Di Antonio CioppaIl clamore suscitato nell’ottobre scorso dai media sulle travagliate vicende del Myanmar (ex Birmania) e in particolare sulle manifestazioni pacifiche dei monaci buddhisti, subito sedate dal regime, pone alcuni interrogativi su questo culto che buona parte del mondo occidentale poco ha notizia. Ma che cos’è il Buddhismo?
Per fare un po’ di chiarezza riteniamo utile fare un analisi attraverso il suo profilo.
Prima di addentrarci in questa religione, è obbligo accennare che l'India è la terra e l’induismo è la fede di colui che in futuro sarebbe diventato il
Buddha. Una premessa fondamentale ci impone anche di fare un’analisi più sottile del sistema sociale indiano ed è, come tutti gli altri, che esso è sempre stato basato su regole e usi che hanno sempre regolato i rapporti delle classi sociali. Lo scopo fondamentale è quello di mantenere la separazione delle classi alle quali appartengono gli individui, pur assegnando loro un posto nell’insieme della società per assicurarne la coesione. E’ un sistema gerarchico in cui le classi sociali differenziate non sono paritarie, non hanno gli stessi diritti e privilegi, e non sono considerate come di uguale purezza secondo una ben definita scala di valori. E’ senza dubbio la forza del principio della separazione e della purezza che ha condotto portoghesi e spagnoli a designare col nome di casta (portoghese: casta, non mescolato).
E’ obbligo tener conto non solo del principio di separazione delle grandi classi della società, ma dei loro reciproci rapporti indispensabili e dei gruppi sociali minoritari. Il vocabolario delle lingue indiane (per esempio l’hindi, vicino al sanscrito) distingue due livelli nell’appartenenza di un individuo al suo gruppo sociale. Egli appartiene per nascita a una jāti, cioè ad una schiatta che si sente collegata a tutto un gruppo sociale che ha uno statuto, quello della jāti. A questo livello, la jāti spesso ha come caratteristica propria il mestiere, e molte jāti sono designate dal nome di un mestiere: per esempio la jāti dei vasai, dei fabbri, ecc.
Le jāti stesse sono situate secondo una scala cromatica in un insieme più vasto di quattro classi o varna, alla lettera «colori». Ci sono jāti che per un mestiere particolarmente impuro possono non essere integrate in questo insieme o anche costituire dei gruppi che gli altri non frequentano e che sono «intoccabili». Ci sono quattro classi fondamentali (varna): Brahmani, Ksatriya, Vaisya e Sudra. Ciascuna è oggi composta da numerose sotto-caste jāti che ne fanno o aspirano a fame parte. Le prime tre classi di base sono le caste nel senso nobile della parola e corrispondono alle tre funzioni in cui si ripartiva la società indoeuropea, così come i suoi dèi, prima di penetrare in India. Vi appartengono rispettivamente coloro che sono preposti ai riti religiosi e alla cultura dello spirito (brahmani), i guerrieri (ksatriya) e infine i commercianti, i pastori e gli agricoltori (vaisya). La quarta classe o casta è quella dei sudra o servitori ed è costituita dagli abitanti del continente indiano che le prime classi ridussero allo stato di servi.
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