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Il Comune della città-simbolo di Barack Obama è in bancarotta
E non è un caso isolato: tutta la finanza locale Usa è al collasso

Oggi Chicago “chiude” per crisi
Giorno di stop ai servizi pubblici

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

NEW YORK – Oggi è vietato ammalarsi a Chicago. Guai ad avere bisogno di un certificato, o di qualsiasi altro servizio municipale. La spazzatura resterà a fermentare sui marciapiedi nell'afa estiva: è sospesa anche la nettezza urbana. La città di Barack Obama non ha più soldi nelle sue casse. Il sindaco Richard Daley, democratico, ha dovuto ricorrere a misure estreme. Fra cui tre giorni di vacanze forzate, a casa senza stipendio, per i dipendenti municipali. Il Comune annuncia che farà del suo meglio per garantire i servizi d'emergenza – le volanti della polizia, le ambulanze e i vigili del fuoco – ma è meglio non immaginare cosa succederà oggi a chi finisce in una “E. R.” (emergency room, o pronto soccorso) col personale ai minimi e tutti gli altri reparti ospedalieri chiusi.

La sospensione di ogni servizio pubblico oggi provocherà disagi gravi ma farà risparmiare solo 8,3 milioni di dollari di stipendi, un'inezia rispetto alla voragine di perdite della città. Perciò Daley ha già preannunciato altri sacrifici e tagli ai servizi essenziali: tutti gli impiegati comunali dovranno prendersi molti giorni di riposo non remunerato, compresi gli insegnanti alla riapertura delle scuole. Ne risentirà anche la sicurezza: per mancanza di fondi viene sospeso il celebre piano del sindaco per ritirare le troppi armi in circolazione ricomprandole ai privati.

Pazienza se è un duro colpo per l'immagine della città-vetrina di Obama, quella in cui il presidente si fece le ossa come militante politico di quartiere, proprio nelle lotte per migliorare la qualità dei servizi sociali. Invecchia precocemente anche il mito della “rinascita di Chicago”, vantata dai magazine come città-modello capace di schivare lo choc della recessione; la metropoli elegante e raffinata che continua a investire nell'architettura moderna (ieri Frank Lloyd Wright, oggi Renzo Piano) per lucidare il proprio glamour turistico internazionale.

Tutto vero, fino a poco tempo fa. Ora la bancarotta della finanza locale contagia anche la metropoli più ricca e cosmopolita del Mid-West, stremata per il crollo delle entrate. Come tutte le città americane anche l'amministrazione locale di Chicago dipende in modo prevalente dall'imposta sulla casa e da qualche tassa sui consumi: le voci di gettito su cui la recessione ha avuto un impatto catastrofico.

La “chisura per bancarotta” di Chicago fa scalpore perché è la città del presidente, ma non è un caso isolato. In Pennsylvania 255 impiegati pubblici sono stati licenziati in tronco – dieci giorni di preavviso e zero liquidazione – con una motivazione secca: “Mancanza di fondi”. Oggi si fermeranno per sciopero il metrò e gli autobus di San Francisco, dopo l'aut aut della città agli autoferrotranvieri: o accettano una riduzione del 7% degli stipendi o scattano i licenziamenti collettivi.

Il caso della California è uno dei più drammatici. Dal 2 luglio lo Stato più grande e più ricco degli Usa (se fosse indipendente avrebbe un Pil superiore all'Italia e farebbe parte del G8) sta pagando tutti i suoi fornitori e creditori con delle cambiali, pezzi di carta di cui bisogna fidarsi: sono quasi due miliardi di dollari di “promesse future”, perché in cassa non ci sono i fondi. E' con rinvii e sotterfugi di questo genere che il governatore Arnold Schwarzenegger ha tamponato provvisoriamente un buco di 24 miliardi di dollari nel suo bilancio. Tutti i servizi essenziali sono vittime dei tagli. Oltre 500 milioni di dollari sono stati tolti all'assistenza sanitaria per i più bisognosi. Le carceri dovranno liberare fino a 43.000 detenuti entro il prossimo biennio. E non è detto che siano solo i condannati per reati minori a uscire in libertà.

“Di questo passo – dice la presidente dell'assemblea legislativa californiana, Karen Bass – dovremo semplicemente aprire le porte delle prigioni”. Soffre perfino quello che è stato per decenni il fiore all'occhiello del “modello California”: il suo sistema universitario, capace di attirare nei campus da Berkeley a Ucla l'élite scientifica e il meglio degli studenti da tutto il mondo. Oggi le varie facoltà del sistema statale University of California subiscono riduzioni dal 20% al 30% dei loro stanziamenti.

L'università California State Fullerton ha inviato una lettera a tutti gli iscritti che inizia così: “Caro studente, come sai la California attraversa una drammatica crisi di bilancio. Pertanto siamo spiacenti di dover cancellare diversi corsi ai quali ti eri iscritto”.

Professori e ricercatori sono costretti anche qui a prendersi delle vacanze non pagate, un modo elegante per mascherare delle riduzioni nette di stipendio. In America e nel mondo intero si ha l'impressione che l'Amministrazione Obama abbia risposto alla recessione con un poderoso aumento dell'intervento statale: la misura più nota è la maximanovra di spesa pubblica da 787 miliardi di dollari varata dal Congresso a fine gennaio. A livello locale però sta accadendo il contrario. Gli Stati e le municipalità sono costretti a ridurre crudelmente le spese più essenziali.

La ragione? A differenza del governo federale di Washington, la quasi totalità degli Stati (fa eccezione solo il Vermont) adottarono a fine anni Settanta delle costituzioni che proibiscono i deficit. La possibilità di indebitarsi è circoscritta entro limiti rigidi. Con due effetti pericolosi. Da una parte a livello locale la spesa pubblica non agisce affatto per attutire la recessione, ma al contrario contribuisce ad aggravarla. Inoltre si depaupera ulteriormente la qualità dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, già in decadenza da decenni.
(17 agosto 2009)
http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/esteri/chicago-chiude/chicago-chiude/chicago-chiude.html

:hehe: e diceva pure che la crisi era finita :hehe: