Rispondi a: CRISI FINANZIARIA: un nuovo mondo sta nascendo

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Anonimo

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I “FONDI AVVOLTOIO” SI ABBUFFANO SULLE ECONOMIE DISASTRATE
Postato il Sabato, 17 dicembre @ 06:25:00 CST di supervice

PER L'EUROPA UN CAMPO DI BATTAGLIA MORTALE

DI OLAFUR ARNARSON, MICHAEL HUDSON E GUNNAR TOMASSON
Counterpunch
Il problema delle insolvenze dei prestiti bancari, specialmente quelli garantiti dal governo come i prestiti agli studenti e i mutui della Fanny Mae, ha riportato all’attenzione la questione su quale dovrebbe essere il “valore di mercato” di questi debiti obbligazionari. Il valore di mercato dovrebbe rispecchiare ciò che i debitori sono in grado di pagare (ovvero pagare senza andare in bancarotta)? Oppure è corretto da parte delle banche e persino dei “fondi avvoltoio” spremere tutto ciò che possono dalle tasche dei propri debitori?

La risposta dipenderà principalmente dal grado in cui i governi sosterranno le pretese dei creditori. La definizione legale di quanto sia lecito “ottenere” sta divenendo una questione politica che pone in conflitto i governi nazionali, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e le altre agenzie finanziarie mettendo contro le banche e i fondi avvoltoio alla popolazione con poca liquidità.

Consideriamo per primo il caso dell’Islanda, dove tale importante questione sta ora esplodendo. Il paese in questo momento soffre una seconda ondata della crisi economica e finanziaria derivata dal collasso del suo sistema bancario avvenuto nell’ottobre del 2008. Quella crisi ha causato una significativa perdita di risparmi non solo per i cittadini locali, ma anche per i creditori internazionali come Deutsche Bank e Barclays e i loro clienti istituzionali.

Invischiati con i prestiti e le obbligazioni delle banche fallite, gli investitori esteri delle vecchie banche hanno venduto le loro obbligazioni per pochi spiccioli a compratori che nei loro siti web si definiscono “specializzati in operazioni pericolose” ma sono più comunemente noti come “fondi avvoltoio” (rumors insistenti suggeriscono che alcuni di questi soggetti stiano lavorando con i precedenti proprietari delle banche islandesi fallite operando tramite banche offshore nei paradisi fiscali e che siano sotto indagine da parte delle autorità competenti).

Nel momento in cui quei bond furono messi sul mercato, il governo islandese possedeva il 100% delle tre nuove banche. Rappresentando l’interesse nazionale, lo Stato islandese progettava di girare ai debitori anche il grado di svalutazione con cui rilevò i titoli dalle vecchie banche. Questa è la definizione di “valore di mercato”: il più basso prezzo di mercato in quel dato momento. Si intendeva tener conto della reale capacità dei proprietari e degli imprenditori di ripagare i prestiti che erano divenuti “impagabili” dal momento che la valuta locale era crollata e i prezzi delle importazioni cresciuti di conseguenza.

Il Fondo Monetario Internazionale entrò in scena nel novembre del 2008, consigliando al governo di ricostruire il sistema bancario in maniera che contemplasse le misure per assicurare il valore di mercato del patrimonio e ottimizzare il recupero dei crediti. Il Governo creò tre nuove banche “buone” dalle rovine degli istituti di credito falliti, trasferendo i prestiti dalla vecchie alle nuove banche con uno sconto del 70% al fine di rispecchiare appunto il valore di mercato dei tassi di interesse e degli asset obbligazionari, stabilito attraverso il parere di una commissione super partes.

Gli “avvoltoi” divennero poi proprietari di due delle tre banche islandesi. Su consiglio del FMI, all’epoca il governo sottoscrisse un accordo così approssimativo e privo di vincoli che concesse agli istituti di credito una licenza di caccia nei confronti dei proprietari e degli imprenditori islandesi. I fondi agirono cooptando il modus operandi che le agenzie finanziarie e le banche americane utilizzano quando acquistano debiti tossici come quelli legati al credito al consumo, i prestiti bancari o i mancati pagamenti da parte dei clienti, obbligazioni che tali operatori acquistano al prezzo stracciato del 30% incalzando poi i debitori al fine di spremergli tutto ciò che possono, con le buone o con le cattive.

Questi “accattoni” del sistema finanziario sono la rovina di molti stati. Ma il pericolo ora è rappresentato dalla loro scalata internazionale al vertice del potere fino al punto di essere nella posizione di schiacciare intere economie con il conforto della legalità.

Il caso islandese ha una sua speciale peculiarità. Per legge i mutui islandesi e molte altre tipologie di credito al consumo sono legati all’indice dei prezzi e quindi all’inflazione galoppante. I creditori hanno il diritto non solo di richiedere il 100% del valore nominale dei titoli ma possono anche aggiungervi l’adeguamento all’inflazione. Migliaia di proprietari di case affrontano ora la povertà e la perdita della proprietà poiché i loro debiti, in alcuni casi, sono più che raddoppiati a causa del crollo della valuta locale e della conseguente inflazione. Ma il FMI, il governo islandese e la Corte Suprema hanno sostenuto l’indicizzazione dei tassi d’interesse usurai delle principali tipologie di prestiti per timore che il ristrutturato sistema bancario andasse di nuovo in malora.

Questo non era ciò che ci si aspettava. Nel 2009 il governo di sinistra in carica negoziò un accordo con i creditori per collegare i pagamenti dei prestiti alla nuova valutazione scontata. Su suggerimento del FMI, il governo consegnò nelle mani dei creditori delle vecchie banche il controllo dei tassi di interesse dei debiti delle nuove banche. Lo scopo era quello di limitare al minimo il costo di rifinanziamento del sistema bancario e non quello di far crollare l’economia. I prestiti furono trasferiti dalle vecchie alle nuove banche dopo il collasso del 2008 con uno sconto del 70% per rispecchiare il loro ormai svalutato prezzo di mercato. Questa riduzione doveva essere trasferita ai debitori (proprietari di case e piccoli imprenditori) che vedevano gonfiarsi i propri debiti a causa dell’indicizzazione dei prestiti all’inflazione dei prezzi al consumo.

Ma la sopravvivenza dell’economia non è il principale interesse degli aggressivi fondi di investimento che avevano preso il posto delle banche creditrici degli istituti islandesi. Invece di trasferire le riduzioni delle valutazioni ai proprietari ed agli altri debitori, essi stanno rivalutando verso l’alto il capitale dei prestiti. Le loro assurde pretese stanno comprimendo l’economia all’interno di un vestito che le sta stretto. La ristrutturazione del debito invece di prendere la piega che si sperava sta preparando la scena per una nuova crisi bancaria.

Qualcosa si deve pur fare. Ma per l’economia islandese, non certo per i fondi avvoltoio. Il FMI insiste affinché il governo si astenga dall’intervenire, mentre il gradimento degli islandesi nei confronti dell’esecutivo è crollato a circa il 10% della popolazione a causa della sua incapacità di destreggiarsi di fronte alle sparate dei nuovi creditori.

Le nuove banche hanno tagliato i debiti delle maggiori aziende le cui costanti operazioni finanziarie hanno loro consegnato il ruolo di vacche da mungere per i fondi avvoltoio. Per quanto riguarda invece i mutui, acquistati al 30/50% del loro valore nominale, essi sono stati rivalutati fino al 100%. Le aspettative dei proprietari sono evaporate in un istante. Il governo non è intervenuto accettando l’affermazione da parte delle banche di non disporre delle risorse sufficienti per garantire un significativo aiuto nei confronti dei proprietari mutuanti. In tal modo i giganteschi impagabili debiti rimangono su i libri contabili a prezzi di trasferimento che sono una manna per i predatori finanziari e che condannano i debitori ad un decennio o più di equity negativa.

Completato il lavoro preparatorio, per i fondi avvoltoio è ora arrivato il momento di monetizzare attraverso la vendita dei titoli ai nuovi prezzi di mercato entro la fine dell’anno. Le nuove banche hanno mantenuto a galla le proprie vacche grasse, ovvero le grandi aziende, camuffando le loro equity tramite titoli di credito al consumo che non possono essere pagati se non al costo di mandare in bancarotta l’economia.

