COWBOYS NELLO SPAZIO: L’IMPERO (USA) COLPISCE ANCORA

Il Giornale Online

Sembra l’incipit di un film in effetti, ma è l’ultimo passo della politica americana: la militarizzazione dello spazio. Certo, non è qualcosa di nuovo, almeno a prima vista: già nel Marzo del 1983, l’allora Presidente USA Ronald Reagan lanciò l’era delle Guerre Stellari con un discorso che rimase famoso. In esso, egli affermò che fin dall’inizio dell’epoca atomica, l’America aveva contenuto i rischi di una guerra nucleare accumulando a loro volta armi atomiche (il che è come prevenire gli incendi accumulando benzina), convincendo così col deterrente nucleare i nemici degli USA – l’allura URRS in testa – che attaccarli sarebbe stato un suicidio. Naturalmente Reagan puntualizzò che “…la politica difensiva degli Stati Uniti si basa su di una singola premessa: noi non iniziamo mai le guerre.

Non siamo mai gli aggressori, manteniamo la nostra forza solo per difenderci da eventuali aggressioni, e per preservare la libertà e la pace”. Frasi che oggi, in un clima post 9/11, danno parecchi spunti di riflessione. Ad ogni modo, nel 1983 la tensione tra USA e URRS era forte, il pericolo di un conflitto atomico esisteva davvero, e Reagan nel suo discorso stigmatizzò come il semplice possesso di deterrente nucleare non dava più garanzie sufficenti, dato che l’Unione Sovietica aveva teoricamente i mezzi per distruggere, in un colpo solo, tutte le testate nucleari a terra degli States. In un tale clima di terrore, ovviamente l’unica soluzione da prendere, seppure a “malincuore” dai vertici statunitensi, fu quella di lanciare una serie di iniziative militari tese a militarizzare lo spazio, dove – da satelliti in orbita – sarebbe stato possibile lanciare testate antimissile tese a intercettare un eventuale attacco nucleare ICBM in tempo utile per salvare gli USA e i loro alleati da una distruzione sicura.

“La debolezza è un invito ad essere attaccati”, sosteneva Reagan, e di conseguenza inaugurò un “intensivo e totale sforzo per definire un programma di ricerca e sviluppo a lungo termine teso a ottenere l’eliminazione definitiva del pericolo nucleare”, grazie appunto a delle armi orbitali. Correva l’anno 1983, e proprio allora nelle sale cinematografiche era in programmazione l’ultimo film della prima trilogia di Guerre Stellari, Il Ritorno dello Jedi. Ormai il film di George Lucas aveva fatto breccia nell’immaginario collettivo, e ci volle poco perché i giornali ribattezzassero l’iniziativa di difesa statunitense le “Star Wars” di Reagan. Sono passati ormai 23 anni da quel discorso, e dopo alcuni periodi di apparente sospensione o impasse del programma di difesa spaziale, questo è stato ripreso e portato avanti. Oggi, le potenzialità tecnologiche a disposizione del Dipartimento della Difesa americano sono imponenti, e nel novero della “Guerra al Terrorismo” e del “Nuovo Secolo Americano” così fortemente voluti dall’amministrazione Bush, non mancano certo le scusanti ufficiali per aprire un nuovo fronte di tensione e di corsa agli armamenti.

È di pochi mesi fa l’articolo di Maurizio Molinari della Stampa, in cui si parla della ripresa a pieno regime del programma di difesa spaziale. La Stampa titola “Guerre stellari, Bush ci riprova”, e spiega che, fallito lo scudo di Reagan, è già pronto un piano per le armi in orbita. Scopriamo così dell’esistenza di aerei in grado di lanciare bombe a 5800 km di distanza, barre di tungsteno da 100 kg che viaggiano a 180 km orari, raggi laser capaci di eliminare qualsiasi missile in viaggio dentro o fuori l'atmosfera. Sono questi i progetti-pilota di «Global Strike», la nuova strategia dell'Us Air Force basata sull'uso di armi spaziali ben più avanzate di quelle che il presidente Ronald Reagan immagino a metà degli anni Ottanta. Il generale Lance Ford, capo dell'Air Force Space Command, l'ha illustrata nei dettagli al Congresso e secondo indiscrezioni raccolte dal «New York Times» il Pentagono la sottoporrà entro breve alla firma del presidente George W. Bush per aprire le porte ad una nuova stagione della sicurezza nazionale, il cui principale obiettivo è difendere gli Stati Uniti dalla minaccia di attacchi missilistici intercontinentali.

Fino ad ora la Casa Bianca ed il Pentagono avevano scommesso sulla possibilità di realizzare una difesa anti-missile garantita da intercettori posizionati a terra e sulle navi, ma i fallimenti accumulati nei test finora eseguiti avrebbero convinto l'Us Air Force che non c'è alternativa all'uso di armi spaziali. Sin da quando diventò Segretario alla Difesa nel gennaio 2001 Donald Rumsfeld fece sapere di ritenere che il presidente avrebbe dovuto poter disporre dell'«opzione spaziale» per difendersi dal rischio di attacchi missilistici e la “guerra al terrorismo” ha poi convinto ancor di più i comandi militari dell'utilità delle armi spaziali per poter colpire ovunque e velocemente una volta raccolte le informazioni di intelligence. Il primo passo concreto verso le armi spaziali è stato compiuto dal Congresso con l'approvazione del bilancio federale per il 2005 che prevede lo stanziamento minore, ma simbolico, di 47 milioni di dollari per testare entro il 2008 un intercettore ad energia cinetica, progettato per difendere i satelliti orbitanti da un ipotetico attacco.

L'orizzonte del «Global Strike» va ben al di là e prevede la capacità di dotarsi di una nuova generazione di armamenti per raggiungere in 45 minuti di tempo qualsiasi tipo di obiettivo sul Pianeta: da un centro di comando e controllo ad una rampa di missili fino ad una jeep di terroristi in corsa nel deserto. Se ciò fosse possibile aiuterebbe il Pentagono a rivoluzionare il proprio arsenale perché silos terrestri, portaerei e bombardieri sarebbero destinati alla pensione mentre i reparti delle forze speciali potrebbero contare su un «appoggio spaziale» capace di neutralizzare qualsiasi avversario.

Spazio, ultima frontiera… militare
L'utilizzo dello spazio come nuovo ambito bellico si inserisce nelle nuove prospettive strategico-militari di Washington, definite come “Revolution in military affairs” (Rma). Ha un'origine lontana nel tempo. La si deve far risalire al periodo successivo alla guerra dello Yom Kippur del 1973. A quell'epoca gli Stati Uniti erano ancora saldamente legati a una concezione stanziale del sistema difensivo (la Static Defense), eredità della seconda guerra mondiale e della fase più acuta della guerra fredda. Dall'analisi dello svolgimento del conflitto arabo israeliano un gruppo di generali americani delineò le nuove strategie della Active Defense e della Air Land Battle. Secondo queste concezioni, accanto al tradizionale contenimento delle forze del blocco sovietico, le nuove carte vincenti da utilizzare nei moderni confronti bellici erano costituite dall'elemento tecnologico, dall'estensione del campo di battaglia e dalla capacità di condurre attacchi di precisione su tutto il teatro delle operazioni.

Per la teoria della Air Land Battle lo scontro si sarebbe svolto in profondità fin dentro il territorio nemico con una notevole capacità di proiezione dei reparti: attacchi combinati aria-terra, simultanei e sincronizzati, condotti contro i centri di comando e le linee di comunicazione. In questa strategia un ruolo determinante l'avrebbero dovuto svolgere l'aeronautica e le capacità di intelligence. Tale nuova tipologia bellica, come sottolineato nel 1997 dalla Commissione per la difesa nazionale, richiedeva l'approntamento di forze di reazione rapida, ridotte, snelle e flessibili, con una ampia possibilità di proiezione in ogni parte del globo. Dopo gli anni di Clinton l'amministrazione Bush ha contribuito a sviluppare in maniera definitiva tali idee con documenti come la National Security Strategy del 2002 e la affermazione della nuova dottrina della Dynamic Defense che riunisce in sé tutti gli elementi delineati finora.

Nell'ambito di questa nuova concezione militare le armi spaziali svolgono un ruolo essenziale. Così come nella prima versione dela Air Land Battle l'aeronautica rappresentava l'elemento di maggior rilievo, oggi – come sostenuto dal generale James Cartwright, capo del comando strategico americano – la Dynamic Defense, e quindi lo sviluppo di armi spaziali, permetterà alle forze americane di portare i propri attacchi in ogni parte del globo con maggiore velocità e in minor tempo. Lo stesso Bush, parlando alla cerimonia per il conferimento delle lauree all'accademia navale di Annapolis il 27 maggio 2005, pur non nominando mai l'utilizzo di armi spaziali, ha sostenuto che per affrontare le nuove minacce del ventunesimo secolo è necessario sviluppare nuove tecnologie in grado di rendere la reazione delle forze armate più veloce, più leggera e più letale.

“Nel nostro tempo – ha continuato il presidente – pericoli terribili possono sorgere in un attimo nel mondo e gli Stati Uniti dovranno essere preparati a opporsi a essi in ogni parte del globo”. In termini strettamente militari la nuova dottrina spaziale è conosciuta come Global Strike. Secondo un documento del Pentagono del 2002 le nuove armi verranno distinte in due categorie: Space Control e Space Force Application. Alla prima appartengono i satelliti militari di cui gli Stati Uniti già dispongono e a cui dall’aprile 2005 se ne è affiancato un altro del tutto nuovo: lo XSS-11 un micro satellite in grado di mettere fuori uso dispositivi simili lanciati da altri paesi.

Nella seconda categoria rientrano altre tipologie di armi: le “Rods from God” (le barre che vengono da Dio), cilindri di tungsteno, titanio o uranio, lanciate dallo spazio per colpire obiettivi sul terreno alla velocità di 7.200 miglia all'ora con una forza paragonabile a una piccola bomba atomica; specchi giganti posizionati su satelliti in grado di dirigere raggi laser verso obiettivi posti in ogni luogo del mondo; infine una navetta in grado di trasportare armi e mezza tonnellata di munizioni e in grado di colpire ovunque nel giro di 45 minuti. Secondo il generale Lord, con queste armi qualsiasi centro di comando o base missilistica potrà essere raggiunto dalle armi americane. In tal modo gli Stati Uniti potrebbero proteggersi da eventuali attacchi missilistici di Iran e Corea del Nord e allo stesso tempo intervenire in brevissimo tempo laddove si presentino minacce ai loro interessi.

Tuttavia, se Bush deciderà di dare luce verde alla Air Force, si troverà di fronte a due ordini di problemi. Prima di tutto questioni di natura politica: rappresentanti militari dell'Ue, Canada, Cina e Russia si sono già dimostrati fortemente contrari ai progetti americani. Secondo Teresa Hitchens del Center of Defense Information, questi paesi sono convinti che gli Stati Uniti non possono fare ciò che vogliono fuori dell'atmosfera perchè lo spazio appartiene a tutti. “Lo spazio- afferma la Hitchens – è un luogo sotto il controllo internazionale”. Inoltre, se l'amministrazione repubblicana continuerà nella sua iniziativa vi è il rischio concreto che altre nazioni seguano Washington in una nuova corsa agli armamenti nello spazio.

La difesa dei Satelliti di Telecomunicazione
Uno studio sulla difesa antimissile realizzato alla fine della presidenza Clinton da una commissione che includeva anche l'attuale capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, definiva gli Stati Uniti un “attraente candidato a una Pearl Harbor spaziale” per via del fatto che gran parte della sicurezza nazionale dipende dal funzionamento di satelliti privi di alcun tipo di protezione, vulnerabili in particolare ad attacchi missilistici. Da qui la necessita' di rimedi e di fondi destinati alla ricerca negli ultimi anni per identificarli. Il Fusion Technology Institute dell'University del Wisconsin di Madison ad esempio ha ottenuto 14 milioni di dollari dalla Missile Defense Agency – da cui dipende la realizzazione dell'intero programma antimissile – per studiare lo sviluppo e il posizionamento di almeno tre intercettori nello spazio entro la fine di questa decade.

