si identifica come il maggior problema che l’intera umanità potrebbe dover affrontare.

Il superamento dei propri segreti, che necessariamente tutti gli attori coinvolti dovrebbero mettere in atto, costituirebbe il moltiplicatore del maggior approccio multilaterale della storia.

Un sintetico elenco delle fasi e degli strumenti coinvolti in una emergenza riguardante un potenziale pericolo alieno identifica i seguenti punti come indispensabili:

– analisi congiunta degli attori coinvolti di possibili scenari di pericolo

– istituzione di un comando politico-militare internazionale unificato

– approntamento:
– di unità di pronto intervento
– di supporto logistico
– di sistemi di comando e controllo
– di apparati di intelligence.

Non esistono modelli attuali di analisi congiunta di possibili scenari di pericolo, dove per analisi
congiunta si intende un coinvolgimento comune dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Si possono comunque citare tre esempi interessanti che per analogia relativa a “emergenze supreme” possono essere utili nell’approcciare un “problema alieno”:

1) non come singolo esempio ma come modello di gestione permanente di crisi, la attività svolta per più di qurant’anni dalla già citata NATO, l’Alleanza Atlantica, che dal dopoguerra a oggi ha coalizzato i principali stati occidentali, con un approccio multilaterale, contro la minaccia del blocco sovietico

2) la Guerra del Golfo del 1991 dove per la prima volta volontà politiche e mezzi militari dell’est e dell’ovest si sono unite per un obiettivo comune: la liberazione del Kuwait. In questo caso le preoccupazioni per la stabilità energetica globale hanno unito posizioni politiche molto distanti tra di loro

3) la emergenza relativa ai possibili pericoli relativi al passaggio dal secondo al terzo millennio, denominata Y2K, dove si ipotizzava che i sistemi computerizzati dedicati al comando e controllo delle infrastrutture critiche nazionali e dei sistemi militari nucleari strategici potessero subire crash con ripercussioni estremamente significative sulla sicurezza a livello internazionale. Il Y2K è stato probabilmente il maggior momento contestuale di allarme globale e nello stesso istante il più significativo esempio di vero coordinamento mondiale da parte dell’intera comunità internazionale contro un possibile pericolo comune. In questo caso i “centri decisionali nazionali”, per usare una denominazione NATO, delle principali nazioni hanno di fatto interagito con una organizzazione talmente efficiente da stupire gli stessi esperti internazionali di questa particolare emergenza forse più “virtuale” che reale ma pur sempre temuta come possibile danno mondiale di significativo potenziale pericolo.

La analisi di scenari potenziali relativi al “pericoli alieno” e alle conseguenti possibili “risposte terrestri” dovrebbe riunire rappresentanti politici, militari e tecnici di tutte le nazioni potenzialmente interessate da questo ipotetico pericolo.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è probabilmente lo strumento che più di ogni altro si presterebbe immediatamente a tale funzione, anche solo per il fatto che esiste già, e non necessiterebbe quindi di un colossale lavoro di approntamento di un ente con queste caratteristiche.

Un lavoro dedicato alla analisi dei potenziali scenari relativi ai “pericoli alieni” potrebbe essere delegato a una sorta di super-comitato dedicato composto dalle massime autorità internazionali di emergenze internazionali, anche se purtroppo i veri tecnici ed esperti di emergenze aliene non sono così numerosi.

Questo comitato potrebbe avere il compito di elaborare ipotetici scenari relativi a pericoli quali:

– virus biologici provenienti dallo spazio esterno capaci di sviluppare epidemie
– emergenze legate all’arrivo di virus informatici finalizzati alla distruzione delle infrastrutture critiche e del cyberspazio terrestre
– per arrivare allo scenario più estremo la presenza nel nostro pianeta di EBE, Extraterrestrial Biological Entities, evolute.

Il presente elenco non è ovviamente esaustivo ma vuole solo offrire un limitato esempio delle principali emergenze possibili in questo contesto.

I risultati di tale analisi dovrebbero essere messi a disposizione del Consiglio di Sicurezza e del Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Se è però ipotizzabile che la funzione di analisi dei pericoli possa essere delegata a un “United Nations Extraterrestrial Emergency Analysis Committee” è certamente fuori discussione, tenendo in considerazione lo stato dell’arte delle relazioni internazionali attuali, che le eventuali risposte e contromisure siano delegate esclusivamente agli attori nazionali e sovrannazionali più “forti”.

