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#140407

Anonimo

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La pensione di Giancarlo

Scritto da Bruno Giorgini
Giovedì 08 Dicembre 2011 01:46
Fondata sul lavoro
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di Bruno Giorgini – democraziakmzero.org

Giancarlo mi ferma sotto il portico: tu che hai studiato, perché l’infamia del debito e della caduta dell’euro, come ha detto Monti, dipende dalla mia pensione? Che colpa ne ho? Giancarlo ha lavorato in Germania e Francia, operaio migrante per una vita, poi è tornato in Italia e si è comperato un piccolo appartamento in una stabile di questa strada dentro mura, due stanze e un bugigattolo, come lo chiama, per i nipoti quando vengono a trovarlo.

Non ha la macchina, lui e sua moglie non vanno mai in vacanza e nemmeno al ristorante, ogni tanto il lusso di un trancio di pizza a taglio comperato dal pizzaiolo egiziano sotto casa. E poi dice anche che la mia pensione impedisce di dare lavoro ai giovani, che con la mia pensione rubo il loro pane, che rovino il futuro dei miei nipoti.

A me un paere ad dvintè matt, a me pare di diventare matto, Giancarlo parla in dialetto, come tutti sotto questi portici compresi gli studenti calabresi e il pizzaiolo egiziano.

Allora cominciamo con l’aritmetica. Il debito italiano è di circa 1900 (millenovecento) miliardi di euro, gli interessi che lo stato italiano dovrà pagare l’anno prossimo saranno circa di 75-80 miliardi di euro, con la manovra sulle pensioni, blocco dell’indicizzazione oltre i 700 euro netti, aumento dell’età già dal prossimo anno per uomini e donne eccetera, al massimo il governo potrà tirar su 5 (cinque) miliardi, ovvero meno di un decimo, dal punto di vista del debito è un’unghia. Poi c’è il bilancio dell’Inps, che, meraviglia delle meraviglie, è in attivo tra contributi versati dai lavoratori e pensioni erogate. Il discorso si fa un po’ tecnico, però il risultato, conti alla mano, è inequivocabile: per il 2009 il saldo tra le entrate contributive, le trattenute, e le prestazioni pensionistiche (gli assegni effettivamente erogati al netto) risulta dare un avanzo di, udite udite, 27,6 (ventisette virgola sei) miliardi di euro. Cioè i lavoratori versano di più di quanto ricevono i pensionati. Poi lo stato mette le mani nelle tasche dell’Inps, e degli altri enti previdenziali, usandoli come una cassaforte, cioè spendendone i soldi per scopi diversi da quelli previdenziali (Luciano Gallino un po’ ovunque, Francesco Piccioni sul manifesto, ma si può anche chiedere a un qualunque funzionario onesto dell’Inps).

Ma allora io non rubo niente, mastica amaro Giancarlo, Non solo non rubi, ma mantieni lo stato, non so se si possa dire che lui si appropria in modo illecito dei tuoi soldi versati, certo non è molto etico, lo dico con altre parole, più crude, ma il senso è questo. Ecco perché ieri sera la signora piangeva in televisione, si vergognava, lacrime di vergogna erano. Aggiunge Giancarlo. E’ lei che deve vergognarsi, non io, chaio lavurè tot una veta, che ho lavorato tutta una vita. Lacrime e sangue. Lei ci mette due lacrime, io il sangue.

Perché alla oscenità dei tagli sulle pensioni, si aggiunge una oscenità ancora peggiore: instillare, tramite un martellamento mediatico che ormai dura da un ventennio almeno, un senso di colpa nei pensionati per il debito pubblico, per la disoccupazione giovanile nonché per il precariato. Quindi Giancarlo fa due domande, ma allora i giornali e la tv dicono le bugie e fin qui la domanda è retorica, sì, dicono le bugie e/o mascherano la verità, poi viene quella vera per lui, perché il Partito- per Giancarlo ancora con la maiuscola tutto insieme Pci Pds Ds Pd – non dice queste cose, perché non si oppone, perché non fa una campagna per spiegare che noi pensionati non rubiamo niente anzi… perché lascia che sembri che abbiano ragione loro e che noi pensionati saremmo dei mangiapane a tradimento. E questo lo fa disperare ancora di più.

Già perché… ma intanto è arrivata la signora Maria a raccontare le sua storia. Due anni fa, a 58 (cinquantotto) anni d’età, accettò di essere licenziata dall’azienda dove lavorava, una azienda che faceva parte di una multinazionale tedesca. Cioè decise di accettare la proposta di prepensionamento anticipato con il cosidetto scivolo, due anni di mobilità a 800 euro al mese (cassa integrazione, insomma) che l’avrebbe portata fino alla pensione. Un accordo non privato, ci tiene a sottolineare la signora Maria, ma sottoscritto dalle parti, io, l’amministratore delegato come rappresentante dell’azienda e il sindacato come garante. Insomma un impegno, un patto pubblico, che adesso viene violato. Già col meccanismo delle finestre ero finita un anno dopo, cioè sarei andata in pensione nel luglio 2012, quando io i 60 (sessanta) anni li ho compiuti nel luglio 2011, insomma con dodici mesi di ritardo. Adesso devo arrivare nel 2013, ma intanto che fine fa l’indennità di mobilità? La signora Maria è furibonda, impotente e depressa, né pare che il sindacato voglia e possa far nulla però sono stati loro, i sindacalisti, a convincermi, c’è la crisi, favoriamo la ristrutturazione soft, intanto così si liberano posti per i giovani, e adesso? Mi aumentano l’età lavorativa, quando sono disoccupata! e un lavoro alla mia età dove lo trovo.

