Cristoforo Colombo non ha scoperto l'America

Il Giornale Online

di Paul-Eric Blanrue, storico, presidente del Cercle Zététique
Traduzione a cura di Max Carbone

Il presente articolo e' tratto dal sito: http://www.cicap.org/lombardia ed e' presente al link: [link=http://www.cicap.org/lombardia/cicaplombardianews/02_04_1999/02.htm]Qui.[/link]

Chi di noi non ha mai sentito parlare del fatto che la scoperta dell'America non sia da attribuire a Colombo ma ai vichinghi? Quanto c'è di vero in tutto questo? La storia, più della scienza, è soggetta, ovviamente, a numerose interpretazioni di tracce, indizi, reperti. Per questo motivo anche in questo campo una indagine “scettica” può servire a fugare i “dubbi” più palesemente errati dal punto di vista logico e a rimanere con i “dubbi” più significativi ai quali dover fornire risposte, che sono il vero motore della acquisizione della conoscenza.

No: Cristoforo Colombo non ha scoperto l'America!

E' oramai innegabile: la Pinta, la Nina e la Santa Maria non sono stati i primi vascelli a raggiungere le coste del “Nuovo Mondo”. Prima del 1492, l'Atlantico era già stato varcato da uomini dell'Est, ancorati nell'immaginario europeo sotto la denominazione di “Vichinghi”. Ed intrepidi autori arrivano perfino a dire che gli “antichi re del mare” ebbero dei predecessori… Ma non andiamo troppo veloci e cominciamo con la saga vichinga che è la più assodata.

Sempre più ad ovest!

Nell'anno 870, i Norvegesi stabiliti negli arcipelaghi scozzesi, in Irlanda, o che fuggivano dal loro paese sottomesso da Harald Belli Capelli, si lanciarono nella colonizzazione dell'Islanda. Si tratta di una delle numerose tappe di uno spostamento verso ovest che si farà gradualmente in funzione di interessi vari, i quali – bisogna dirlo rischiando così di frantumare il mito dell'avventura per l'avventura – erano principalmente commerciali. Intorno all'anno 900, un certo Gunnbjörn, spinto verso ovest dai venti, intravide un gruppo di isole sconosciute aldilà dell'Islanda. Diede loro il nome di “Rocce di Gunnbjörn”, ma non vi si accostò. La notizia di questa scoperta si sparse ed il navigatore ebbe degli emuli.

Nell'anno 978, Snaebjörn Galti tentò di raggiungere quelle “Rocce”. Fu un tremendo fallimento, di cui il Landnamabok ha ben memoria. Nell'anno 980 circa, Erik Il Rosso, bandito dall'Islanda in seguito ad un'oscura faccenda (criminale), a sua volta decise di mettersi in cerca di questi misteriosi isolotti. Prima di raggiungere la Groenlandia (il “paese verde”), trascorse tre inverni a fare scoperte lungo i fiordi del sud-ovest. Ritornò quindi nel suo paese per cercare uomini tentati dalla colonizzazione di queste nuove terre. Nel 985-986 circa, Erik ripartì a capo di una flotta di 25 vascelli sui quali si imbarcarono, in vista di una sistemazione definitiva, 800 persone, tutte islandesi, e numerosi capi di bestiame. La traversata fu difficoltosa e solo 14 vascelli arrivarono a destinazione.

La sistemazione avvenne principalmente ad est, attorno all'attuale Julianehaab, nell'Eystribyggdh. Un secondo territorio di colonizzazione venne creato ad ovest, nel Vestribyggdh. Erik impiantò il suo “grande mercato coperto” a Brattahild, all'estremità inferiore del “fiordo di Erik”. Qualche città sarà poi fondata in prossimità del mare aperto e nell'incavo dei fiordi. Dall'inizio dell'anno mille, con la cristianizzazione, verranno edificate numerose chiese. Uno Stato venne organizzandosi poco a poco, copiato in ogni punto dal modello islandese. Presto le prime colonie vennero popolate da qualche migliaio di abitanti, raggruppati, in precedenza, nella parte meridionale dell'isola. Vi campavano essenzialmente di pastorizia e facevano commercio di corde, avorio di tricheco o di narvalo, olio, ed anche di orsi bianchi.

