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04/11/2009

America al voto un anno dopo: campanello d'allarme per Obama?
Scritto da: Alessandra Farkas alle 05:01

NEW YORK – L’indipendente Michael Bloomberg confermato sindaco a New York, roccaforte democratica. Il repubblicano Bob McDonnell eletto nuovo governatore della Virginia, dopo otto anni di dominio democratico. E in New Jersey – anch’esso tradizionalmente del partito dei Kennedy, Clinton e Obama – il governatore uscente Jon Corzine, democratico ed ex banchiere di Goldman Sachs, mandato a casa per far posto a Chris Christie, repubblicano.

L’America si è recata alle urne, ieri, in quello che è stato interpretato da molti come il primo referendum sull’operato di Barack Obama: il barometro della sua popolarità, a un anno esatto dalla sua storica elezione.
Si è trattato di un test elettorale ben più modesto rispetto al grande banco di prova del voto di metà mandato, nel novembre 2010. Quando il paese sarà chiamato a rinnovare un terzo del Senato, tutta la Camera dei rappresentanti e più di due terzi dei governatori.

Eppure la domanda è d'obbligo: è forse colpa di Obama, la dimostrazione che, a un anno dalla vittoria, l’America vuole già punirlo? “Il suo impatto sul primo test elettorale dopo l'elezione del 2008 è stato sopravvalutato”, ribatte il Washington Post, citando i sondaggi condotti a caldo all’uscita dai seggi, dove la maggioranza degli elettori afferma che “il presidente non è stato affatto un fattore nella nostra scelta”.

A un anno dalla storica vittoria elettorale che l'ha portato alla Casa Bianca, Obama continua ad avere il sostegno del 54% degli americani, una percentuale quasi identica a quella del voto di 12 mesi fa, quando ottenne il 53 % dei suffragi. Ciò non significa che le sconfitte dei candidati democratici non rappresentino un campanello d'allarme per il partito della Casa Bianca o che non possano essere rappresentate come tali dall'opposizione repubblicana.

La controffensiva democratica è già iniziata. “È passato un anno da quando una netta maggioranza degli americani ha eletto Obama per cambiare il mondo. Ed è esattamente quello che egli sta facendo”, sentenzia l'influente editorialista e premio Pulitzer Eugene Robinson. “Obama è un presidente, non un eroe di un film d'azione di Hollywood”, incalza, puntando il dito contro “la burocratica lentezza di Washington nell'attuare i cambiamenti”.

Passando in rassegna i 287 giorni dell’era Obama, non si può dargli torto. Nonostante l’ostruzionismo unanime dei repubblicani al Congresso, Obama è riuscito ad impedire che la peggiore crisi economica degli ultimi decenni si trasformasse in una nuova Grande Depressione. La Casa Bianca ha evitato il crollo del sistema, come dimostra la crescita del Pil del 3,5% dell'ultimo quadrimestre.

Sul fronte della politica estera, ha buttato alle ortiche la famigerata tortura dell’era Bush-Cheney, si appresta a chiudere Guantanamo e a ritirare le truppe dall’Iraq, ha aperto il dialogo con l'Islam, riavviato il multilateralismo e accettato il consenso scientifico sul cambiamento climatico. E per la prima volta l’America è sulla soglia di un vera riforma sanitaria: non roba da poco. Sull’Afghanistan non ha la risposta giusta? “Certo, ma non sono sicuro che qualcuno possa averla”, replica Robinson.

Strascico di polemiche anche per la scontata rielezione di Bloomberg, confermato per il terzo mandato dopo aver
speso di tasca sua circa 90 milioni di dollari per farsi rieleggere – 246 milioni se si calcolano i due precedenti mandati – ed aver cambiato la costituzione del comune che imponeva limiti al suo incarico.

Joyce Purnick, ex capo della redazione politica del New York Times e autrice del libro “Michael Bloomberg, Money, Power and Politics” sostiene che Bloomberg avrebbe potuto spendere molto meno per la sua campagna elettorale. “Una volta il sindaco mi disse che fu una maestra a suscitare il suo genuino interesse nella storia”, scrive Purnick, “ma evidentemente nelle sue lezioni la maestra si dimenticò di coprire la storia di New York: negli ultimi 50 anni, solo due su sette sindaci hanno perso la rielezione”.

La Grande Mela, in altre parole, vota sempre per il candidato uscente (basta che non sia sorpreso a rubare o a uccidere). “Invece di spendere oltre 14 volte rispetto al suo rivale Thompson, con un po’ più di senso della storia Bloomberg avrebbe potuto risparmiare a se stesso qualche centinaio di milioni di dollari e ai newyorchesi l’impressione che i loro voti siano stati comprati, e non chiesti”.

http://route66.corriere.it/

Ad un anno dall'elezione del presidente i repubblicani conquistano
Virginia e New Jersey. Bloomberg si conferma sindaco di New York

Anniversario amaro per Obama
Democratici sconfitti nei test locali

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

l'articolo completo
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/esteri/obama-presidenza-11/sconfitta-democratici/sconfitta-democratici.html