“I piani esaminati – spiega Wade Boese, direttore per la ricerca dell'Associazione per il controllo degli armamenti – prevedono lo schieramento nello spazio di intercettori capaci di distruggere con l'impatto un missile in arrivo, proteggendo cosi' i satelliti”. Il timore dei senatori democratici e' che se il progetto di ricerca – autorizzato dal Congresso negli ultimi due anni – e' riuscito a provare la fattibilita' degli intercettori spaziali, i nuovi fondi contenuti nel bilancio dell'intelligence possano aprire la strada alla fase dei test e quindi, in prospettiva, del dispiegamento. Si tratta di uno scenario che solleva i dubbi di alcuni esperti di armamenti come ad esempio John Pike, analista di “GlobalSecurity.org”, secondo cui portare le armi nel cosmo espone gli Stati Uniti al rischio di un corto circuito internazionale destinato a far impallidire le polemiche suscitate dall'abbandono del Trattato Abm:

“Se dovessimo davvero procedere in questa direzione le altre nazioni ci chiederebbero inevitabilmente di provare che si tratta di armamenti difensivi e non offensivi, ma per gli Stati Uniti sarebbe impossibile accettare una richiesta che implicherebbe svelare i segreti del funzionamento dei satelliti spia”. A confermare l'ipotesi che il progetto top secret abbia a che vedere con i satelliti e' anche James Bamford, autore di due studi sulla National Security Agency, secondo cui “le ingenti spese denunciate da Rockefeller possono spiegarsi solo con la difesa spaziale”. Se lo scudo antimissile basato nello spazio e' in cima ai timori dei democratici, quello basato a terra sta diventando progressivamente realta'. Attualmente stanno entrando in funzione le prime componenti dello scudo spaziale, il sistema di difesa antimissile capace, per il momento, di intercettare missili balistici lanciati contro gli Stati Uniti dalla Corea del Nord o da altrove in Asia.

Secondo quanto sostiene la Casa Bianca, il programma, ripreso e rilanciato dell'amministrazione del presidente George Bush, fa parte dell'arsenale per rendere l'America e il mondo più sicuri, di fronte alle minacce del 21° Secolo. Anche la Russia, si è appreso a fine novembre, sta sperimentando e installando una propria linea di difesa anti-missile. Il momento esatto dell'attivazione del sistema, che non è stato ancora annunciato, ma i primi missili sono già stati installati: uno in un silo della base aerea di Vandenberg, in California, e altri sei a Fort Greely in Alaska. Un secondo sarà messo a Vandenberg entro fine anno. I missili di prima schiera sono otto.

Lo scudo anti-missile è ancora in fase sperimentale, ma i militari contestano che sia stato testato in modo inadeguato e sostengono che sia in grado di operare in una situazione di crisi, anche se si tratta ''di fermare una pallottola sparandole contro un'altra pallottola”.
Il sistema attuale comprende stazioni radar sull'isola di Shamya nelle Aleutine a sud-ovest dell'Alaska, nella base aerea di Beale in California e centri di comando a Colorado Springs, nel Colorado, e a Fort Greely. La capacità d'individuare in partenza i missili ostili è affidata ai satelliti spia. E una unità della Marina, con un sistema radar avanzato Aegis, pattuglia il mare del Giappone per segnalare il lancio di missili dalla Nord Corea. Ron Kadish, il generale a capo del programma, conta che lo scudo attuale protegga gli Stati Uniti da un ipotetico attacco nucleare missilistico della Corea del Nord, o di terroristi, purché venga da Ovest. Negli ultimi mesi, sui preparativi c'era stata discrezione quasi assoluta: poca, o nessuna pubblicità, è stata data agli esperimenti condotti (e ai molti saltati).

Ma si sa che ad ottobre c'è stata una serie di test e che a novembre è riuscito un esperimento per un super-laser su un Boeing 747. Per realizzare lo scudo spaziale, il presidente Bush denunciò, nella prima fase della sua presidenza l'Abm, il trattato anti-balistico con la Russia, destando riserve in molti alleati e rischiando di mettere a repentaglio le relazioni con l'ex superpotenza. Oggi, la difesa anti-missile non pare più oggetto di contenzioso internazionale. I critici del programma, che si fanno sentire anche in Congresso, ritengono la tecnologia applicata ancora poco affidabile, oltre che mostruosamente costosa: 53 miliardi di dollari le previsioni di spesa dal 2004 al 2009, mentre il programma va fino al 2017. Inoltre, la difesa anti-missile è del tutto inefficace contro i pericoli più concreti di un attacco terroristico con armi di distruzione di massa portato negli Stati Uniti con mezzi meno vistosi di un missile intercontinentale.

Le origini del programma SDI

Sarà necessario tornare al 1967, ai tempi del presidente Lyndon Johnson, per sentire parlare del primo progetto di difesa spaziale USA, detto “Sentinel”, nato per intercettare i missili di base in Cina. Durante gli anni settanta, nonostante gli accordi multilaterali sulla limitazione dei sistemi antibalistici (Trattato ABM firmato a Washington il 26 maggio 1972) gli Usa sviluppano un sistema antimissilistico, denominato “Safeguard”, imperniato sulla catena di radar BMEWS dislocati dalla Groenlandia sino alla GranBretagna. Per il grande salto bisogna aspettare l'amministrazione Reagan che, il 23 marzo 1983, propone con la sigla SDI (Strategic Defense Iniziative) un sistema di difesa spaziale dotato di satelliti intercettori e distruttori. Il progetto della SDI viene proseguito da Bush senior sotto la denominazione di GPALS (Global Protection Against Limited Strikes) e dalle due amministrazioni Clinton che danno vita al più completo sistema denominato NMD, ovvero National Missile Defense (23 luglio 1999). Il progetto prevede la una spesa iniziale di circa 60 miliardi di dollari e si concentra, dal punto di vista tecnico, sulla difesa da possibili attacchi missilistici a medio e corto raggio.