Nei primi tempi, i Vichinghi groenlandesi non incontrarono Eskimesi (Inuit). Certamente non si sa quale fu il tipo di rapporti che in seguito ebbero a stabilire con loro. Molti racconti evocano gli scontri terribili che si sarebbero verificati tra questi due popoli: il pacifismo integrale degli indigeni, per contro, ce ne fa dubitare fortemente. Taluni antropologi, come Vilhjamur, pensano di avere dimostrato che ci furono incroci etnici. I conquistatori islandesi, non potendo restare sul posto, tenteranno in seguito spedizioni verso nord, ma anche verso ovest. Questa “conquista ad ovest”, che comunque non si concretizzerà, può essere suddivisa in 6 viaggi.

I 6 viaggi vichinghi in America

Il primo, uno dei più rapidi, fu eseguito da Bjarni, figlio di Herjolfr. Nel corso di una spedizione, appena un anno dopo lo sbarco in Groenlandia, Bjarni venne trascinato verso coste sconosciute, ad ovest-sud-ovest. Non osando salpare da queste coste, le risalì per un certo tempo, e quindi raggiunse il “fiordo d'Erik”, dove racconterà quanto visto. Buon sangue non mente: nell'anno 1000 circa, Leifr, il figlio di Erik il Rosso, accompagnato da 35 uomini, ripercorse, in senso opposto, l'itinerario di Bjarni. Ripercorse così i luoghi descritti dal suo predecessore. Il primo accostamento fu ad una terra occupata da “grandi ghiacciai” che, per la sua configurazione, battezzò Helluland (“Paese della Pietra Piatta”). Leifr proseguì la sua rotta lungo distese di sabbie bianche fino ad un territorio ricoperto di foreste, che chiamò appunto Markland, ossia “Paese delle Foreste”. Due giorni dopo, accostò su un'isola con l'erba abbondantemente imperlinata di rugiada.

In seguito, raggiunse una terra collocata aldilà dello stretto, risalì un corso d'acqua giungendo ad una laguna, dove gettò l'ancora e fece costruire alcune baracche in cui passare l'inverno: sorse Leifsbudhir (“Capanna di Leifr”). Poiché la regione era rigogliosa di vigne, Leifr le diede il nome di Vinland (“Paese del Vino”). Ritornerà in Groenlandia carico di legname e di vino. Thorvald, con 30 uomini, partì alla ricerca delle terre descritte da suo fratello Leifr, in cui ritrovò ancora intatte le capanne nelle quali passerà circa un anno. Per ritornare quindi in Groenlandia, passerà dal Markland e supererà un capo che chiamerà Kjalarnes (“Cap de la Quille”). Ma in uno scontro con gli “Skaerlings” verrà ferito mortalmente dalle loro frecce: là è sepolto.

Quarto viaggio, terzo fratello: Thorsteinn decise di riportare il corpo di Thorvald per dargli una cristiana sepoltura. Egli s'imbarcò con sua moglie e con 25 uomini, ma la furia del mare gli impedì di raggiungere il suo obiettivo. Thorfinn Karlsefni ebbe maggiori ambizioni. Ricco islandese emigrato in Groenlandia, pensò di rinnovare l'exploit di Erik il Rosso colonizzando il Vinland. Prese tre vascelli, sui quali imbarcò 150 persone ed il bestiame. Leifr accettò di prestar loro le “sue” capanne. Tutto procedette senza problemi: passò dal Helluland, dal Markland, superò il Kjalarnes e s'installò a Leifsbudhir. Dopo un anno, Thorfinn e le sue truppe dovettero affrontare i raids degli “Skaerlings”. Malgrado fossero stati messi in fuga, gli indigeni causarono tali fastidi alla spedizione che il suo capo approfittò del loro sbandamento per ritornare in Groenlandia. Non dimenticò di portare nei suoi bagagli un carico di ceppi e di uva.

L'ultima avventura è quella della figlia di Erik il Rosso, Freydis. Volle rinnovare l'esperienza di Thorfinn, si recò presso le capanne, ma la sua crudeltà e le rivalità in seno al suo equipaggio fecero naufragare il suo progetto di colonizzazione. Nessuno, in seguito, pare abbia mai più pensato di ritornare a Leifsbudhir.

