Comprendere l’Universo – terza parte

– Cicli e Concetti Cosmici

Roberto Morini

Riferendoci al buddismo, in virtù della legge di corrispondenza che collega tutte le cose nell’Esistenza universale non è necessario, per brevità, occuparci dei cicli più ampi, come i Kalpa; ci limiteremo a quelli che si svolgono entro il nostro Kalpa, cioè ai Manvantara e alle loro suddivisioni.

A questo livello, i cicli presentano un carattere sia cosmico sia storico, poiché riguardano particolarmente l’umanità terrestre, pur essendo nello stesso tempo collegati a tutti gli avvenimenti che si producono nel nostro mondo al di fuori di essa. In ciò non vi è nulla di sorprendente, perché il considerare la storia dell’uomo come isolata in qualche modo da tutto il resto è un’idea esclusivamente moderna, in netta opposizione con l’insegnamento di tutte le tradizioni, che, al contrario, sono unanimi nell’affermare l’esistenza di una correlazione necessaria e costante tra l’ordine cosmico e quello umano.

I Manvantara, o «ere» dei successivi Manu, sono quattordici e formano due serie settenarie, di cui la prima comprende i Manvantara trascorsi e quello presente, la seconda i Manvantara futuri. Queste due serie: una si riferisce al passato, con il presente che ne è la risultante immediata, e l’altra al futuro e possono essere messe in corrispondenza con quelle dei sette Swarga e dei sette Patala, i quali rappresentano rispettivamente l’insieme degli stati superiori e inferiori allo stato umano (se ci si pone dal punto di vista della gerarchia dei gradi dell’Esistenza ovvero della manifestazione universale, o l’insieme di quelli anteriori e posteriori a questo stesso stato, nel caso invece che ci si ponga dal punto di vista del concatenamento causale dei cicli, descritto simbolicamente, come sempre, mediante l’analogia di una successione temporale).

Quest’ultima angolazione è evidentemente quella che qui più interessa: essa, infatti, ci consente di vedere, all’interno del nostro Kalpa, in virtù della relazione analogica sopra menzionata, un’immagine ridotta di tutto l’insieme dei cicli della manifestazione universale e, in questo senso, si potrebbe dire che la successione dei Manvantara rappresenta in certo qual modo un riflesso degli altri mondi nel nostro.

D’altronde, si può ancora notare, a conferma di ciò, che le parole Manu e Loka sono entrambe designazioni simboliche del numero 14; parlare a questo proposito di una semplice coincidenza equivarrebbe a dar prova della completa ignoranza delle ragioni profonde, inerenti a ogni simbolismo tradizionale.

Si può ravvisare ancora un’altra correlazione con i Manvantara, quella relativa ai sette Dwipa o regioni in cui si divide il nostro mondo. Infatti, sebbene questi siano rappresentati, conformemente al senso proprio della parola che li designa, come altrettante isole e continenti distribuiti in un certo modo nello spazio, bisogna guardarsi da un’interpretazione strettamente letterale, che li identifichi senz’altro con le diverse zone della Terra attualmente conosciuta. Essi, in effetti, non emergono simultaneamente, bensì successivamente, il che vuol dire che uno solo di essi si manifesta nel dominio sensibile nel corso di un certo periodo.

Se questo periodo è un Manvantara, si deve concludere che ogni Dwipa dovrà apparire due volte nel Kalpa, ossia una volta in ciascuna delle due serie settenarie di cui sopra; e dal rapporto fra queste due serie, che si corrispondono inversamente, come avviene in tutti i casi simili e, in particolare per quelle degli Swarga e dei Patala, si può dedurre che l’ordine d’apparizione dei Dwipa dovrà ugualmente, nella seconda serie, essere l’inverso di quello che è stato nella prima.

Si tratta, in definitiva, di differenti stati del mondo terrestre, piuttosto che di regioni vere e proprie. Queste considerazioni concernenti i sette Dwipa trovano poi conferma nei dati concordanti di altre tradizioni, nelle quali si parla ugualmente di sette terre, segnatamente nell’esoterismo islamico e nella Kabbala ebraica. In quest’ultima, le sette terre, pur essendo raffigurate esteriormente come altrettante ripartizioni della terra di Canaan, sono poste in relazione con i regni dei sette re di Edom, i quali corrispondono manifestamente ai sette Manu della prima serie. Queste terre, inoltre, sono “tutte comprese nella Terra dei Viventi”, che rappresenta lo sviluppo completo del nostro mondo, realizzato in modo permanente nel suo stato principale.

Si può rilevare qui la coesistenza di due punti di vista: quello della «successione», che si riferisce alla manifestazione in se stessa, e quello della «simultaneità», che si riferisce al suo principio, o a ciò che si potrebbe chiamare il suo archetipo1. In fondo, la corrispondenza di questi due punti di vista equivale, in certo qual modo, a quella tra «simbolismo temporale» e «simbolismo spaziale» della tradizione indù.

  • 1 – La parola archetipo deriva dal greco antico ὰρχέτῦπος col significato di immagine: tipos (“modello”, “marchio”, “esemplare”) e arché (“originale”), per cui l’Immaginazione è il “costruttore/proiettore” degli Archetipi.