Il NMD di Clinton
Il concetto di difesa strategica-spaziale si costituisce essenzialmente da apparati radar a banda X,
proiettili ad impatto cinetico (EKV) montati su missili intercettori situati a terra (GBI), un sistema
satellitare denominato SBIRS ad alte e basse orbite, un complesso centro di gestione della battaglia / comunicazione (BM/C3). Il sistema di difesa spaziale preconizzato dall'amministrazione Clinton, a detta dell'Union of Concerned Scientist del Massachusetts Institute of Technology, è, di fatto, un colabrodo: sarebbe sufficiente inserire una testata nucleare in un pallone metallizzato rilasciato insieme ad un eguale numero di palloni vuoti per mandare in tilt tutto il sistema di intercettazione. Arrivati a questo punto fallimentare, Clinton decide di sospendere momentaneamente ogni esperimento e di rilanciare la palla alla futura amministrazione.

Il MD
Bush junior rilancia un progetto ben più ambizioso. Non si tratta più di difendere esclusivamente il territorio nord-americano, ma tutti i territori alleati (di qui scompare la N di National) e di coinvolgere nella ricerca e nel finanziamento delle spese per lo scudo spaziale i maggiori patner ed i maggiori debitori (Russia) del potente stato Imperiale. Il progetto MD (Missile Defense) aggiunge e rafforza rispetto a quello precedente alcune componenti: viene potenziato il sistema missilistico di teatro della marina (Navy Theater Wide), e vengono implementate le componenti spaziali, ovvero gli intercettori SBI ed i laser SBL. Un altro ruolo chiave dovrebbe essere dato all'intercettazione dei missili nella loro fase di spinta (BPI), quando il missile è più vulnerabile, ovvero nei primi minuti dopo il lancio. A questo ruolo attenderebbe la cannoniera ABL dell'USAF.

Sino ad ora gli esperimenti realizzati, ognuno del costo di circa 100 milioni di Euro, sono tutti falliti. Le motivazioni sono diverse: Il 2 ottobre 1999 vi sono problemi sia al radar di tiro sia al sistema di ricerca del missile nemico. Il 19 gennaio 2000 il missile intercettore ha mancato il bersaglio a causa del mancato avvistamento dei satelliti d'allarme situati a 36.000 kilometri di altezza, mentre il 7 luglio 2000 il missile “nemico”, che viaggiava ad una velocità di gran lunga inferiore a quella di un “vero” missile, è stato intercettato, ma non distrutto perché non si stacca il “kill”. Il 14 luglio 2001 il missile “nemico” (vengono usati i missili Minuteman) viene distrutto ma solo perché si sa dove si trova, dato che ha un segnalatore incorporato.

Ma allora, se la reale efficacia difensiva di tali sistemi è nel migliore dei casi di scarso rilievo, a quale scopo l’amministrazione USA sta puntando così tanto sugli armamenti spaziali? Secondo alcuni noti ricercatori e studiosi degli scenari internazionali, la risposta è inquietante: si tratterebbe, in effetti, di ottenere il controllo globale di tutto ciò che avviene sul nostro pianeta.

Noam Chomsky, letterato, ex docente del MIT e prolifico scrittore che non ha bisogno di presentazioni, già nel 2001 scriveva: «Come ha osservato Vijay Prashad in un recente commento sullo scudo stellare (SDI) e sul programma di difesa missilistica (BMD), la questione principale non è la difesa dai missili ma il controllo dello spazio, anch'esso nel programma di entrambi i partiti. Questi fatti essenziali sono saliti alla consapevolezza pubblica quando il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, ha annunciato la revisione dei programmi spaziali del Pentagono, “che rafforzano nettamente il ruolo dello spazio nella pianificazione strategica”. I nuovi piani richiedono di “sviluppare armi per lo spazio”, che significa “collocare armi d'attacco nello spazio” (NYT, 8 maggio; Christian Science Monitor, 3 maggio).

Questi piani sono stati delineati nel rapporto della seconda tavola rotonda Rumsfeld, pubblicato in gennaio (il primo, nell'ottobre del 1998, metteva in guardia contro le minacce di attacchi missilistici, influenzando apparentemente la decisione di Clinton di accelerare i programmi di difesa anti-missile). Il rapporto conclude affermando che la guerra spaziale è una “certezza virtuale”, e sollecita la produzione di armi anti-missile (ASAT) in violazione del trattato contro i missili balistici (ABM) del 1972 e il loro collocamento nello spazio aperto, in violazione del Trattato dello Spazio (Outer Space Treaty) del 1967. Michael Krepton, già presidente dello Henry Stimson Center, commentando questi piani nel numero di maggio 2001 di Foreign Affairs, nota che contengono una contraddizione interna: armi anti-missile sono molto più semplici da realizzare che un sistema di protezione missilistica (BMD) e le armi anti-missile dell'avversario potranno annientare qualunque sistema di protezione missilistica mettendo fuori uso i satelliti su cui poggia.

La contraddizione può essere risolta solo “dominando completamente lo spazio nei modi suggeriti dal rapporto Rumsfeld”, cioè con armi offensive e scatenando l'escalation della corsa agli armamenti nello spazio nel momento in cui gli altri inevitabilmente vorranno prendere contromisure. Egli raccomanda invece di rafforzare i trattati esistenti — che sono stati finora osservati, sottolinea. Ciò avrebbe senso qualora l'obiettivo fosse la sopravvivenza piuttosto che l'egemonia. Il Comando Spaziale USA sostiene che “nel futuro, essere in grado di attaccare obiettivi terrestri dallo spazio può essere di importanza critica per la difesa nazionale. Il Comando Spaziale USA è perciò attivo nell'individuare possibili ruoli, missioni, e incarichi per questo probabile nuovo campo di battaglia”. La ragione basilare è chiarita nella brochure “Visioni per il 2020”, che annuncia ben in vista l'obiettivo primario già sulla copertina: “dominare la dimensione spaziale delle operazioni militari per proteggere gli interessi e gli investimenti statunitensi”.