Ci si può fidare delle saghe ?

Più nomi di luoghi compaiono in questi 6 episodi. I principali sono l'Helluland, il Markland e soprattutto il Vinland. La maggior parte dei ricercatori, basandosi sulle descrizioni topografiche, botaniche, zoologiche, meteorologiche, climatiche e su dati marittimi, hanno concluso che questi territori erano rispettivamente la Terra di Baffin, il Labrador ed un luogo, più difficile da definire, che può essere collocato, molto approssimativamente, tra la Nuova Inghilterra, la Nuova Scozia e le fasce costiere della baia del Saint-Laurent. Cioè, in poche parole, in Nord America. Cinque secoli prima il Genovese Colombo…detronizzato! Non stupisca il fatto che queste formidabili conclusioni abbiano impiegato un po' di tempo ad essere ammesse dagli universitari, sempre un po' lenti peraltro nel rivedere i loro insegnamenti e ad ammettere che la loro corporazione ha sbagliato per secoli. Per oscuri motivi, alcuni di loro non le hanno ancora accettate o si ostinano contro ogni ragione nel minimizzarne la portata… I documenti scritti sono ovviamente troppo fragili di per sé perché si possa accreditar loro un qualsivoglia significato storico.

Va di fatto che le fonti che riportano i vari viaggi dei Vichinghi groenlandesi, le famose “saghe” (l'Islandingabok, la Landnamabok sopracitata, la Saga di Erik il Rosso, la Saga dei Groenlandesi, il Detto dei Groenlandesi,…) sono state stese sulla carta più di tre secoli dopo gli avvenimenti. Tre secoli sono tanti e senza alcun dubbio questi racconti tratti da tradizioni navali contengono esagerazioni ed episodi mitologici che è necessario inserire nel loro contesto. Infatti, si incontrano dei mostri, degli eroi certamente troppo eroi ed una Freydis un po' troppo crudele per poter accordare a quei testi un credito illimitato. Chissà, può darsi anche che i personaggi o le stesse spedizioni siano frutto unicamente dell'immaginazione.

Se si dovesse credere alla lettera a quanto tramandatoci, lo scetticismo sarebbe di rigore. Ma la maggior parte delle storie, narrando la migrazione vichinga dall'Islanda verso la Groenlandia e dal sud della Groenlandia verso nord, ha avuto conferma dagli scavi archeologici in loco. Sono state enumerate circa 190 fattorie, 12 chiese e due monasteri. Per quanto riguarda la regione dell'Eystribyggdh e nella Vestribyggdh, circa 90 fattorie e 4 chiese. I resti di una cattedrale esistono tuttora a Igaliko (anticamente Gardhar). Brattahild, ove Erik il Rosso si stabilì, è stata identificata e coincide con l'attuale Kaksiarsuk. Il “fjordo di Erik” si chiama oggi Tunidliarfik.
Al Museo Nazionale di Copenaghen, si può tuttora ammirare una pietra runica, trovata nel 1824 da un Eskimese, a Upernivik, sull'Isola di Kingigtorssuaq, a 75° 58' di latitudine nord, che testimonia la realtà delle spedizioni vichinghe svolte a nord della Groenlandia, per quanto stupefacente possa sembrare. Si può dunque ammettere che i testi narranti i viaggi a nord, per tardivi che siano, con le loro inevitabili esagerazioni e contraddizioni, tracciano a grandi linee avvenimenti vissuti. Le cose andrebbero diversamente per i viaggi a sud-ovest ? Questi non sarebbero che puri prodotti del folklore, come li dipingono certi universitari ?

La prova dell'Anse-aux-Meadows.

Le riserve su questo punto sono alquanto strane poiché questi viaggi sono, come gli altri, confortati dalle scoperte archeologiche più affidabili.

Innanzi tutto ci sono gli indizi: una punta di freccia in silex di fattura algonchina ritrovata nel cimitero di Kilarsarfik, nel centro della Vestribyggdh (gli Algonchini sono gli Indiani d'America del Nord che potrebbero essere imparentati con i misteriosi “Skraelings” che uccisero Thorvald) ed un pezzo di antracite che secondo gli archeologi non potrebbe provenire che da un giacimento a cielo aperto di Rhode Island. Evidentemente, si potrebbe obiettare, anche se l'argomento non convince che i convinti, che questi oggetti sono stati trasportati da popoli d'America e che furono gli Eskimesi a seppellirli in suolo vichingo.
Ma c'è soprattutto La Prova.

