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Come distruggere i beni comuni

Noam Chomsky | 30 luglio 2012 | 0 commenti

Questo articolo è il testo dell’intervento di Chomsky all’Università di St. Andrews in Scozia: è comparso in origine su TomDispatch.com (un blog del Nation Institute che offre un flusso costante di notizie e opinioni alternative) e poi su ZNetItaly (dove trovate la versione completa).

Procedendo di solo poche generazioni arriveremo al millennio della Magna Carta, uno dei grandi avvenimenti della fondazione dei diritti civili e umani. Se sarà celebrato, pianto o ignorato, non è ancora chiaro. Dovrebbe essere una questione di serio interesse immediato. Quel che facciamo, o non facciamo, ora determinerà quale tipo di mondo accoglierà quell’evento. Se le tendenze attuali persisteranno, non è una prospettiva attraente, non da ultimo perché la Grande Carta ci è stracciata davanti agli occhi. La prima edizione colta della Magna Carta fu pubblicata dall’eminente giurista William Blackstone. Non fu un compito facile. Non erano disponibili buoni testi. Come egli scrisse «il corpo della carta è stato sfortunatamente mangiato dai topi», un commento che ha un sinistro simbolismo oggi, mentre ci assumiamo il compito che i topi hanno lasciato incompleto.

L’edizione Blackstone comprende in realtà due carte. Era intitolata La Grande Carta e la Carta della Foresta. La prima, la Carta delle Libertà, è diffusamente riconosciuta costituire il fondamento dei diritti basilari dei popoli anglofoni (…). Dopo un aspro conflitto tra il re e il parlamento, fu ripristinato il potere della corona, nella persona di Carlo II. Sconfitta, la Magna Carta non fu dimenticata. Uno dei capi del parlamento, Henry Vane, fu decapitato. (…) Come spesso accade, l’apparente sconfitta fece tuttavia avanzare la lotta per la libertà e i diritti. Poco tempo dopo l’esecuzione di Vane, re Carlo concesse uno statuto reale alle piantagioni del Rhode Island, dichiarando che «la forma di governo è democratica» e inoltre che il governo poteva affermare la libertà di coscienza per i papisti, gli atei, gli ebrei, i turchi … persino i quaccheri, una delle più temute e trattate brutalmente tra le molte sette che comparivano in quei giorni turbolenti. Tutto ciò era straordinario nel clima dell’epoca. Alcuni anni dopo la Carta delle Libertà fu arricchita dalla legge del 1679 sull’Habeas Corpus (…).

Il significato della carta accompagnatrice, la Carta della Foresta, è non meno profondo e forse anche più pertinente oggi, come è stato esaminato in profondità da Peter Linebaugh nella sua storia riccamente documentata e stimolante della Magna Carta e della sua successiva traiettoria. La Carta della Foresta rivendicava la protezione dei beni comuni dai poteri esterni. I beni comuni erano la fonte di sostentamento della popolazione generale: combustibile, cibo, materiali da costruzione, tutto ciò che era essenziale per la vita.

La foresta non era un primitivo luogo selvatico. Era stata attentamente sviluppata nel corso di generazioni, amministrata in comune, le sue ricchezze disponibili a tutti e preservata per le generazioni future, pratiche che oggi si ritrovano nelle società tradizionali che sono minacciate in tutto il mondo. La Carta della Foresta imponeva limiti alla privatizzazione. I miti di Robin Hood colgono l’essenza dei suoi interessi (e non è troppo sorprendente che la popolare serie televisiva degli anni ’50, “Le avventure di Robin Hood”, sia stata scritta anonimamente da sceneggiatori di Hollywood inseriti nella lista nera per idee di sinistra). Nel diciassettesimo secolo, comunque, questa Carta era caduta vittima dell’ascesa dell’economia mercantile e delle pratiche e della morale capitalista.