Questa è la prossima fase del compito storico delle forze armate. “Durante l'espansione ad ovest degli Stati Uniti, gli avanposti militari e la cavalleria si posero a protezione delle nostre carovane, degli insediamenti e delle ferrovie” — agendo esclusivamente per auto-difesa, dobbiamo intendere, forse perseguendo l'obiettivo, ben intenzionato se pur fallito, “di guidare ed aiutare [tra gli altri] i nativi americani a porsi sul versante giusto della storia” (Bacevich), ciò che costituisce la missione storica dell'America per il mondo. E ancora: “Le nazioni costruirono le flotte per proteggere e rafforzare i loro interessi commerciali”. Il passo logicamente successivo sono forze spaziali per proteggere “gli Interessi Nazionali [militari e commerciali] statunitensi e gli Investimenti”.

Il ruolo degli USA nello spazio dovrebbe essere comparabile a quello delle “flotte a protezione del commercio sul mare”, benché oggigiorno vi sia una sola entità egemone, di gran lunga più potente che la Marina Britannica nei secoli passati. Il Comando Spaziale è chiaramente al corrente del dilemma di Krepon e progetta di superarlo grazie ad un “Dominio a pieno spettro”: una superiorità schiacciante per terra, mare ed in aria così come nello spazio, di modo che gli USA potranno “prevalere in ogni forma di conflitto”, in tempi di pace come di guerra. La necessità di questa superiorità si determinerà per effetto della crescente “globalizzazione dell'economia”, che si prevede produrrà l'aumento della disparità tra coloro che hanno e gli esclusi, una valutazione condivisa dai servizi segreti statunitensi nelle loro proiezioni per l'anno 2015 (al contrario di quanto sostenuto dalle teorie economiche sottostanti ma in accordo con la realtà).

L'aumento della disparità può condurre ad agitazione tra gli esclusi, che gli USA dovranno essere preparati a controllare “usando sistemi spaziali e pianificando attacchi di precisione dallo spazio” come contromisura alla proliferazione in tutto il mondo ad opera di elementi ribelli di armi di distruzione di massa” — una conseguenza prevedibile dei programmi raccomandati, così come “l'aumento della disparità” è una conseguenza anticipata della forma di “globalizzazione” che si preferisce. Promuovere lo sviluppo dell'industria avanzata è stato un obiettivo trainante della pianificazione militare a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando i leader economici riconobbero che l'industria delle alte tecnologie non poteva sopravvivere in una economia competitiva “di libera iniziativa” e che “il governo è la loro unica salvezza” (Fortune, Business Week).

Lo scudo stellare di Reagan fu spacciato al mondo economico su queste basi. Conservare “la base industriale della difesa” — cioè l'industria delle alte tecnologie — era uno dei fattori portati dal presidente Bush all'attenzione del congresso quando chiese di conservare i livelli di finanziamento del Pentagono benché la caduta del muro di Berlino avesse eliminato il pretesto sovietico. La militarizzazione dello spazio è naturalmente il passo successivo, alimentata ulteriormente dalla già anticipata corsa agli armamenti. Altri sono ben coscienti del suo potenziale economico. Il Cancelliere tedesco Gerhard Schröder, facendo un passo indietro rispetto alla sua posizione precedente, ha affermato in marzo che la Germania ripone un “interesse economico vitale” nello sviluppo della tecnologia per la difesa missilistica, e deve garantirsi di non rimanere esclusa dal lavoro tecnologico e scientifico in questo campo. Si prevede che la partecipazione ai programmi per la difesa missilistica potrebbe allargare in maniera generalizzata in tutta Europa la base industriale interna (vedi, Defense Monitor, marzo 2001).

Per queste ragioni, gli USA hanno recentemente rifiutato di unirsi al resto del mondo nel confermare l'Outer Space Treaty (sottoscritto nel 1999 e nel 2000 da Israele, nel 2000 dalla Micronesia), e hanno bloccato i negoziati all'interno della Conferenza ONU sul Disarmo sin da quando le sue sessioni sono state aperte in gennaio. La Cina e la Russia chiedono la smilitarizzazione dello spazio; la Russia ha proposto passi ulteriori, includendo la riduzione delle testate a 1500 e la creazione di zone denuclearizzate. “Gli USA rimangono il solo dei 66 stati membri ad opporsi all'avvio di negoaziati ufficiali sullo spazio”, ha riportato la Reuter a febbraio; ciò è stato riferito anche nel Desert News (Salt Lake City), unica eco della Conferenza nei media statunitensi. Il 7 giugno, la Cina ha di nuovo invocato la messa al bando delle armi nello spazio, ma gli USA hanno rifiutato, avendo “bloccato l'avvio dei negoziati alla Conferenza ONU sul Disarmo per prevenire il rischio di una corsa all'armamento nello spazio” (Financial Times, 8 giugno). Di nuovo, ciò ha senso se l'egemonia, con il beneficio che assicura ad interessi elitari, è posta al di sopra della sopravvivenza nella scala dei valori operativi.»

Gli scienziati condannano la militarizzazione dello spazio
Un gruppo di scienziati chiede alle Nazioni Unite di prevenire la militarizzazione dello spazio, minaccia che si profilerebbe dall'ultima revisione alla politica spaziale americana approvata dall'amministrazione Bush. Nell'ambito di una discussione tenutasi presso il Palazzo di Vetro il 19 maggio 2005, un gruppo di scienziati ha ammonito gli Stati Uniti in merito alle ultime disposizioni dell'amministrazione Bush sulla militarizzazione dello spazio, un atteggiamento che oltre a rivelarsi economicamente dispendioso in maniera proibitiva potrebbe anche scatenare una nuova corsa agli armamenti. La Union of Concerned Scientists (UCS), una commissione di controllo che contrasta la colonizzazione militare dello spazio, ha invitato le Nazioni Unite a considerare la stesura di un trattato per proibire la messa in orbita di satelliti equipaggiati con armamenti, anche qualora questi fossero dichiarati di natura difensiva.