C’è la netta sensazione che il governo islandese sia stato inibito dall’agire come un onesto broker dal momento che le lobby bancarie hanno lavorato con degli insider trading, sostenuti dal FMI, per procurare ricchi profitti ai creditori.

Il problema sta assumendo dimensioni mondiali. Molti paesi europei e anche gli Stati Uniti affrontano il problema del fallimento dei loro istituti di credito e della crisi del sistema bancario. Come risponderanno il FMI e la BCE? Prescriveranno le stesse ricette del modello islandese di collaborazione fra i governi e i fondi di investimento? O dovrebbero consentire ai governi di esercitare il potere per resistere ai profittatori internazionali dei fondi avvoltoio comminando loro sanzioni in risposta alle loro assurde richieste?

La pericolosa politica che affronta l’Europa

Una crisi economica è l’equivalente finanziario di una conquista militare. Essa rappresenta un opportunità per le elite finanziarie di ottenere profitti prima che giunga il tempo dei pignoramenti. Costituisce per loro una possibilità per rubare la scena alla politica ed affermare le proprie istanze divenute ormai inesigibili e falsamente riferite a un modello di mercato. La retorica populista è manovrata ad arte per spostare il generale e diffuso malcontento nei confronti della finanza ed utilizzarlo per scatenare i cosiddetti “perdenti” l’uno contro l’altro e non verso i veri colpevoli.

Questo è l’obiettivo cui tutti questi anni di propaganda finanziaria hanno mirato. I neoliberisti hanno persuaso l’opinione pubblica a credere che le banche servano ad “oliare le ruote del commercio” ovvero fornire il flusso di credito vitale che porta nutrimento alle parti attive dell’economia. Solamente durante condizioni di crisi come questa le banche possono guadagnare da ciò che è divenuto un fittizio accumulo di posizioni debitorie. L’ eccessiva crescita dei mutui, crediti d’impresa, prestiti agli studenti, carte di credito revolving ed altre tipologie di debito è fasulla in quanto in condizioni normali non c’è modo che i debiti vengano onorati.

I pignoramenti non sono sufficienti poiché la maggior parte delle proprietà in America ha subito un equity negativa fino ad un quarto del proprio valore originario. E in Irlanda il valore di mercato delle proprietà immobiliari copre solamente il 30% del valore nominale dei mutui. Così si rende necessario il salvataggio. Le banche scambiano i loro debiti tossici con il governo in cambio di debito pubblico. La Federal Reserve ha sistemato più di due trilioni di dollari di swap di proprietà delle amiche banche. Le banche hanno ricevuto titoli di stato o depositi liquidi delle banche centrali in cambio dei loro debiti tossici accettati al loro valore nominale anziché a quello di mercato.

Almeno negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, la banca centrale può stampare tanta valuta locale quanta è necessaria per pagare gli interessi e garantire la liquidità dei titoli di stato. Le agenzie governative possono quindi sostenere la posizione dei creditori che affrontano faccia a faccia i debitori insolventi.

Oppure compiere un'altra scelta. Le agenzie governative possono cercare di incassare l’intero ammontare del debito (o almeno il massimo possibile) come nel caso della Fanny Mae e della Freddie Mac negli Stati Uniti oppure possono vendere i debiti tossici ai fondi avvoltoio ad una frazione del loro valore nominale.

Dopo il collasso del settembre 2008, il governo islandese sostituì gli istituti di credito falliti con nuove banche di sua proprietà create dalle ceneri delle vecchie. Gli obbligazionisti originari delle banche islandesi avevano svenduto i loro titoli nei mercati a prezzi stracciati. I compratori erano i fondi avvoltoio. Allo stesso tempo questi ultimi divennero i proprietari di fatto delle vecchie banche dal momento che gli azionisti furono spazzati via. Ad ottobre l’autorità monetaria governativa nominò i nuovi consigli d’amministrazione per controllare le banche. Furono costituite tre nuove banche e contestualmente tutti i depositi, i mutui e gli altri prestiti bancari furono trasferiti a queste nuove e più robuste banche con un considerevole sconto. Queste nuove banche ricevettero l’80% degli asset mentre il restante 20% rimase di proprietà delle vecchie banche.