Con i beni comuni non più protetti per la gestione e l’utilizzo cooperativo, i diritti della gente comune furono limitati a ciò che non poteva essere privatizzato, una categoria che continua a ridursi fino a diventare virtualmente invisibile. In Bolivia il tentativo di privatizzare l’acqua è stato alla fine battuto da una rivolta che ha portato al potere la maggioranza indigena per la prima volta nella storia. La Banca Mondiale ha appena stabilito che la multinazionale mineraria Pacific Rim può procedere con una causa contro El Salvador per il tentativo di questo stato di difendere le terre e le comunità da miniere d’oro altamente distruttive. I limiti ambientalisti minacciano di privare la società dei futuri profitti, un crimine che può essere punito in base alle regole del regime dei diritti degli investitori, mal etichettato come “libero scambio”. E questo è solo un minuscolo esempio delle lotte in corso in gran parte del mondo, alcune comportanti estrema violenza, come nel Congo Orientale, dove milioni sono stati uccisi in anni recenti per garantire una vasta fornitura di minerali per telefoni cellulari e altri utilizzi e, naturalmente, grandi profitti.

L’ascesa della pratica e della moralità capitaliste ha portato con sé una revisione radicale di come sono trattati i beni comuni e anche di come sono concepiti. (…) Un equivalente internazionale è stato il concetto di terra nullius, impiegato per giustificare l’espulsione delle popolazioni indigene nelle società coloniali d’insediamento nella sfera d’influenza inglese, o il loro “sterminio”, come i padri fondatori della repubblica statunitense descrivevano, a volte con rimorso dopo il fatto, quello che facevano. Secondo quest’utile dottrina gli indiani non avevano diritti di proprietà poiché erano soltanto dei nomadi in una landa selvatica incolta. E gli operosi coloni potevano creare valore dove non ce n’era passando quelle stesse terre selvatiche a un utilizzo commerciale. (…)

Le fosche previsioni sulla tragedia dei beni comuni non sono incontrastate. La defunta Elinor Olstrom ha vinto il Premio Nobel per l’economia nel 2009 per la sua opera che dimostrava la superiorità dei banchi di pesca, dei pascoli, dei boschi, dei laghi e dei bacini idrici amministrati dagli utenti. Ma la dottrina convenzionale ha forza se accettiamo la sua premessa non dichiarata: che gli umani sono ciecamente guidati da quello che i lavoratori statunitensi, all’alba della rivoluzione industriale, chiamarono amaramente “il Nuovo Spirito dell’Epoca, Guadagnare Ricchezza scordandosi di tutto tranne che di Sé Stessi”. (…)

Si tratta di 150 anni fa, in Inghilterra di prima ancora. Da allora sono stati dedicati enormi sforzi a inculcare il Nuovo Spirito dell’Epoca. Al compito sono dedite grandi industrie: propaganda, pubblicità, marketing in generale, tutte che contribuiscono come componente molto importante al Prodotto Interno Lordo. Sono dedite a quella che il grande economista politico Thorstein Veblen chiamò la “fabbrica dei bisogni”. Nelle parole degli stessi leader del mondo degli affari, il compito consiste nel dirigere la gente alle “cose superficiali della vita”, come i “consumi di moda”. In quel modo la gente può essere atomizzata, le persone separate le une dalle altre, alla ricerca del solo profitto personale, sviate da tentativi pericolosi di pensare con la propria testa e di sfidare l’autorità. (…)

Col passar del tempo e con le società che divenivano più libere e il ricorso dello stato alla violenza era più limitato, è solo cresciuta l’urgenza di inventare metodi sofisticati per controllare gli atteggiamenti e le opinioni. E’ naturale che l’immensa industria delle pubbliche relazioni debba essere stata creata nelle società più libere, gli Stati uniti e la Gran Bretagna. (…) Una preoccupazione particolare fu quella di introdurre controlli migliori sulle istituzioni «responsabili dell’indottrinamento dei giovani»: le scuole, le università, le chiese, che erano considerate manchevoli quanto al loro compito essenziale. Cito reazioni dal versante liberale di sinistra dello spettro convenzionale, gli internazionalisti liberali che successivamente furono i collaboratori dell’amministrazione Carter e i loro omologhi nelle società industriali. La destra era molto più dura. Una delle molte manifestazioni di quest’urgenza è stata il forte aumento delle tasse universitarie, non per motivi economici, com’è dimostrato facilmente. Il meccanismo intrappola comunque e controlla efficacemente i giovani in forza dell’indebitamento, spesso per il resto delle loro vite, contribuendo così a un indottrinamento più efficace.