Intanto nell’azienda giovani non ne hanno assunti, aumentando invece i carichi di lavoro su quelli rimasti. Qui c’è un’altra gigantesca menzogna, anzi una montagna di balle. Nel resto d’Europa i lavoratori andrebbero in pensione con le barbe bianche e i corpi cadenti, da noi tutti giovanotti che fanno jogging. Ebbene in Italia l’età media di pensionamento per gli uomini è di 61,1 (sessanta uno virgola uno) anni, in Francia di 59,1 (cinquantanove virgola uno) anni, in Germania, la mitica dura severa Germania ueber alles, siamo a quota 61, 8 (sessantuno virgola otto): se non è zuppa è pan bagnato. Per non dire delle famose aspettative di vita, un parametro che più insulso e antiscientifico non si può, cioè non è un parametro di niente se non la propaganda ideologica, stile i famosi piani quinquennali nella fu Urss. O dell’evidente discrasia, sciocchezza diciamo, tra l’aumento dell’età pensionabile e la dichiarata volontà di incrementare l’occupazione giovanile.

A questa improvvisata mini assemblea sotto i portici si unisce anche Massimo. La mia mamma è fortunata, prende 800 euro lordi, quindi gliela aumentano col caro vita, a occhio e croce da 4 a 8 euro al mese, sai che bazza… perché si parla veramente di portare via ai pensionati gli spiccioli, quasi li si volesse umiliare più di quanto già non lo siano. Massimo lavorava col babbo come idraulico, un mestiere d’oro, beh, non sempre e non per tutti. Il babbo va in pensione e, a dispetto delle statistiche sulle aspettative di vita, muore un anno dopo. Aveva versato per la sua pensione 80.000 (ottantamila euro), e indietro non ha avuto quasi niente, sua moglie che percepiva la minima con la reversibilità arriva appunto a poco meno di 800 (ottocento) euro. Mentre la crisi incalza, il lavoro manca, Massimo non riesce a pagare l’affitto della bottega, viene sfrattato, mette gli attrezzi in una cantina di un vicino amico e comincia, più o meno come un immigrato, lui bolognese doc che mai se lo sarebbe neppure sognato, a darsi da fare come può e quando può nei cantieri, sempre più rari del resto, e anche nelle case i rubinetti si lasciano gocciolare perché soldi non ce ne sono, e deve anche aiutare sua madre perché con 800 euro al mese si fa poca strada. Mi viene da sbattere la testa contro il muro, poi ci pensa su, anzi sarebbe ora di sbattere la loro testa contro il muro. Dice.

Adesso arriva l’ultima domanda. E’ Giancarlo che parla: ma se non è questione di soldi per pagare il debito, perché se la prendono tanto con noi pensionati, sultant parchè i son malegn, soltanto perché sono maligni? Già, perché tanto accanimento contro i pensionati? L’accanimento è contro le pensioni pubbliche, contro il diritto alla pensione. E bisogna metter mano a un po’ di economia politica per capire. Detto in gergo tecnico, il capitalismo soffre strutturalmente della cosidetta caduta tendenziale del saggio di profitto, che viene contenuta o rintuzzata tramite la massimizzazione del profitto. Ma questi profitti non possono venire oggi dalla produzione e vendita di merci, ormai per esempio il mercato dell’auto è vicino alla saturazione, lo stesso per lavatrici e frigoriferi, per non dire dell’energia eccetera. Allora ecco che due sono le idee, la prima: invece di produrre merci a mezzo di merci, si produce denaro a mezzo di denaro, è il trionfante capitalismo finanziario, un meccanismo di speculazione aggressiva fino al gangsterismo; la seconda attiene alla previdenza, la sanità e assistenza, e la formazione, scuola e università, tutti settori da rendere privati. Terreno per l’azione finanziaria e speculativa di compagnie assicurative, società di hedge founds, e altri mostri succhiasangue. Ma prima bisogna eliminare, distruggere, fare tabula rasa del sistema pubblico nel campo della previdenza, della formazione, della sanità. Per cui essere pensionati pubblici deve diventare una tortura, un tormento, una umiliazione e immiserimento continuo (negli ultimi 10 – dieci – anni le pensioni italiane hanno perso il 25% del potere d’acquisto, fonte Istat).

La pensione, la scuola, la sanità non devono più essere dei diritti sociali, in qualche modo e in parte sottratti al mercato, ma merci come tutte le altre, che comperi e paghi salato. La cosa si capisce ancor meglio se si considera che mentre il governo Monti bastona i pensionati, dall’altro lato, quello dei padroni, introduce forti agevolazioni fiscali per le aziende, con lo scandalo della mancanza di ogni tassa patrimoniale, che c’è anche in Francia, pur governata dalla destra, il 3% per patrimoni superiori a 300000 (trecentomila) euro e il 4% per quelli oltre i 400.000 (quattrocentomila). Ma allora da noi bisogna fare la rivoluzione, fera an buttaso, fare un buttasu, dice concludendo l’assemblea sotto i portici, Giancarlo e scuote la testa. Almeno non fa freddo, chiosa Massimo, ma neppure questa è una buona notizia, significa che il riscaldamento del pianeta avanza più svelto del previsto, e saranno guai grossi, molto. Ma non lo dico, per oggi di cattive notizie abbiamo fatto il pieno. Per la rivoluzione, chissà.