All'inizio degli anni 60, al nord di Terranova, nell'Ansa-agli-Meadows, sulla riva sud dello stretto di Belle-Isle, Helge e Anne Stine Ingstad hanno riportato alla luce i luoghi dove c'erano delle grandi case di tipo scandinavo. Assecondati dal Dr William Taylor, indianista al Museo Nazionale del Canada, alcuni archeologi islandesi e svedesi (di cui Kristjan Eldjarn, futuro presidente della Repubblica d'Islanda) ed un geologo intrapresero un'esplorazione pressoché completa del sito.

I risultati andarono oltre ogni speranza. Sulla riva est di un corso d'acqua proveniente dalle lagune interne, il Black Duck Pond, essi evidenziarono una costruzione di 16m×20m in cui le norme di costruzione erano rigorosamente identiche a quelle dei Vichinghi (un grande atrio ed un focolare rettangolare), altri focolari, cucine,…; ad ovest, trovarono i resti di una forgia, nonché una fossa piena di carbone. In una ceneriera, riportata alla luce da Rolf Pétré, si trovarono delle ceneri di carbone ed un pezzetto di rame. Un esame metallurgico permise di stabilire che quel pezzetto era stato forgiato secondo una tecnica estranea agli autoctoni. Il metodo del C14 fu applicato al carbone : datava circa l'anno mille! Tutti gli altri oggetti di origine biologica sottoposti al C14 denunciarono affinità cronologiche, facendole così coincidere con il periodo delle spedizioni vichinghe riportate dalle saghe.

Tutti gli oggetti catalogati, che si tratti di chiodi di ferro, di una lampada, di utensili di pietra o di una piccola corona di pietra olearia, usata per filare la lana (nè gli Eskimesi né gli Indiani lavoravano la lana!) erano incontestabilmente di origine vichinga.

A meno che non si sia particolarmente ottusi, non si può che ammettere, tenendo conto di tutti questi dati, che il luogo dell'Anse-aux-Meadows fu occupato dai Vichinghi all'incirca nell'anno mille. Sempre che non si voglia credere che appena 20 anni dopo l'arrivo degli Vichinghi in Groenlandia, Indiani molto ingegnosi abbiano copiato perfettamente gli usi e le norme di questi, dimenticando improvvisamente la propria cultura, e che si siano accontentati di “sperimentare” in quel posto preciso, in un'epoca precisa, non traendone alcuna lezione per il loro futuro. Régis Boyer, dell'università Paris-Sorbonne, sembra crederci, poiché scrive che “è imprudente affermare che gli Islandesi del Groenland abbiano scoperto l'America del Nord”. Strana concezione della storia.

Sotto il sole dell'Amazzonia ?

Una domanda sorge immediatamente: i Vichinghi, dopo essersi portati fino all'estremo nord dell'America, non potrebbero aver avuto l'idea di avventurarsi nelle terre del sud ? Dopo tutto, la curiosità essendo quello che è, sarebbe stata un comportamento assolutamente naturale. Per taluni autori, la moneta scoperta nel 1955 da due archeologi dilettanti in un sito indiano nel Maine, costituisce una prova sufficiente di questo percorso. Periziata nel 1982, la moneta rivela effettivamente la sua origine vichinga, battuta in Norvegia sotto il regno di Olaf Kyrre (1066-1093). Bucata sul bordo, dovette servire da amuleto all'Indiano che la portava. Ma un'unica monetina, per di più di poco valore, è sufficiente per dimostrare che i Vichinghi si siano spostati fino al luogo della sua scoperta ? Certamente no. Nessun sito di tipo scandinavo evidenziato nelle vicinanze fa pensare che questa moneta fu data ad un'Indiano nell'ambito di uno scambio.