La richiesta della UCS nasce in reazione alla revisione che la nuova amministrazione Bush si propone di portare alla politica spaziale degli Stati Uniti. Alcuni scienziati sono preoccupati che questa revisione possa preludere a una politica più aggressiva e, conseguentemente, ad un ulteriore passo avanti nella militarizzazione dello spazio.Venerdì scorso, il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan ha dichiarato ai giornalisti che la nuova dottrina Bush prescinderebbe da una volontà bellica. Ma ha anche detto che nuove minacce sono emerse nel corso degli anni dall'ultima revisione apportata alla politica spaziale USA, ribadendo la necessità di ricorrere ad un sistema di difesa satellitare. “Ci sono stati cambiamenti nella situazione internazionale negli ultimi otto o nove anni, e sono emersi paesi che hanno acquisito interesse nella conquista spaziale” ha detto McClellan, con una chiara allusione ai recenti progressi della Repubblica Popolare Cinese. “Questi paesi hanno interessi e tecnologie che potrebbero minacciare i nostri apparati spaziali.

Queste sono cose da tenere in considerazione nell'aggiornamento del programma”. Secondo stime realistiche, un sistema spaziale completo di armamento raggiungerebbe un costo di molti miliardi di dollari. Lo sviluppo di uno scudo per la difesa da attacchi missilistici richiederebbe qualcosa come 1000 intercettori spaziali e costi compresi tra i 20 e i 100 miliardi di dollari, come rivelato da David Wright, scienziato della UCS e coautore di una recente inchiesta sulla fattibilità delle armi spaziali. Un sistema simile richiederebbe anche una drastica espansione della capacità di messa in orbita degli Stati Uniti, che attualmente possono lanciare 10-12 razzi di grosse dimensioni all'anno, mentre con gli intercettori spaziali ne sarebbero necessari molti di più.

Wright ha anche sottolineato che sistemi spaziali per attacchi a obiettivi terrestri non sarebbero ancora realizzabili, evidenziando come dietro la velleità degli sforzi americani nella difesa possa in realtà nascondersi la minaccia concreta di una vocazione bellica. In ogni caso, ogni ulteriore passo in questa direzione susciterebbe la condanna internazionale. Nel 2002, a seguito della fuoriuscita degli Stati Uniti dal Trattato Anti-Missilistico del 1972, la Cina e la Russia avanzarono la proposta per un nuovo trattato internazionale che mettesse al bando la proliferazione degli armamenti spaziali. Ma gli Stati Uniti ribadirono l'inutilità di ogni accordo di controllo sulle armi spaziali. Una clausola del Trattato sullo Spazio Esterno (il celebre Outer Space Treaty del 1967) vieta lo stazionamento di armi di distruzione di massa nello spazio.

Gli studi di Gabriele Garibaldi
Gabriele Garibaldi, giornalista e ricercatore di forte animo pacifista, ha già da tempo stigmatizzato il vero fine dei progetti spaziali USA: «I propositi unipolar-imperiali che caratterizzano l’attuale amministrazione statunitense – e prima di essa sono stati il filo rosso di tutte le amministrazioni degli anni ’90- discendono dalla fiducia nella capacità di impedire la nascita di un nuovo competitore strategico (…) Essi hanno trovato una prima, fondamentale espressione nel mantenimento della Nato in Europa dopo la fine della Guerra Fredda, premessa geopolitica per una estensione del controllo al nucleo eurasiatico e quindi alla Cina, attualmente il più accreditato tra i potenziali “peer competitor” degli Stati Uniti. Tale Grand Strategy non può che basarsi sulla ricerca di una capacità soverchiante di forza, mezzo di “benevola” protezione degli alleati e strumento di deterrenza per chi la voglia sfidare su una concreta serie di progetti volti alla “Full Spectrum Dominance”, cioè il dominio militare su scala planetaria, consistente nell’insieme di deterrenza, controllo e capacità di proiezione militare unilaterale in tutti i possibili campi di battaglia [Pilger John, ” Rompere il silenzio “, Internazionale, n.423, 8 febbraio 2002].

In questo contesto si inserisce la attività del Project Air Force della Rand Corporation (think tank partner della U.S. Air Force ed espressione delle lobbies dell’industria militare statunitense) che agli inizi del 2003 ha divulgato il documento “Mastering the Ultimate High Ground: Next Steps in the Military Uses of Space”. Tale studio offre argomentazioni in favore dello sviluppo rapido delle capacità militari statunitensi nello spazio. Esso parte dal postulato che bisogna proteggere i satelliti commerciali statunitensi in ragione del flusso di informazioni che veicolano, dal quale dipende grande parte dell’economia nazionale. Ma anche le Forze Armate statunitensi sono dipendenti dai mezzi di comunicazione satellitare, i quali potrebbero subire attacchi tramite bombe nucleari o a impulsione elettromagnetica – da parte di potenziali nemici che però non identifica.

