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[size=18]“La psichiatria cambi passo e diventi 'sovversiva': più terapie alternative, meno farmaci”
di Antonella Loi


La terapia di gruppo sulla spiaggia di Cala Sisine

“Che cosa avrebbe dipinto Vincent Van Gogh se ci fossero stati gli psicofarmaci?”. Se al grande pittore olandese affetto da schizofrenia avessero somministrato il Tavor o l’Entumin, i celebri girasoli avrebbero avuto la stessa luce? Appare come una provocazione, ma le parole di Alessandro Coni, psichiatra e direttore del Centro di salute mentale della Asl 6 della provincia sarda di Sanluri, dicono ben altro. “Com’è possibile che solo l’1% delle risorse destinate alle cure psichiatriche vadano alle terapie riabilitative? Per quali interessi di parte le cure si basano quasi esclusivamente sulla somministrazione dei farmaci?”. La disputa è solo in apparenza racchiusa tra le mura ospedaliere e accademiche. In realtà è un’impellenza sociale che sotto la spinta di quella che potrebbe essere una “rivoluzione” nel modo di affrontare la malattia mentale, chiede finalmente voce.

Semus fortes – Per capire di cosa si sta parlando basta inerpicarsi tra i ruvidi sentieri del Supramonte, percorrere le pericolose cenge calcaree e affacciarsi sulle falesie a picco sul mare: la commovente bellezza dell’entroterra sardo fa da cornice all’essenza di quella che Coni chiama psichiatria “sovversiva”, che trova nel trekking una delle sue espressioni più forti e che solo per pudore è definita terapia “sperimentale”. Il documentario Semus Fortes (in lingua sarda “siamo forti”), diretto da Mirko Giorgi e Alessandro Dardani e presentato a Cagliari durante una tappa del tour che ha toccato diverse città italiane, è la testimonianza di come oltre le barriere culturali, i pregiudizi e le ingessature delle istituzioni, ci siano le vite ritrovate di Ketty, Enrico, Massimiliano, Alessio, Simone, solo per citare alcuni dei 15 pazienti del Centro di salute mentale di Sanluri che partecipano al progetto.

Voci – “Grazie al trekking ho cominciato a fidarmi degli altri, perché da lungo tempo avevo perso la fiducia in me e non vedevo un futuro – racconta Enrico davanti ad una platea attenta -. La montagna ci ha permesso di ascoltare noi stessi insieme agli altri”. Ma la conquista vera per il giovane è l’aver superato l’ostacolo più temuto: “Ero bloccato dai pregiudizi, dai miei soprattutto. Ho capito che ognuno ha una sensibilità e la diversità è molto importante perché favorisce il confronto”. “Due anni di trekking mi hanno risollevato”, ammette subito dopo Giancarlo, che con voce lenta racconta il suo passato da eroinomane e carcerato. “Non sono un cattivo ragazzo – dice provando a domare la timidezza – ma la droga era più forte di me. Poi un infermiere del centro mi ha invitato al trekking e la mia vita è cambiata”. Dalla patologia mentale si può guarire, è la sua convinzione, e “la vera malattia è l’ipocrisia: noi stavamo cadendo – spiega – e non avevamo il paracadute. Grazie ai medici e agli infermieri ci siamo salvati”. Ketty dai capelli corvini racconta un altro dramma, in parte superato: “Ho trascorso mesi e mesi in silenzio, al buio della mia camera. Ho anche tentato il suicidio, ma non so se volessi veramente morire: se oggi sono qui a raccontarlo è perché queste persone mi hanno dato tanto”. Il “ciclone” Efisio la butta invece sull’ironia. “Eh però, andiamoci piano – ammonisce – perché sto migliorando talmente tanto che non vorrei ammalarmi di normalità”.

Follia – E come nella terapia di gruppo intorno al fuoco del bivacco, che segue ogni trekking, Coni chiude il cerchio. “La follia di andare in Supramonte, in Nepal o sull’Everest può dare slancio e senso alla vita – dice -. Il punto è che dalla passione, dall’entusiasmo ma anche dalla sofferenza possono germogliare persone meravigliose che, se aiutate, crescono e acquisiscono una sensibilità straordinaria che può essere utile a tutta la comunità”. La rivoluzione, chiaramente, è già iniziata. “Facciamo casino, facciamoci sentire – esorta lo psichiatra -, cominciamo dal basso, dai nostri ragazzi che erano ‘rottami’ e oggi stanno facendo politica e sensibilizzano l’opinione pubblica”. Il messaggio è rivolto a chi in questo Paese ha le chiavi del potere. Serve cioè un’illuminazione: la stessa che consentì a Basaglia di promuovere la chiusura dei manicomi.

Cambiamento – “Come è possibile che i 6mila euro necessari per gestire il coro polifonico dei pazienti, una delle nostre iniziative terapeutiche alternative, siano stati trovati per miracolo?”, è la domanda – polemica – dello psichiatra. “E’ una vergogna se si pensa che 6mila euro equivalgono alla spesa farmacologica per due o tre malati in un anno – tuona –. Tenendo conto che ogni Csm segue dai 2 ai 4mila pazienti abbiamo capito di che movimento di soldi stiamo parlando”. Non per questo Coni nega l’utilità degli psicofarmaci, “essenziali nella cura delle persone con disturbi psichiatrici, perché attenuano i sintomi e permettono l’incontro con gli altri e con il mondo”. Quegli stessi però che “non aiutano a dare un significato alla sofferenza e ritrovare il senso della vita”. E allora ecco la sintesi: “La psichiatria deve portare cambiamento, paradossalmente anche follia, la follia del cambiamento e della sovversione. E lo deve fare mettendo sopra chi sta sotto”.

30 marzo 2012

http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/12/04/psichiatria_trekking_semus_fortes.html


"Il cuore è la luce di questo mondo.
Non coprirlo con la tua mente."

(Mooji - Monte Sahaja 2015)