Nel 1930, si trovò a Beardmore, in Ontario, un'autentica spada vichinga. Ahimè! Era arrivata lì dieci anni prima! Ci fu anche la “pietra runica di Kensington”, nel Minnesota. Ma, a parte Alf Mongé ed il Dr Landsverk, tutti gli esperti assicurano che è un falso… Per Jacques de Mahieu, “professore all'università di Buenos Aires, antropologo, economista, sociologo, storico” (!), i Vichinghi non solo sono andati fino in America Centrale, ma sono anche sbarcati in Amazonia. L'eminente personaggio ha fatto delle ricostruzioni assolutamente fantastiche delle spedizioni in America del Sud, facendo, pagina dopo pagina, degli accostamenti azzardati che solo un neofita può confondere con “erudizione”. Per Mahieu non c'è spazio per la contestazione : “nell'anno 967 della nostra era, all'incirca 700 Vichinghi dei due sessi sbarcarono da sette drakkar sulle coste del Messico”.

Da lì provengono la “mitologia solare, un'organizzazione politica, valori morali, conoscenze scientifiche e tecniche, innumerevoli termini danesi, tedeschi ed anglo-sassoni ancora usati dagli Indiani all'inizio del secolo scorso”!! Tutto ciò, naturalmente, senza che si sia ritrovata la minima traccia archeologica del loro passaggio… Il distinto professore finirà addirittura per considerare che prima di Colombo “tutti andavano in America”: tutti, compresi, come lo si può indovinare, i Templari (perché mai?!). Colombo non avrebbe d'altronde alcun merito: la mappa dell'America, l'aveva rubata!

L'ipotesi dei viaggi meridionali ed equatoriali dei Vichinghi meriterebbe senz'altro qualcosa di meglio dei romanzi immaginati da bislacchi di questo genere. Se, cosa possibile, fosse un giorno confermata, certe credenze di cui i Precolombiani si impregnarono (come lo stupefacente mito di Quetzalcoatl, il “dio bianco barbuto”, il cui ritorno “annunciato” avrebbe causato la rovina dei Messicani) troverebbero una spiegazione razionale. Ma non è necessario che una credenza abbia bisogno di un elemento positivo per nascere e prosperare, né che sia stata quella che crediamo essere stata. Bisogna comunque riconoscere che allo stato attuale delle ricerche, siamo ben lungi dall'aver progredito su questo punto.

Celti, Fenici e… Neanderthal

E prima dei Vichinghi?

Prima si nuota in un mare di supposizioni…
Come Heyerdhal o Ragnar Thorseth per i Vichinghi, Tim Severin ha dimostrato che si poteva attraversare l'Atlantico a bordo di imbarcazioni fragili, come le coracli degli Irlandesi dell'Alto Medioevo (pelli cucite sopra un'armatura di legno). Ma l'exploit sportivo non è una garanzia, tanto più che Severin, lui sì, sapeva dove andava… Louis Kevran tentò di dimostrare che Santo Brandan, il più famoso “monaco-navigatore” del Medioevo, aveva realmente compiuto i viaggi che gli sono attribuiti da narrazioni tardive, scritte, le più recenti, tre secoli dopo la sua morte (ossia nel IX° sec.). Egli pensò che il santo uomo avesse raggiunto l'America alla ricerca del Paradiso.

Perché no, ovviamente? Un'avventura solitaria, anche se resa incerta dalle difficoltà tecniche che genera, è sempre possibile e può condurre a Cuba o alle Canarie. Ma la foschia agiografica e metaforica che avvolge i testi, la costante imprecisione geografica che ne risulta (e che, contrariamente alle saghe scandinave, lascia libero sfogo ad ogni fantasia senza garantirne alcuna), l'assenza di fatti materiali a sostegno di tali spedizioni, sono elementi che per ora autorizzano a dubitare della realtà di questi viaggi. Per quanto riguarda le tracce di spedizioni precedenti (condotte dai Celti, per esempio), è poco dire che sono tenui. Qualche autore, il cui spirito d'avventura non ha nulla da invidiare ai navigatori dei quali descrivono le peregrinazioni, non ha ovviamente avuto alcuna remora nello spiegare l'agevolezza di queste antiche traversate transoceaniche con la presenza opportuna dello scalo dell'Atlantide, in pieno oceano…

E' inutile risponder loro.