Partendo da questi presupposti, lo studio giustifica la necessità di investire massicciamente nella guerra spaziale, al fine non solo di sorvegliare le attività spaziali delle potenze concorrenti, ma anche di “assicurare il nostro accesso continuato allo spazio e negare lo spazio ad altri, se necessario” (Luogotenente Generale Edward G. Anderson III) [“Mastering the Ultimate High Ground: Next Steps in the Military Uses of Space”, http://www.rand.org/publications/ MR/MR1649/]. Il documento della Rand si inserisce perfettamente nella logica volta al definitivo rafforzamento del gap di potenza tra gli Stati Uniti e i potenziali concorrenti, ed è la risposta all’annuncio – nel maggio 2001 da parte di Rumsfeld – della riorganizzazione dei programmi spaziali del Pentagono (l’US Space Command era già stato istituito nel 1985):

“Alla Air Force sarà assegnata la responsabilità di organizzare, addestrare ed equipaggiare forze per rapide e sostenute operazioni spaziali, di carattere offensivo e difensivo” [Rumsfeld maggio 2001]. L’annuncio di Rumsfeld era sorprendente nella scelta dei tempi, in quanto andava a esacerbare i timori e le polemiche già suscitate dalla annunciata volontà di denunciare il trattato ABM e di voler costituire il Theater Missile Defenses (TMD), avvalorando le tesi di chi considerava quest’ultimo progetto il “thin edge of the wedge” per la “militarizzazione” dello spazio da parte degli Usa, ma non era un fulmine a ciel sereno, in quanto poco prima, in gennaio, Rumsfeld aveva pubblicamente annunciato le raccomandazioni della “Congressional Commission to Assess United States National Security Space Management and Organization” da lui presieduta: “Sappiamo dalla storia che ogni elemento -aria, terra e mare- ha visto dei conflitti […] La realtà indica che lo spazio non sarà differente. Data questa virtuale certezza, gli Usa devono sviluppare i mezzi sia di deterrenza che di difesa contro atti ostili nello e dallo spazio. Ciò richiederà superiori capacità spaziali […]

Gli Usa devono avere l’opzione di dispiegare armi nello spazio quale mezzo di deterrenza contro le minacce e, se necessario, di difesa contro attacchi ai propri interessi […] l’avere tale capacità darebbe agli Usa un deterrente molto più forte e, in un conflitto, uno straordinario vantaggio militare”, affermazione, quest’ultima, che lascia aperta la strada ad un uso non esclusivamente difensivo. La conferenza per la stampa dell’8 maggio, quindi, non era che il primo passo della istituzionalizzazione del Rapporto della Commissione, il quale non era che un rimaneggiamento di rapporti già pubblicati dallo US Space Command. Partendo da tali presupposti, lo US Space Command si è spinto oltre, teorizzando nel documento “USSPACECOM's Vision for 2020” (pubblicato nel 1998) l’opportunità per gli Stati Uniti di garantirsi il “Control of Space” (CoS) quale “abilità di assicurare l’ininterrotto accesso allo spazio per le forze statunitensi e dei nostri alleati, la libertà delle operazioni nello spazio e la abilità di negare l’accesso allo spazio a terzi, se necessario.

La abilità di ottenere e mantenere la superiorità spaziale diventerà decisiva in caso di campagna militare integrata. Con l’ininterrotto accesso allo spazio, gli Stati uniti possono lanciare e ricostituire costellazioni di satelliti quando richiesto, senza impedimento alcuno da parte dei nostri avversari. Come la dominant battlefield awareness (DBA) è critica per il successo delle forze di terra, mare ed aria, così la sorveglianza dello spazio ci aiuterà a raggiungere la DBA dello spazio.” Il “Control of Space” è il primo, e imprescindibile, dei quattro Concetti Operativi previsti dal “Visions for 2020”, la cui conclusione è che nel 21° secolo le forze spaziali non dovranno limitarsi a fornire supporto strategico alle forze “terrestri”, ma che “condurranno anche operazioni spaziali indipendenti.L’emergente sinergia della superiorità spaziale, come summa di controllo totale di acqua, aria e terra, ci permetterà di ottenere la Full Spectrum Dominance” [USSPACECOM's Vision for 2020].

Il documento della Rand, allora, non è piovuto dal cielo, ma è il risultato ultimo della volontà dei militari e di altri “falchi” della Guerra Fredda -oggi alla Casa Bianca- di consolidare per il prossimo secolo l’unipolarismo. Sotto questo punto di vista, le proteste di Russia e Cina appaiono del tutto comprensibili. Ad esse non sfugge che il programma di scudo stellare (popolarmente rinominato “Star Wars” e per il quale il “Senate Armed Services Committee” ha approvato lo stanziamento di 8.3 bilioni di dollari poco dopo l’11 settembre 2001) non ha a che fare con la difesa della Homeland in primo luogo – l’11 settembre ha dimostrato che un tale sistema è completamente inutile contro la “asymmetric warfare”. Piuttosto, riporta il Colorado Springs Indipendent, “La realtà, raramente discussa dai media e dai politici, è che il cosiddetto programma di difesa missilistica è semplicemente la prima fase in un programma di lungo termine volto a stabilire la superiorità militare nello spazio, un ambito che storicamente è stato largamente riservato a funzioni pacifiche”.

E’ chiaro che la costituzione di un sistema di difesa missilistico spaziale garantirà agli Usa non solo la possibilità di difendersi da eventuali attacchi, ma anche la capacità di “tagliar fuori dall’accesso allo spazio tutto il resto del mondo” [Callahan William, seminario del 20 aprile 2000, National War College]. Quest’ultima eventualità trova conferma nei piani militari che prevedono lo sviluppo di un laser destinato ad armare un sistema di satelliti (SBLs, Space-Based-Lasers) capaci non solo di abbattere missili nemici lanciati da basi terrestri ma anche di distruggere satelliti ostili e colpire obiettivi terrestri nemici. Il confine tra difesa e offesa si fa evidentemente molto sottile (…)

Minori controversie circa la natura della loro funzione riguardano un altro genere di satelliti attualmente allo studio, capaci di colpire target terrestri con proiettili al tungsteno non-esplosivi. Tali proiettili, chiamati “Rods from God”, “probabilmente lunghi 20 piedi per un piede di diametro […] potrebbero essere guidati via satellite verso qualsiasi obiettivo sulla Terra in pochi minuti” e “…colpirebbero ad una velocità di più di 12.000 piedi al secondo, sufficiente a distruggere anche bunker rinforzati di svariati livelli sotterranei. Non sarebbe necessaria alcuna carica esplosiva. La velocità ed il peso dei proiettili darebbero loro tutta la forza necessaria” [Kelly Jack, “Possible space weapons of the future”, Post-Gazette, 28 July 2003]. Il sistema satellitare sarà poi affiancato da “aerei spaziali”, capaci di colpire qualsiasi obiettivo sulla Terra nel giro di poche ore restando al di fuori della portata del contrattacco nemico.