Nell’esoterismo islamico le sette terre rappresentano, forse più esplicitamente, altrettante tabaqat o categorie dell’esistenza terrestre, che coesistono o si compenetrano a vicenda, di cui soltanto una può essere attualmente colta dai sensi, mentre le altre sono allo stato latente e soltanto eccezionalmente possono essere percepite, per di più in speciali condizioni. Anche in questo caso, esse si manifestano esteriormente, una per volta, nei diversi periodi che si succedono nel corso dell’intera durata di questo mondo. D’altra parte, ognuna delle sette terre è retta da un Qutb o Polo, che corrisponde chiaramente al Manu del periodo durante il quale la rispettiva terra si manifesta.

Questi sette Aqtab sono subordinati al Polo supremo, così come i diversi Manu lo sono all’Adi-Manu o Manu primordiale; ma, in ragione della coesistenza delle sette terre, esercitano anche, sotto un certo aspetto, le loro funzioni in modo permanente e simultaneo. Si noti, per inciso, che la designazione Polo è strettamente legata al simbolismo polare del Meru (…“di esso si dice che si estende a sud del Meru, cioè della montagna assiale intorno alla quale si compiono le rivoluzioni del nostro mondo”… proprio perché, essendo il Meru simbolicamente identico al Polo Nord, effettivamente, rispetto a questo, tutte le terre sono situate a sud).

Da notare che i sette Poli terrestri sono considerati come il riflesso dei sette Poli celesti, che presiedono rispettivamente ai sette cieli planetari. Questo fa naturalmente pensare a una corrispondenza con gli Swarga della dottrina indù, dimostrando la perfetta concordanza che esiste, al riguardo, fra le due tradizioni.

Consideriamo ora le suddivisioni di un Manvantara, cioè i quattro Yuga. Da notare anzitutto e senza insistervi troppo, che tale divisione quaternaria di un ciclo è suscettibile di molteplici applicazioni. In effetti, la si ritrova in molti cicli particolari, come per esempio: le stagioni dell’anno, le settimane del mese lunare, le quattro età della vita umana. Anche qui vi è corrispondenza con il simbolismo spaziale riferito, in tal caso, principalmente ai quattro punti cardinali.

D’altro canto, si è spesso rilevata la manifesta equivalenza dei quattro Yuga con le quattro età dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro (*), quali furono conosciute nell’antichità greco-latina: in entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è ugualmente caratterizzato da un processo di degenerazione, rispetto al precedente.

(*) NOTA: l’Iran conosceva il mito delle quattro età cosmiche. Un testo mazdeo andato perduto, il Sudkarnask (il cui contenuto è stato conservato in Dìnkart), parlava di quattro età: d’oro, d’argento, di acciaio e di «misto di ferro». Gli stessi metalli sono ricordati all’inizio del Bahman-yasht, che descrive tuttavia poco dopo, un albero cosmico a sette bracci (d’oro, d’argento, di bronzo, di rame, di stagno, d’acciaio e di un «miscuglio di ferro»), che corrisponde alla settuplice storia mitica dei persiani.

Questo processo, che si oppone nettamente all’idea con la quale la concepiamo attualmente, si spiega semplicemente con il fatto che ogni svolgimento ciclico, vale a dire ogni processo di manifestazione, in cui è implicito necessariamente un allontanamento graduale dal principio, rappresenta realmente una discesa: è questo, del resto, il significato reale della caduta nella tradizione giudaico-cristiana.

Tornando al Manvantara, la sua ripartizione si effettua secondo la formula 10= 4+3+2+1 che è l’inverso della Tetraktys pitagorica: 1+2+3+4=10. Quest’ultima formula rappresenta ciò che nel linguaggio dell’ermetismo occidentale è denominata la «cerchiatura del quadrato», e l’altra il problema inverso, cioè la «quadratura del cerchio», che esprime appunto la relazione tra la fine e l’inizio del ciclo, cioè l’integrazione del suo sviluppo totale (si veda in proposito la correlazione anche con “L’Uomo di Vitruvio” leonardesco). È, questo, un simbolismo aritmetico e geometrico allo stesso tempo.

Quanto alle cifre indicate in diversi testi, in relazione alla durata del Manvantara e, conseguentemente, a quella degli Yuga, bisogna evitare di considerarle cronologicamente nel significato ordinario della parola, cioè, come se esprimessero numeri di anni da prendersi alla lettera. È questo d’altronde il motivo per cui le apparenti variazioni tra i dati non implicano in fondo una reale contraddizione. Per le ragioni esposte in seguito, la sola di queste cifre da prendere in considerazione è 4.320, dovendosi escludere i vari zeri che si fanno seguire a questo numero e che, verosimilmente, sono destinati soprattutto a trarre in inganno coloro che volessero dedicarsi a “certi calcoli”.

