Rispondi a: Obama si Obama no

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Sephiroth
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Obama un clandestino alla Casa Bianca? :O

Nel caso di un presidente dal background multietnico che non ha mai esibito il proprio certificato di nascita, l'ipotesi non è inverosimile. La costituzione americana restringe infatti l'accesso all'ufficio ovale ai natural born citizen. Ovvero a quanti siano venuti al mondo negli Stati Uniti, e non abbiano ottenuto passaporti di altri Paesi. Requisiti che l'afro-indonesiano Barack Hussein difficilmente ha potuto onorare entrambi.

A chiedere una verifica dello status anagrafico del neo comandante in capo, e l'eventuale impeachment a tre giorni dall'insediamento (un record), è un movimento trasversale guidato dall'ex ministro della giustizia democratico della Pennsylvania, Peter J. Berg. Sulla scia di una ventina di istanze legali, istruite finora da avvocati e fondazioni giuridiche in altrettanti stati. E con la spinta di una petizione alla Corte Suprema da 300.000 firme e di un passaparola in rete da 100 milioni di contatti. Obiettivo, costringere Obama a rendere pubblico il suo certificato di nascita originale.

Allo scopo di scongiurare una crisi istituzionale senza precedenti, che porterebbe all'annullamento di ogni trattato, legge, ordine o nomina da lui varati. Gli indizi circostanziati di una possibile frode, magari involontaria, da parte del primo presidente nero non mancano. Solo il 41% degli americani, sondati da Americaonline, ritiene non vi sia niente da investigare. In un Paese come gli Usa, dove senza certificato di nascita non ti danno la patente o la tessera del club, il vizio di fondo del sistema elettorale consiste nella delega in bianco sulla selezione dei candidati ai comitati partitici statali.

I quali, in tema di verifica dei documenti, si affidano a loro volta a un'autodichiarazione degli aspiranti presidenti. Senza supervisione alcuna, visto che i segretari di stato si limitano a suggellare i nominativi sulle schede. Diciamolo subito. Questa è la tipica battaglia per il rispetto delle regole di cui i media non si occupano. Perchè è politicamente scorretto sporcare l'american dream questionando il pedigree dell'erede di M.L. King. E oltreoceano un Pannella non esiste. La domanda sorge spontanea: cosa costava a Barack Obama tacitare le voci (emerse già in campagna elettorale) su una sua presunta nascita in Kenya, e sulla successiva acquisizione della cittadinanza indonesiana, diffondendo copia autenticata del proprio certificato? Per richiedere una bona fide copy al Vital Statistics Bureau bastano 5 dollari. Obama ha preferito spenderne quasi un milione, incaricando un team di avvocati di contrastare le pretese dei querelanti. Viene il sospetto che qualcosa da nascondere ci sia. Anche perchè il nostro eroe ha blindato addirittura i suoi dossier scolastici (Punahou high, Occidental College, Columbia University, Harvard law school).

A registrare il neonato Obama fu la madre Stanley Ann Dunham presso il Dipartimento della sanità dello stato americano delle Hawaii, l'8 agosto 1961. Trattasi però di mera (e obbligatoria) segnalazione della nascita, avvenuta il 4. Non dell'atto che documenta il parto, emesso dall'ospedale o dal medico competenti. In ossequio allo statuto 338-178, era allora pratica comune per le autorità di Honolulu accettare la registrazione anche di bimbi nati all'estero, qualora i genitori avessero eletto residenza sull'isola. Dunque tale certificato (o Live birth), postato dallo stesso Obama sul suo sito per placare le polemiche, non ha molto valore. Bisognerebbe conoscere i dettagli del nosocomio o del dottore che operarono, per sapere se erano americani o kenyoti. Ann Dunham -defunta da anni- giunse in Kenya già incinta nel febbraio '61. Al fianco del marito e cittadino kenyota Barak senior. Credere che a pochi giorni dal parto se ne sia tornata in America è piuttosto arduo, considerando il ferreo divieto di volo alle gestanti in fase avanzata. La nonna africana di Obama, Sarah, ha affermato in alcune interviste (e il 16 ottobre col rev. Ron McRae) d'aver assistito alla nascita del futuro presidente in Kenya, al Coast province Hospital di Mombasa.

Audio e video delle dichiarazioni sono accessibili dai seguenti indirizzi: 2.bp.blogspot.com/_R-l1iejogZw/SQ32e7uDRuI/AAAAAAAABPc/1h5o9cnlKHg/s1600-h/Transcript.bmp, e pl.youtube.com/watch?v=4FqVRWgrNw&eurl=http://blog.barofintegrity.us/2008/11/01/barack-nate-dhalani.aspx?ref=rss.