Occupandoci ulteriormente di questi importanti argomenti, costatiamo che la distruzione della Carta della Foresta e la sua cancellazione dalla memoria si collega piuttosto strettamente con i continui tentativi di inibire la promessa della Carta delle Libertà. Il «Nuovo Spirito dell’Epoca» non può tollerare la concezione pre-capitalista della Foresta come dotazione condivisa della comunità in senso ampio, di cui si ha cura in comune per il proprio uso e per le generazioni future, protetta dalla privatizzazione, dal trasferimento nelle mani di proprietari privati al servizio della ricchezza, non dei bisogni. Inculcare il Nuovo Spirito è un prerequisito essenziale per conseguire questo fine e per evitare che la Carta delle Libertà sia male utilizzata per mettere i liberi cittadini in grado di decidere il proprio destino. (…)

La parte più famosa della Carta delle Libertà è l’articolo 39, che stabilisce che «nessun uomo libero» sarà punito in alcun modo “né procederemo contro di lui o lo perseguiremo se non mediante un giudizio legale dei suoi pari e secondo le leggi del paese». Dopo molti anni di lotta il principio è arrivato ad avere una portata più ampia. La Costituzione statunitense prevede che nessuna «persona [sarà] privata della vita, della libertà o della proprietà, senza una giusta procedura legale [e] un rapido e pubblico processo» da parte dei suoi pari. Il principio fondamentale è la «presunzione d’innocenza» (…) I fondatori naturalmente non intendevano che il termine «persona» si applicasse a tutti. I nativi americani non erano persone. I loro diritti erano virtualmente zero. Le donne erano persone a stento. (…) Questi principi sono rimasti sino ad anni recenti. Fino a una sentenza del 1975 della Corte Suprema, le donne non avevano neppure il diritto legale di essere membri di giuria. Non erano pari. Soltanto due settimane fa l’opposizione Repubblicana ha bloccato la legge sulla Remunerazione Equa che garantisce alle donne una paga uguale per un lavoro uguale. E la cosa va ben oltre.

Gli schiavi, naturalmente, non erano persone. (…)

Gli emendamenti successivi alla guerra civile estesero il concetto di persona agli afro-americani, ponendo fine alla schiavitù. Almeno in teoria. (…)

Questa nuova versione dell’”istituzione peculiare” fornì gran parte della base per la rivoluzione industriale statunitense, con una forza lavoro perfetta per l’industria siderurgica e mineraria, assieme alla produzione industriale con le famose bande in catene: docili, obbedienti, niente scioperi e nessuna necessità per i datori di lavoro neppure di alimentare i propri lavoratori, un miglioramento rispetto alla schiavitù. Il sistema, in larga parte, durò sino alla seconda guerra mondiale, quando fu necessario lavoro di uomini liberi per la produzione bellica. Il boom postbellico offrì occupazione. Un nero poteva ottenere un posto in una fabbrica automobilistica sindacalizzata, guadagnare un salario onesto, comprare casa e forse mandare i figli all’università. Ciò durò per circa vent’anni, fino agli anni ’70, quando l’economia fu radicalmente riprogettata in base ai nuovi principi neoliberali dominanti, con una rapida crescita della finanziarizzazione e della delocalizzazione della produzione. La popolazione nera, ora largamente superflua, è stata criminalizzata di nuovo.

Fino alla presidenza di Ronald Reagan, le incarcerazioni negli Usa erano entro le percentuali delle società industriali. Ma ora sono ben oltre gli altri paesi. Prendono di mira principalmente maschi neri, sempre più donne anche donne nere e ispanici, in gran parte colpevoli di crimini senza vittime nell’ambito delle fraudolente «guerre alla droga». Nel frattempo, la ricchezza delle famiglie afro-americane è stata virtualmente cancellata dall’ultima crisi finanziaria, in non piccola misura grazie al comportamento criminale delle istituzioni finanziarie, con l’impunità degli autori, ora più ricchi che mai. Ripercorrendo la storia degli afro-americani dal primo arrivo di schiavi quasi 500 anni al presente, essi hanno goduto dello status di persone autentiche solo per pochi decenni. C’è un lungo cammino da percorrere per realizzare la promessa della Magna Carta.

