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Terremoto: quello che la tv non dice, e il web sì
di Simone Tagliaferri
postato alle 10:30 del 21 maggio 2009

Dopo il sisma ecco la città dimenticata: militarizzata, drogata, “costretta al silenzio”. Dalle voci di internet alle storie sul campo, L’Aquila parla ancora anche se non più in tv

Mentre L’Aquila sparisce dai TG e dai giornali, la rete si accende e diventa il mezzo attraverso cui diffondere notizie e testimonianze su quanto sta accadendo nelle zone colpite dal terremoto. È una specie di comunicazione di rigetto, antitetica rispetto a quella ufficiale perché nata dalla volontà di far conoscere quello che viene taciuto. Il fenomeno, generalmente virtuoso, comporta
qualche rischio che non va sottaciuto. Il più importante è che la voglia di raccontare e, in un certo senso, di drammatizzare, non faccia focalizzare i problemi e metta sullo stesso piano voci e fatti, creando un impressione distorta della realtà. Che poi è più o meno quello che fanno gli organi istituzionali quando cercando di far passare la riapertura di un negozio, su migliaia, come il segno della ripresa della vita normale, oppure quando escludono dalle cronache delle visite dei politici il racconto dei disagi profondi che causano ai soccorsi. La differenza tra i due fenomeni è tutta qualitativa: i cittadini che raccontano lo fanno da una situazione di disagio reale, spinti dalla rabbia e dalla comprensibile difficoltà di mantenersi sotto le righe e, quindi, di riuscire a gerarchizzare i fatti, pur non omettendone nessuno; i media creano un’immagine della realtà, tentano di scolpirla in un senso istituzionale omettendo i fatti che potrebbero disturbare l’opera, ovvero creano un messaggio più a uso e consumo di chi il terremoto lo vede da lontano che a beneficio di quelli che ne stanno subendo direttamente gli effetti. Purtroppo in questo momento è difficile riuscire a fare dei distinguo precisi, quindi le testimonianze e le voci indipendenti che arrivano dal capoluogo abruzzese vanno trattate con una certa cautela, pur meritando tutta la fiducia possibile perché sicuramente sincere nelle motivazioni e dovute alla voglia di far sapere qualcosa che viene taciuto dai media maggiori.

VOCI – Lunedì 18 Maggio appare in un blog http://nautilusmagazine.blogspot.com/2009/05/prove-tecniche-di-regime.html una testimonianza inquietante sulla situazione che attualmente si sta vivendo nelle tendopoli. Ne è autore l’attore Andrea Gattinoni che la indirizza idealmente a sua moglie. L’avvio è piuttosto drammatico: “Ho visto l’Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro destino. Un militare a fare da guardia ciascuno agli accessi alla zona rossa, quella off limits. Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli.” Dopo il racconto delle reazioni al film che stava presentando (“Si può Fare“), Andrea entra nel cuore del racconto, ovvero del malessere registrato tra la popolazione che probabilmente è ciò che sinceramente lo ha spinto a scrivere: “Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all’improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE.” e prosegue: “Hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve. Gli hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c’era la parola ‘cazzeggio’. A venti chilometri dall’Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente militarizzata.” Insomma, dal racconto emerge una volontà censoria nei confronti degli abitanti da parte delle forze dell’ordine, anche se, facendo l’avvocato del diavolo, va sottolineato che internet effettivamente non è vitale in una situazione del genere dove si deve pensare a problemi come l’acqua che entra nelle tende e la convivenza difficile tra le persone e che, se i volontari della protezione civile volessero veramente impedire che escano notizie dai campi, e non si capisce perché dovrebbero farlo visto che non sono pagati da nessuno, vieterebbero le visite alle persone indipendenti o agli abitanti che attualmente risiedono fuori città, i quali possono raccontare tutto in qualsiasi momento, una volta ritornati a casa.
ARRIVANO I GRANDI – La militarizzazione della città merita un discorso a parte. Tra meno di due mesi ci sarà il G8. L’eccitazione con cui la notizia è stata accolta dagli aquilani doveva far prevedere che ci sarebbero stati moltissimi problemi collegati e che, visti i tempi ristretti, le attività di bonifica e di monitoraggio del territorio sarebbero state capillari, con un dispiegamento ingente di forze. È proprio per questo che in molti avevano dubitato sull’opportunità di far svolgere un evento così gravoso dal punto di vista organizzativo in una città appena colpita dal terremoto. Quindi non stupisce che: “Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8.” E non stupisce neanche la domanda: “Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Lì???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli
bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.” La domanda giusta sarebbe: cos’altro aspettarsi? E andrebbe pronunciata senza scandalo e senza stupore, visto che una situazione del genere era ampiamente prevedibile. Il G8 a L’Aquila, visto inizialmente come una manna dal cielo, si sta rivelando complicato da gestire per la popolazione, con effetti nefasti che creano situazioni delicate. Prendiamo ad esempio un caso minimo, raccontatomi da una conoscente, ma facilmente verificabile: l’Accademia di Belle Arti di L’Aquila è stata costretta ad anticipare tutti gli esami, con i disagi relativi per gli studenti, molti provenienti da fuori città e già provati dalla catastrofe, perché l’edificio, non danneggiato dal sisma, è stato precettato per il G8. Ovviamente il malcontento non è mancato e molti di quelli che già pensavano di trasferirsi in seguito al sisma, hanno vissuto questa imposizione come uno strappo definitivo. Cosa ne sarà di una città che viveva principalmente sulla presenza degli studenti, senza più studenti? Per ora nessuno si pone questa domanda e, tutti presi come sono dall’organizzazione del G8, si sta colpendo, magari involontariamente, proprio l’attività focale su cui si reggeva buona parte dell’economia della città. Ma torniamo alla nostra lettera: “Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica. Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L’Aquila.” e “Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio. Il ragazzo che me l’ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole. Qua i media dicono che lì va tutto benissimo.” Marketing, ragazzi, si chiama marketing. Le personalità che vengono sul posto richiedono il loro tributo di sangue e sudore. Godono della vostra sofferenza perché diventa il loro modo per esporsi e brillare. Voi soffrite, loro crescono nei sondaggi e, se ne parlate male, i cattivi siete voi, non certo loro. Il sistema doveva essere rifiutato da subito. Purtroppo così non è stato e ora ne paga le conseguenze tutta la popolazione.

continua …