Come sempre accade quando si approda alle rive scivolose delle ricostituzioni ipotetiche, ci furono anche dei millantatori. Ad esempio il fumoso Cyrus Gordon che, dopo aver “dimostrato” che gli Ebrei si erano recati in America dopo la loro partenza dalla Palestina, scovò la riproduzione di un testo fenicio scolpito su una stele di Pouso Alto, in Brasile… guardandosi bene di avvertire i suoi lettori che si trattava di un falso monumentale, del quale fu vittima nel secolo scorso il direttore del Museo Nazionale di Rio de Janeiro, il Dr Netto! Chi altro? I Cinesi? Gli Oceani? La via del Pacifico, nel corso del I° millennio antecedente la nostra era, è un'ipotesi probabile, a dire dei botanici (la patata è comune all'America e alla Polinesia ed il cotone all'Asia e all'America Centrale e del Sud). Ma quanto a precisare la natura e la qualità dei nessi, ce ne vuole…

I veri scopritori dell'America sono in realtà molto più antichi. Sono semplicemente i primi migranti che hanno popolato il continente americano. Li si dimentica sempre. “Semplicemente” non è d'altronde la giusta espressione, poiché si esita a pronunciarsi con certezza sulla data esatta del loro arrivo, nonché sulla loro origine. Niente è sempre semplice. Fino alla fine degli anni 80, gli “specialisti” optavano per un popolamento iniziale di origine mongoloide che facevano risalire al -12000 ca.. Dalle scoperte fatte in Brasile da Niède Guidon e Georgette Delibrias, i primi esploratori sono molto “invecchiati”: adesso si stima che siano venuti dall'Asia, ma certamente anche dalla Polinesia, verso il -40000 (durante la “glaciazione del Wurm”), attraversando a piedi lo stretto di Behring. Quanto tempo potrà durare questa datazione? Certi la rimandano già a -70000 anni. L'Uomo di Neanderthal primo predecessore di Colombo?

Vigna o praterie?

Per meglio respingere l'idea di un tentativo di colonizzazione precoce dell'America da parte dei Vichinghi, certi autori hanno contestato l'origine della parola “Vinland” (correntemente tradotta con “Paese della Vigna”) che si trova in almeno cinque saghe. La vigna selvaggia non può esistere sotto tali latitudini! Bisognerebbe preferirle l'accezione più saggia di “Paese delle Praterie”. E' una questione di “i”: se è una “i lunga”, si tratta certamente della vigna, se è una “i breve”, bisogna tradurre con “prateria”. La storia della vigna ricorderebbe “troppo” quello che si trova nella Bibbia (in terra di Canaan). Le “querelle” linguistiche possono durare all'infinito, ma una cosa è certa: la presenza della vigna in queste aree è attestata dai sopralluoghi che vennero effettuati nel luglio 1534 dall'esploratore francese Jacques Cartier.

Il passato nelle mappe.

Sono state repertoriate mappe, realizzate prima di Colombo, di tutto o parte del continente americano? Vasto il dibattito la cui soluzione spiegherebbe molte cose, ma che è stato purtroppo inquinato dalle mistificazioni e dalle interpretazioni abusive. Per “provare” che l'America era conosciuta fin dalla più Alta Antichità, i compari Bergier e Pauwels, del “Mattino dei Maghi” (il peggio del peggio) sventolarono la “mappa di Piri Reis”. Per non smentirsi, aggiunsero che questo documento non poteva essere stato redatto che partendo da osservazioni fatte da un congegno volante! Come ha ricordato Jean-Pierre Adam nel suo gustoso “Passé recomposé”, questo mappamondo è un documento di ricomposizione realizzato all'inizio del XVI° secolo dall'ammiraglio di Soliman il Magnifico, partendo da carte rilevanti le scoperte degli Spagnoli e dei Portoghesi.

La “mappa del Vinland” ha fatto anch'essa scorrere molto inchiostro. L'università di Yale, nel 1965, assicura di aver trovato una mappa del 1440 menzionante l'esistenza del Vinland, accompagnata da una nota su Leifr e Bjarni. Un'analisi chimica dell'inchiostro, fatta ulteriormente da Walter McCrone di Chicago, indicò che si trattava di un falso.

Fonte: http://ufocun.tripod.com/colom3.htm

Cristoforo Colombo non ha scoperto l'America ultima modifica: 2009-10-12T20:52:25+00:00 da Quantico
About the Author
Quantico