La istituzione di un “Joint International Political and Military Command Against Alien Attack” risulterebbe la più complessa operazione di pianificazione di difesa mai approcciata dall’uomo.

I cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono le potenze nazionali con i più efficienti sistemi militari ed è quindi scontata la presenza nel comando unificato di queste cinque nazioni. Si potrebbe inoltre prevedere un meccanismo di coinvolgimento dei principali paese di ogni continente: per l’america del Sud il Brasile e forse l’Argentina, per l’Europa la Germania o in rappresentanza di tutti la Commissione Europea, per l’Asia il Giappone e l’India, per l’Africa l’Egittto e la Repubblica Sudafricana, oltre a singoli paesi con caratteristiche particolari come Israele.

La formula del “politically correct” richiederebbe probabilmente anche il coinvolgimento di rappresentanti di ulteriori nazioni simbolo quali ad esempio l’Arabia Saudita, la Nigeria, l’Australia, con compiti più di rappresentanza “politica” che di reale utilità pratica.

Ma se le necessità politiche richiedono la presenza di specifici paesi, un solo ente potrebbe essere deputato alla reale gestione delle operazioni: la NATO.

Come le Nazioni Unite rappresentano la massima assise deputata alla questioni politiche, la NATO rappresenta attualmente lo strumento internazionale più sofisticato e valido per la gestione congiunta di operazioni militari.

L’approntamento di efficienti unità multiruolo di pronto intervento, di soluzioni logistiche ottimali, di sistemi di comando e controllo all’altezza di questo tipo di emergenza, di apparati di intelligence capaci di fronteggiare la minaccia, trovano nel “Sistema NATO” la migliore risposta attualmente disponibile per affrontare emergenze internazionali globali anche grazie al consolidato meccanismo consultativo e operativo sviluppato dal 1950 ad oggi.

Le attività principali del “Joint International Political and Military Command Against Alien Attack” potrebbero essere sintetizzabili in:

– la già citata compilazione di opzioni relative a pericolo alieni
– lo sviluppo di analisi previsionale e di simulazione per l’elaborazione di scenari e modelli
– la funzione di monitorizzazione e allerta
– la gestione di una crisi in corso e il comando e controllo delle operazioni di risposta approntate
– la continuità di governo e di comunicazione tra tutti gli attori “in charge”
– il supporto alla popolazione civile.

Il “United Nations Extraterrestrial Emergency Analysis Committee” e il “Joint International Political and Military Command Against Alien Attack” sono esempi di organismi che il sistema delle relazioni internazionali attuali potrebbe creare per affrontare a livello di analisi e di possibili operazioni di difesa ipotetiche “emergenze aliene”.

Il presente draft non ha ovviamente la presunzione di affrontare in modo definitivo il tema di ipotetiche emergenze aliene.

Lo scopo del presente draft è stato solo quello di indirizzare un pò di attenzione su un particolarissimo aspetto dell’attuale sistema delle relazioni internazionali: quello della gestione delle crisi nel senso più ampio del termine.

Il Centro Italiano Studi SETI orienterà nel futuro prossimo alcune delle sue risorse allo sviluppo di questo tema.

In modo particolare il CISS lavorerà su due proposte differenziate ma sinergiche.

La prima è relativa allo sviluppo in cooperazione con altri organismi scientifici di studio e analisi per la creazione di una “Joint Task Force for Crisis Coordination and Support in ETI Emergencies Context” finalizzata alla realizzazione di uno studio mirato al contesto SETI, Nazioni Unite e Gestione delle Crisi dove le poche pagine e le proposte presenti nel presente draft possano essere sviluppate da esperti e studiosi di consolidato profilo internazionale.

Tale proposta potrebbe essere propedeutica alla auspicata creazione di “United Nations Secretary General Seti International Advisory Board” il cui obiettivo principale si potrebbe concretizzare nella creazione di un Comitato Internazionale di Esperti a disposizione del Segretario Generale delle Nazioni Unite con il compito di identificare possibili ruoli e attività delle Nazioni Unite e di altri primari attori dello scacchiere internazionale nel contesto SETI.

E’ allegato al presente draft un documento che sintetizza le principali caratteristiche di questa iniziativa. ISSC – CISS
2004

Fonte: danilonoventa.it/doc/SETI%20UN%20E%20CM.doc

Centro Italiano Studi SETI – SETI, NAZIONI UNITE E CRISIS MANAGEMENT ultima modifica: 2008-02-23T23:32:27+00:00 da Richard
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Richard

Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)