Dopo di che ai proprietari delle vecchie banche fu dato il controllo delle nuove (87% e 95% rispettivamente). I proprietari di queste nuove banche sono considerati avvoltoi non solo per il notevole sconto a cui ricevettero gli asset finanziari e i crediti delle vecchie banche, ma soprattutto perché avevano già ottenuto il controllo delle vecchie banche a prezzi stracciati.

Il risultato è che il governo invece di mantenere il controllo delle nuove banche lasciando andare in bancarotta le vecchie si è tenuto in disparte ed ha consentito ai fondi avvoltoio di raccogliere i frutti di quelle immense fortune ed ora minaccia di far cadere a picco l’Islanda in una cronica austerità finanziaria. Col senno di poi nulla di tutto ciò era necessario. La domanda è: che cosa può fare ora il governo per uscire dal casino in cui si è cacciato dando ingenuamente ascolto ai consigli del FMI?

Negli Stati Uniti le banche che hanno ricevuto denaro federale dal programma TARP (Troubled Asset Relief Program) si riteneva dovessero rinegoziare i crediti con gli intestatari dei mutui al fine di ridurre il valore dei debiti al prezzo di mercato e/o in proporzione alla capacità di pagamento dei debitori. Questo non fu fatto. Ugualmente in Islanda si supponeva che i fondi avvoltoi, compratori dei debiti tossici delle vecchie banche, dovessero trasferire la riduzione del valore dei titoli ai debitori. Neanche questo fu fatto. Infatti le principali tipologie di prestiti continuarono ad essere valutati verso l’alto mantenendo il tipico modello islandese di indicizzazione, progettato per salvare le banche dalle perdite – in altre parole questo significa mandare in sofferenza l’intera economia, persino condannarla ad un fatale attacco di austerità, al fine di ottimizzare le entrate dei banchieri e salvare i loro profitti. Tutto ciò significa per gli avvoltoi ottenere un immensa fortuna da debiti tossici comprati per pochi spiccioli.

Questo è anche il futuro dell’Europa? Se così, l’attuale crisi finanziaria rappresenterà una manna dal cielo per i fondi avvoltoio e per le banche in generale. Mentre nei secoli passati i crack finanziari hanno spazzato via i profitti e le pretese dei creditori (titoli, prestiti etc.) che rappresentano il rovescio della medaglia dei “cattivi” prestiti, oggi stiamo vedendo che tali debiti tossici sono mantenuti sui libri contabili ma le banche e i proprietari dei titoli che hanno fornito prestiti inesigibili sono salvaguardati a spese dei contribuenti.

Non è così che ci si aspettava funzionasse la democrazia guidata dal riformismo parlamentare nel 20esimo secolo. All’inizio del 21esimo secolo si riteneva che i partiti socialdemocratici e laburisti prendessero le redini del sistema bancario portando il mercato del credito lungo un percorso di pubblica utilità. Ma oggi, dalla Grecia all’Islanda, i governi stanno agendo addirittura come esattori per conto del sistema finanziario – come ben esprime il movimento “Occupy Wall Street” (l’1% dei ricchi non il 99% dei poveri).

L’Islanda costituisce la prova generale per questo furto di sovranità. Il Fondo Monetario Internazionale e il governo islandese hanno tenuto una conferenza a Reykjavik il 27 ottobre per festeggiare questo apparente successo nella ricostruzione dell’economia e del sistema bancario islandese.

Negli Stati Uniti, la crisi che il Capo di Stato Maggiore di Obama Rahm Emanuel festeggiò come “troppo bella per lasciarsela scappare” sarà coperta diminuendo la spesa per la sicurezza sociale e la sanità non appena l’orologio dell’apocalisse comincerà a correre e la super commissione del Congresso formata da 12 membri (con il Presidente Obama che si riserva il 13esmo voto in caso di contesa) raggiungerà l’accordo per far pagare alla working class i debiti di Wall Street. Il piano di austerità greco serve appunto come prova generale per gli Stati Uniti, con il Partito Democratico a giocare il ruolo del Partito Socialista greco che sta sostenendo le misure di austerità arrivando fino al punto di espellere dalle proprie fila i leader laburisti che si oppongono al loro diabolico doppio gioco.