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L'influenza piace a Big Pharma
di Daniela Condorelli

L'allarme febbre suina è l'ultimo abbaglio dell'Organizzazione mondiale della sanità. I cui proclami spaventano il mondo. Per la gioia dei farmaceutici


Immagine al microscopio del virus A/H1N1

Livello 5. Cinque su sei: un passo dal baratro, quindi. L'allarme febbre suina viene gridato ai quattro venti dall'Organizzazione mondiale della sanità. E la gente si spaventa. Ovvio, no? Quando a gridare più forte di tutti è la massima autorità mondiale, non si può poi pretendere che l'opinione pubblica non si allarmi. Invece, ecco qui un virus blando, pericoloso sulla carta ma di fatto attutito.

Ecco un'epidemia che non è uscita dal Messico come terreno di espansione (tutti i casi a oggi riguardano persone che hanno transitato nel paese centramericano). Ed ecco una gran brutta figura, fatta in prima persona dal colosso di Ginevra che resta al palo, col suo livello 5. E la febbre messicana rivela impietosamente che una o due cose che sono successe a Ginevra negli ultimi vent'anni hanno messo in pericolo la credibilità dell'organizzazione chiamata a vigilare nientemeno che sulla salute del mondo, e che ha conosciuto il suo massimo splendore negli anni Settanta, con le battaglie vinte contro poliomielite e vaiolo.

Poi a poco a poco, la perdita di credibilità. Fino alla vergogna dell'affaire aviaria quando l'Indonesia ha sbattuto le porte in faccia all'Oms, accusandola di aver ceduto alla farmaceutica australiana Csl i frammenti del virus influenzale, grazie ai quali l'industria avrebbe prodotto e brevettato un vaccino contro la temuta influenza. Oltre al danno la beffa: la farmaceutica in questione avrebbe proposto al governo indonesiano di pagare per avere il vaccino.

E l'Indonesia si è così accorta che nessuno le aveva chiesto il permesso di utilizzare il 'suo' virus. Una palese violazione alle regole di cui la stessa organizzazione mondiale si era dotata. E non sarebbe stata l'unica: esiste una lunga lista di brevetti ottenuti da ceppi virali isolati in Vietnam, Cina e Hong Kong. Tutti con il beneplacito dei fornitori dei virus? Che gli uffici regionali e la stessa sede ginevrina traffichino con le case farmaceutiche non è più solo un'illazione.

Parte integrante del sistema delle Nazioni Unite, l'Oms è un colosso che muove ogni due anni oltre 5 miliardi di dollari. Le entrate sfiorano 5 miliardi e mezzo, le uscite superano i quattro. Un'analisi economica di Richard Wagner e Robert Tollison riscontrò che l'Oms spendeva in meeting e per il suo executive board tanto quanto investiva in vaccinazioni, tubercolosi e malattie diarroiche insieme.

Oggi, più del 40 per cento del budget Oms confluisce nelle spese per il personale. Circa 8 mila operatori di cui 1.800 nel quartier generale svizzero e i restanti distribuiti tra i sei uffici regionali e i 147 situati nei singoli paesi.

Chi paga? Questo è il punto. Oltre l'80 per cento deriva da contributi volontari, perlopiù legati alle condizioni dettate dai donatori, molti dei quali sono privati, spiega Eduardo Missoni, docente di Strategie globali per la salute alla Bocconi. Come fa allora l'Oms a essere davvero autonoma nelle strategie e nelle scelte operative?

L'anno della crisi è il 1985, quando gli Stati Uniti sospendono il proprio contributo (una sorta di quota associativa che ognuno dei 193 membri deve, in base al suo Pil) perché la strategia dell'Oms sui farmaci riduceva troppo la lista di quelli considerati essenziali e andava contro l'interesse di Big Pharma. Di lì a breve tutti i singoli paesi congelarono i finanziamenti ordinari, che oggi sono circa il 20 per cento del totale delle entrate.

Gioco forza, allora, affidarsi ai contributi volontari. Un'arma a doppio taglio che limita la libertà di arbitrio dell'organizzazione. Chi dà, infatti, vincola la sua bontà d'animo ai progetti che più gli stanno a cuore. E chi ha più forza di tutti sono proprio le aziende farmaceutiche, tanto che la stessa Gro Harlem Bruntland, direttore dell'Oms alla fine degli anni '90, dichiarava apertamente che si dovessero “proteggere i diritti dei brevetti farmaceutici” e ci si dovesse “aprire a finanziamenti privati”. Un'organizzazione che ha il compito di salvaguardare la salute di tutti, ma poi mostra di voler soprattutto salvare i fatturati di Big Pharma, finisce con lo sgretolarsi. Cominciando proprio con la più palese e crudele delle crepe: cedendo terreno alla Banca mondiale, denunciano le Ong, ha lasciato che essa smantellasse i sistemi sanitari nazionali dei paesi del Sud del mondo.

Che ci sia una particolare attenzione agli interessi di Big Pharma lo conferma Samantha Bolto che in passato ha lavorato per i Dipartimenti di malattie tropicali e Hiv dell'Oms: “Durante i primi allarmi sulle influenze pandemiche erano in molti, all'interno dell'organizzazione, a chiedersi perché raccomandare il Tamiflu e non spingere la produzione, permessa in situazioni di emergenza, delle versioni generiche”.

Questa affinità con i colossi del farmaco si palesa nella pletore di consulenti di cui si circondano i diversi bracci dell'organizzazione. Senza alcuna trasparenza. Adriano Cattaneo, epidemiologo presso il centro collaboratore dell'Oms Burlo Garofalo di Trieste, ricorda l'influenza di consulenti pagati dalla farmaceutica AstraZeneca nel comitato che decise le linee guida dell'ipertensione, i cui valori di rischio furono opportunamente abbassati per favorire il mercato dei farmaci.

Anche le milioni di dosi di antivirali impilate nelle riserve dei paesi ricchi e l'impennata di richieste di brevetti per proteggere i virus di aviaria non possono che apparire sospetti. Diverse analisi prevedono che, entro il 2012, le entrate per i prodotti contro i virus influenzali si aggireranno attorno ai 14 miliardi di dollari.

Ma un'organizzazione inquinata non è necessariamente un'organizzazione da abbattere. Tutti gli osservatori concordano sul fatto che è necessaria un'azione di coordinamento quando un'infezione supera le frontiere di più paesi, e che non potrebbe essere fatta da nessun altro ente, né tanto meno da un governo. Così come è innegabile che l'organizzazione, pur con i suoi sfarzi, le dorate sedi di Ginevra e le sue incongruità, “ha condotto fondamentali battaglie per l'equità e l'universalità”, come ricorda Nicola Magrini del Centro per la valutazione dell'efficacia dell'assistenza sanitaria.

Il fatto è, spiega Samantha Bolte, che “nell'Oms c'è una task force di tecnici molto competenti, che però si perdono in un bicchier d'acqua quando devono diventare operativi”. È ciò che accade quando la burocrazia prende la mano, quando i funzionari superano gli effettivi, quando i soldi spesi per le segreterie sono dieci volte quelli per i progetti. Quando la rete si sfrangia in centinaia di sedi, migliaia di centri cooperativi, un esercito di consulenti e di funzionari che trescano con chi ha i soldi e si dimenticano la mission: salvare il mondo. Soprattutto il mondo dei più poveri. Troppo impegnativo? Ma qualcuno deve pur farlo.

ha collaborato Paolo Pontoniere
(12 maggio 2009)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/linfluenza-piace-a-big-pharma/2081807/8/1