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Anonimo

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DI CELLULARE SI MUORE
di Riccardo Staglianò – 7 febbraio 2012
Dieci anni di utilizzo sono la soglia di rischio: dopo questo periodo la possibilità di ammalarsi di tumore al cervello raddoppia negli adulti e quintuplica nei giovani. Sinora il nostro Governo ha manifestato un colpevole ottimismo, ma difendersi si può

Non esiste un apparecchio più diffuso del cellulare, ce ne sono 5,2 miliardi di esemplari nel pianeta, letteralmente uno a persona. Ma quella del cellulare è una delle storie più confuse degli ultimi 25 anni: un giorno si sostiene che faccia male, un giorno si dice il contrario e il giorno dopo che può provocare il tumore al cervello. La cosa sorprendente è la scienza produce tesi così diverse, talora opposte, partendo dai medesimi dati. Com'è possibile?
Ricercando su questa materia, mi sono reso conto che anche le riviste scientifiche più autorevoli a volte commettono le stesse imprecisioni che commettono i tabloid: ad esempio, e questo è il caso più diffuso, declamano nel titolo che i cellulari non fanno male, salvo poi chiarire, all'interno dell'articolo, che questo è vero fino a 10 anni di utilizzo, individuati come soglia di rischio. Gli studi più attendibili, infatti, sostengono in maniera abbastanza concorde che i rischi diventano evidenti dopo 10 anni di uso intenso, fissato, in modo abbastanza discutibile, in 27 minuti al giorno. Un utilizzo che dunque oggi facciamo quasi tutti.
Quando gli studi tranquillizzano e dicono non c'è rischio, intendono dire che non c'è rischio fino a 10 anni, ma per tutti quelli che lo usano da un tempo maggiore, quel rischio inizia a vedersi e in molti casi raddoppia rispetto a chi non ne ha fatto uso. I pericoli più gravi sono per i più giovani: quelli che hanno cominciato a usare il cellulare prima dei 20 anni, secondo alcuni studi avrebbero un rischio quintuplicato di sviluppare un tumore al cervello, rispetto alle persone che non l'hanno fatto. Di fronte a questi dati, che ovviamente non sono definitivi e che dunque legittimano il proseguimento delle ricerche, è quantomeno lecito autorizzare un principio di precauzione. D'altronde, è quello che succede da qualche anno in tutta Europa: in Francia addirittura si è arrivati a proibire la pubblicità dei cellulari per gli under 14, oltre che obbligare i rivenditori a vendere i cellulari sempre con un auricolare e ad indicare i livelli di emissioni per i diversi modelli; in Gran Bretagna vigono analoghi consigli di moderazione nell'uso da parte dei bambini; in Israele c'è persino una proposta di legge secondo cui gli operatori dovrebbero mandare ogni giorno un sms che recita: “attenzione, questo apparecchio emette radiazione elettromagnetiche e l'Organizzazione mondiale della sanità ha detto che ciò può provocare un cancro”. Praticamente tutto il mondo evoluto, tutti gli Stati si sono attivati, mentre fino ad oggi il governo italiano ha manifestato colpevolmente un certo ottimismo nei confronti di questa materia, con l'Istituto superiore di sanità che tranquillizzava e negava qualsiasi rischio.
Finalmente qualcosa è cambiato quest'estate, quando la Iarc, Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, braccio specializzato dell'Organizzazione mondiale della sanità, ha incluso le radiazioni dei cellulari tra i possibili cancerogeni. A quel punto, il Ministero della Salute si è svegliato di soprassalto e ha dato incarico al Consiglio Superiore della Sanità, che è l'organo delle massime autorità mediche del nostro Paese, di indagare e di emettere un parere. Parere che è arrivato finalmente a novembre e che invita a una sensibilizzazione nell'uso del cellulare soprattutto per quanto riguarda i bambini, che dovrebbero farne un uso limitato alle situazioni di necessità.
È la prima volta che questo avviene, ci riporta in un alveo europeo più maturo: adesso manca solo che il Ministero faccia la sua parte e traduca in pratica questo Consiglio ragionevole di cautela.
I produttori non vogliono affatto che si discuta dei possibili pericoli, perché temono che questo possa ridurre sensibilmente l'uso. Questa storia è tanto più paradossale, quanto invece sarebbe semplice assumere delle precauzioni: il principio generale è che la distanza è nostra amica, bastano pochissimi centimetri, magari usando il vivavoce o l'auricolare, per disperdere le radiazioni e risolvere il problema alla radice. Perché questo non viene consigliato? Rimane un mistero, se non interpretandolo come un'indisponibilità delle aziende ad ammettere anche il minimo problema in questa vicenda, per paura di spaventare gli utenti.
Credo che su una materia così delicata, ovvero la salute dei cittadini e dei consumatori e tanto più in una sfera così intima e cruciale come il cervello, non si possa avere questa timidezza.