Tale precauzione, a prima vista, può sembrare strana, ma poi si può facilmente comprendere: se l’effettiva durata del Manvantara fosse nota e se, inoltre, fosse possibile determinare con esattezza il suo punto di partenza, chiunque potrebbe senza difficoltà arrivare a dedurre la previsione di particolari avvenimenti futuri (nessuna tradizione ortodossa ha mai incoraggiato studi che permettessero all’uomo di arrivare a conoscere l’avvenire, in misura più o meno ampia, giacché, tale conoscenza, presenterebbe molti più inconvenienti che vantaggi reali).

È questo, dunque, il motivo per cui il punto di partenza e la durata del Manvantara sono stati sempre più o meno accuratamente dissimulati, sia aggiungendo o sottraendo un determinato numero di anni ai dati reali, sia moltiplicando o dividendo la durata dei periodi ciclici in modo da mantenere soltanto le loro esatte proporzioni. Per di più, certe corrispondenze, per motivi analoghi, talvolta sono state perfino invertite. Se la durata, quindi, del Manvantara è data dal numero 4.320, quelle dei quattro Yuga saranno date rispettivamente da 1.728, 1.296, 864, 432; ma per quale numero si dovranno moltiplicare queste cifre per ottenere una durata in anni?

Si può facilmente notare come tutti questi numeri ciclici siano in rapporto diretto con la divisione geometrica del cerchio: così 4.320= 360×12. Del resto, non vi è nulla di arbitrario o di meramente convenzionale in questa divisione, poiché, a causa della corrispondenza tra l’aritmetica e la geometria, è normale che tale divisione si effettui secondo multipli di 3, 9, 12, mentre la divisione decimale è quella che propriamente si addice alla linea retta.

Questa osservazione, sebbene fondamentale, non permetterebbe tuttavia di andare molto lontano nella determinazione dei periodi ciclici, se non si sapesse che la base principale di questi, nell’ordine cosmico, è il periodo astronomico della precessione degli equinozi, la cui durata è di 25.920 anni (per cui lo spostamento dei punti equinoziali è di un grado ogni 72 anni).

Questo numero 72 è precisamente un sottomultiplo di 4.320= 72×60, e 4.320 è a sua volta un sottomultiplo di 25.920= 4.320×6. Il fatto che per la precessione degli equinozi si trovino i numeri connessi alla divisione del cerchio costituisce una prova ulteriore del carattere veramente naturale di questa divisione. Ma il problema che ora si pone è il seguente: quale multiplo o sottomultiplo del suddetto periodo astronomico corrisponde effettivamente alla durata del Manvantara?

Il periodo che nelle diverse tradizioni appare con maggior frequenza non è tanto quello della precessione degli equinozi quanto la sua metà: è questo, in effetti, il periodo che corrisponde al grande anno dei Persiani e dei Greci, spesso calcolato approssimativamente in 12.000 o 13.000 anni, e la cui esatta durata è di 12.960 anni. Data l’importanza del tutto particolare attribuita a tale periodo, si deve presumere che il Manvantara debba comprendere un numero intero di grandi anni: quanti precisamente? A questo proposito, al di fuori della tradizione indù, troviamo perlomeno un’indicazione precisa, abbastanza plausibile da poter essere accettata, questa volta alla lettera.

Presso i Caldei, la durata del regno di Xisuthros, che è manifestamente identica a Vaivaswata, il Manu dell’era attuale, era fissata in 64.800 anni, cioè esattamente «cinque grandi anni». Per inciso, è da notare che il numero 5, essendo quello dei bhutas o elementi del mondo sensibile, deve avere necessariamente una speciale importanza dal punto di vista cosmologico, il che tende a confermare la fondatezza di una tale valutazione. Si potrebbe anzi ravvisare una certa correlazione tra i cinque bhutas e i cinque grandi anni successivi di cui si tratta, tanto più che nelle antiche tradizioni dell’America centrale si trova un’evidente connessione fra gli elementi e particolari periodi ciclici.

È questo, in vero, un problema che richiederebbe una disamina più approfondita. In ogni caso, se è questa effettivamente la durata del Manvantara, e se si continua a prendere come base il numero 4.320, che è esattamente «un terzo del grande anno», è dunque per 15 che questo numero dovrà essere moltiplicato, per avere la durata del Manvantara.

I «cinque grandi anni» saranno naturalmente ripartiti nei quattro Yuga in modo diseguale, ma secondo rapporti semplici: il Krita-Yuga ne conterrà 2, il Treta-Yuga 1 e mezzo; il Dwapara-Yuga 1 e il Kali-Yuga mezzo; questi numeri sono precisamente la metà di quelli che abbiamo visto, sulla durata del Manvantara rappresentata dal numero 10. Calcolati in anni ordinari, i quattro Yuga avranno una durata rispettivamente di 25.920, 19.440, 12.960, e 6.480 (anni), per un totale di 64.800 anni. Come si vede, queste cifre si mantengono in limiti perfettamente verosimili, potendo ben corrispondere all’età reale della presente umanità terrestre. (segue…)

Roberto Morini

Comprendere l’Universo – terza parte ultima modifica: 2010-06-28T18:59:51+00:00 da Richard
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Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)