“Il FALCON” -riferisce sempre Kelly sul Post-Gazette- “(acronimo per Force Application and Launch from the Continental United States) sarà inviato nella stratosfera da un aereo ausiliario e viaggerà a un’altitudine di 100.000 piedi e ad una velocità di 12 volte quella del suono. Il primo volo dimostrativo è fissato per il 2006. Oltre ad essere in grado di colpire un obiettivo più velocemente di un bombardiere convenzionale, il FALCON sarà virtualmente invulnerabile. Nessun aereo nemico o missile anti-aereo può volare così in alto, mentre il FALCON può lanciare missili anti-aerei. Inoltre non ci sarà bisogno di basi all’estero, perché il raggio di azione e la velocità del FALCON gli consentiranno di partire da basi situate sul territorio degli Stati Uniti.

L’Air Force Space Command, poi, sta già progettando un successore del FALCON –un autentico aereo spaziale capace di volare più in alto e più velocemente, di stare in volo più a lungo ed di caricare più armi. “una volta che il bersaglio è identificato, il nostro aereo può partire da una base Usa e nel giro di un’ora colpire ovunque nel mondo,” hanno affermato l’anno scorso i ricercatori dello SpaceCom” [Kelly Jack, “Possible space weapons of the future”, Post-Gazette, 28 July 2003]. Con l’insieme di tali dispositivi, gli Usa raggiungeranno l’obiettivo della Full Spectrum Dominance: “entro il 2025 gli Usa avranno sviluppato la capacità di colpire qualsiasi bersaglio sulla Terra nel giro di minuti” [Bleifuss Joel, “Rods from God”, editoriale di InThese Times, marzo 2003]».

La ricerca di nuove fonti di energia
Lo scenario che si delinea dunque è quello, spaventoso, illustrato dai più terrificanti film di fantascienza, ma questa volta è realtà. Già oggi centinaia di apparati per le telecomunicazioni e sonde spia dell’NSA e di altre agenzie solcano gli spazi attorno alla terra per accaparrarsi ogni possibile informazione di privati cittadini, distruggendo nella realtà dei fatti concetti come “privacy” e “dati personali”, nel nome di un ‘diritto a spiare’ emerso nel novero delle leggi antiterrorismo e del Patrioct Act, già dichiarato anticostituzionale da diversi giudici della Corte Suprema degli USA. Ora, agli “Occhi dal Cielo”, sta per aggiungersi un vero e proprio braccio militare, composto di sonde armate, rampe di lancio orbitali, High Energy Laser e Aerei-Razzo come il Falcon (terribilmente simile al fantomatico Aurora di cui da tempo si vocifera negli ambienti delle gole prodonde) capaci di raggiungere qualsiasi luogo nel mondo in meno di un’ora, e di sganciare il proprio armamento punitivo sul nemico, ovvero su chiunque possa ledere, in maniera diretta o indiretta, gli interessi degli Stati Uniti nel mondo.

Come nel film Terminator, dove la terribile Skynet coordinava dallo spazio tutte le attività di difesa USA, tra pochi anni paesi che non si allineano alla politica americana potrebbero venire sospettati di cooperazione col terrorismo, e vedersi piovere su palazzi e città barre di acciaio da 100 kg. Mentre leggete queste parole, fondi destinati all’Ente Spaziale americano vengono distratti da nuove normative interne per finanziare ricerche difensive spaziali militari, e vengono create strutture miste civili-militari per togliere alla NASA, una volta per tutte, l’egemonia civile dello spazio. Si parla di intraprendere una missione umana verso Marte, e di impiantare una base stabile sulla Luna entro il 2020.

L’amministrazione Bush non nasconde che scopo primario di tale nuove missioni sarà l’estrazione di minerali e elementi chimici importanti dal suolo lunare (e marziano), specie quelli destinati a diventare combustibili. Come in Iraq e in Afghanistan, il motore centrale delle azioni statunitensi è la disperata ricerca di nuove fonti di energia, senza le quali a poco serviranno tutti i jet e i caccia del mondo. Il petrolio sta diventando una merce rara e costosa, e non a caso la NASA sta proponendo di abbandonare gli Shuttle per fare un passo indietro e riprendere a utilizzare i missili a vettore, come l’Apollo. Erano più scomodi ma più leggeri, mentre per lanciare in orbita un singolo Shuttle, cosa che forse in pochi sanno, sono necessari circa 1.223.808 litri di carburante, vale a dire circa 1.200 tonnellate di combustibile che vanno letteralmente in fumo durante i sei minuti necessari a raggiungere l’orbita. Alla faccia della crisi energetica!

E naturalmente, quando sulla Luna o su Marte verranno trovati giacimenti interessanti, come uranio o carbone, questi andranno protetti e difesi armi alla mano da altri paesi, come la Cina, che nel frattempo stanno portando avanti a grandi passi il loro programma spaziale. Si sa, per i moderni cowboy, le nuove frontiere in cui portare armi e democrazia non sono mai abbastanza, e nel nostro futuro più che la pacifica Enterprise di Kirk e Spock, sarà probabile veder sfrecciare le inquietanti flotte di stampo nazistico illustrate nel film Starship Troopers.

“Abbiamo i mezzi. Abbiamo le armi. Ci servono solo i soldati…. Unisciti alla Fanteria dello Spazio e salva la Galassia! Il servizio militare ti garantisce di diventare un Cittadino. Vuoi saperne di più?”
– Starship Troopers, 1997

“Non sappiamo dove finirà il nostro viaggio, ma sappiamo questo: gli esseri umani ora stanno puntando al cosmo.”
– George W. Bush, “The new course for America's space program”, Gennaio 2004

di Pablo Ayo

Fonte: nexusedizioni.it

COWBOYS NELLO SPAZIO: L’IMPERO (USA) COLPISCE ANCORA ultima modifica: 2008-07-11T12:24:30+00:00 da Richard
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