Il quattordicesimo emendamento dopo la guerra civile garantiva i diritti delle persone agli ex schiavi, anche se prevalentemente in teoria. Al tempo stesso creava una nuova categoria di persone titolari di diritti: le imprese. (…) I loro diritti ormai trascendono di gran lunga quelli dei semplici esseri umani. In base agli «accordi di libero scambio», la Pacific Rim può, ad esempio, far causa a El Salvador perché lo stato cerca di proteggere l’ambiente; gli individui non possono fare lo stesso. La General Motors può reclamare diritti nazionali in Messico. Non c’è bisogno di diffondersi su quel che succederebbe se un messicano pretendesse diritti nazionali negli Stati uniti. (…)

Alcune parole finali sul destino della Carta della Foresta. Il suo obiettivo era di proteggere la fonte di sostentamento della popolazione, i beni comune, dal potere esterno, cioè, nei primi tempo, dalla corona; nel corso degli anni appropriazioni e altre forme di privatizzazione da parte d’imprese predatrici e delle autorità dello stato che collaborano con esse hanno soltanto premuto sull’acceleratore e sono state appropriatamente ricompensate. Il danno è molto vasto. Se ascoltiamo oggi le voci del Sud possiamo apprendere che «la conversione di beni pubblici in proprietà privata attraverso la privatizzazione del nostro ambiente naturale, altrimenti detenuto in comune, è uno dei modi in cui le istituzioni neoliberali rimuovono le fragili orditure che tengono insieme le nazioni africane. La politica oggi è stata ridotta a un’avventura lucrosa in cui si guarda principalmente ai ritorni sugli investimenti piuttosto che a come si può contribuire a ricostruire ambienti, comunità e nazioni altamente degradate. Questo è uno dei benefici che i programmi di aggiustamento strutturale hanno inflitto al continente: l’incoronazione della corruzione». Sto citando il poeta e attivista nigeriano Nnimmo Bassey, presidente dell’Internazionale Amici della Terra, nella sua feroce denuncia del saccheggio della ricchezza dell’Africa, ‘To Cook a Continent’ [Cucinare un continente], la fase più recente della tortura occidentale dell’Africa. (…)

Sarebbe necessario diffondersi sui pericoli estremi posti da un elemento centrale delle ossessioni predatrici che stanno producendo calamità in tutto il mondo: la dipendenza dai combustibili fossili, che corteggia il disastro globale, forse in un futuro non troppo distante. Sui dettagli si può discutere ma ci sono pochi dubbi seri che i problemi siano gravi, se non terrificanti, e che quanto più aspettiamo ad affrontarli, tanto più orribile sarà l’eredità che lasceremo alle generazioni a venire. Ci sono alcuni tentativi di guardare in faccia la realtà, ma sono di gran lunga troppo minimali. La recente Conferenza di Rio+20 si è aperta con aspirazioni misere e risultati irrisori.

Nel frattempo le concentrazioni di potere stanno caricando nella direzione opposta, guidate dal paese più ricco e più potente della storia mondiale. I Repubblicani al Congresso stanno smantellando le limitate protezioni dell’ambiente avviate da Richard Nixon, che sulla scena politica odierna apparirebbe come un pericoloso radicale. (…)

All’avanguardia nell’affrontare la crisi in tutto il mondo sono le comunità indigene, quelle che hanno sempre preservato la Carta delle Foreste. La posizione più forte è stata presa dall’unico paese che governano, la Bolivia, il paese più povero dell’America del Sud e per secoli vittima della distruzione occidentale delle ricche risorse di una delle più avanzate tra le società sviluppate dell’emisfero prima di Colombo. Dopo l’ignominioso tracollo del vertice sul cambiamento climatico globale del 2009 a Copenhagen, la Bolivia ha organizzato un Vertice dei Popoli, con 35.000 partecipanti da 140 nazioni, non soltanto rappresentanti dei governi ma anche della società civile e attivisti. Ha prodotto una Accordo dei Popoli che sollecita una riduzione molto forte delle emissioni e una Dichiarazione Universale dei Diritti di Madre Terra. Si tratta di una rivendicazione chiave delle comunità indigene di tutto il mondo. E’ ridicolizzata dai raffinati occidentali, ma salvo che noi acquisiamo parte della loro sensibilità, probabilmente saranno loro a ridere per ultimi; una risata di sinistra disperazione.

http://comune-info.net/2012/07/distruggere-i-beni-comuni-richiede-tempo/