Una conferma incrociata l'avrebbe carpita al responsabile del Provincial civil registrar di Mombasa l'affidavit di un altro reverendo, Kweli Shuhubia. Ma anche la sorella e lo zio di Obama, Maya e Sayd, non sanno indicare con certezza il luogo natìo del celebre parente (pag.21-30, The Obama Nation). Financo l'ambasciatore del Kenya, ha rivendicato nella patria africana la culla del neo presidente (la sua intervista a Radio 101 Detroit è su pl.youtube.com/watch?v=zH4GX3Otf14&feature=related).

La Dunham era americana, tuttavia, secondo la legge del tempo, per trasferire la cittadinanza a un figlio nato all'estero, occorreva aver vissuto un decennio negli Usa, di cui 5 dopo i 14 anni di età. In breve, all'epoca del parto Stanley Ann avrebbe dovuto avere 19 anni, e ne aveva 18. La cittadinanza è peraltro condizione diversa da quella di natural born. In più Obama, essendo figlio di un cittadino del Kenya, ha goduto automaticamente di un'ulteriore cittadinanza. Per effetto del British Nationality act del 1948 (parte II sez 5), cui si trovava soggetto, Barack sr. gli trasferì senza dubbio la cittadinanza britannica. Almeno sino all'indipendenza del Kenya. Ricapitolando: il presidente Obama nacque cittadino britannico, e forse anche americano (ove partorito alle Hawaii).

Quindi, con la fine dell'impero, divenne kenyota fino alla maggiore età. E non è finita. In seguito alle seconde nozze della madre con l'indonesiano Lolo Soetoro, e avendolo questi riconosciuto in custodia (legge n 9 codice civile indonesiano), Obama acquisì tra il 1967 e il 1971 la cittadinanza del nuovo genitore. Come previsto dalla sez. 317 B dello Us Nationality act. D'altronde gli sarebbe stato impossibile frequentare le elementari Fransiskus Assisi di Jakarta, col nome di Barry Soetoro, senza essere cittadino dell'Indonesia. Nel suo documento di iscrizione, alla voce cittadinanza (karty tanda pendudaks) figurava l'aggettivo indonesiana. La doppia nazionalità era proibita: il governo locale imponeva di rinunciarvi.

E solo con un passaporto islamico il giovane Barack Hussein avrebbe potuto effettuare nell'81 un viaggio in Pakistan, quell'anno off limits agli americani a causa della legge marziale. Da notare che non risultano tracce di un suo passaporto Usa prima della nomina a senatore, o di cambi formali dei i vari alias, sui quali ha poi glissato con l'ordine avvocatizio dell'Illinois. Nè esiste prova di naturalizzazione al rientro negli Stati Uniti, dove nel '71 si recò senza più la madre, l'unica che avrebbe potuto farne richiesta. In realtà, nemmeno nascendo alle Hawaii per lui sarebbe cambiato granchè: lo Us Nationality act prescriveva che i minori, quando i genitori espatriavano, perdessero la cittadinanza.

Per riaverla, Obama avrebbe dovuto compiere un Giuramento di fedeltà (Oath of allegiance) presso un'ambasciata o in tribunale. Non pare l'abbia fatto. Barack Obama non si può insomma considerare un natural born citizen nei termini prescritti dai padri fondatori. Questo l'assunto di chi lo ha citato in tribunale o lo giudica un 'abusivo'. Tra cui la United States Justice Foundation, intenzionata a invalidare ogni suo atto esecutivo; l'ex candidato alla presidenza dell'Independent Party Alan Keyes; il direttore della Stop Obama Coalition Andy Martin; o l'ex giudice capo della Corte suprema dell'Alabama e della We the people Foundation for constitutional education, Roy Moore. Giusto oggi la Corte Suprema deciderà in via preliminare se discutere l'azione intentata da un certo Gail Lightfoot.

Ma è prassi dell'assise non avviare procedimenti che coinvolgano il presidente prima di un periodo di rodaggio. Mentre Berg ha annunciato una richiesta di decadenza dalla carica (quo warranto), sollecitando la congressional review prevista in costituzione. Così da “smascherare la più grande frode in 230 anni”. Anche il repubblicano McCain era stato oggetto di cause, circa i natali panamensi. Ma ben prima che una corte intervenisse, aveva diffuso il suo certificato, dimostrando che Panama era sotto giurisdizione Usa. Quanto ad Obama, ha appena giurato di “proteggere tutelare e difendere la costituzione”, in una cerimonia curiosamente intitolata “Una nuova nascita”. Auguriamoci sia vero.