Rispondi a: Perche aver paura della morte?

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solazaref
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Eliphas Levi parla così del grande arcano della morte:
” Noi ci rammarichiamo sovente che la più bella vita deve finire e l’avvicinarsi di quel terribile momento che si chiama la morte ci disgusta da tutte le gioie della esistenza.
” Perché si nasce, quando bisogna vivere così poco? Perché educare con tante cure dei fanciulli che morranno? Ecco ciò che si domanda l'ignoranza umana, néi suoi dubbi più frequenti e più tristi.
” Questo ancora può vagamente domandarsi l'embrione umano all’avvicinarsi di quella nascita che sta per gettarlo in un mondo sconosciuto, spogliandolo del suo inviluppo preservatore. Studiamo il mistero della nascita ed avremo la chiave del grande arcano della morte.
” Gettato, per legge di natura, nel seno di una donna, lo spirito umano vi si desta lentamente, e si crea con sforzo degli organi indispensabili più tardi, ma che a misura che crescono, aumentano il disagio nella sua presente posizione. Il tempo più felice della vita dell'embrione è quello in cui, sotto la semplice forma di crisalide, stende a sé d'intorno la membrana che gli serve di asilo e che nuota con lui in mezzo ad un fluido nutriente e conservatore. Allora egli è libero ed impassibile, vive della vita universale, e riceve l'impronta dei ricordi della natura che più tardi determineranno la configurazione del suo corpo o la forma dei lineamenti del volto. Questa era felice potrebbe chiamarsi l’infanzia dell'embrionato.
” Viene in seguito l'adolescenza, la forma umana diventa distinta, il sesso si determina, un movimento si effettua nell’uovo materno, simile ai vaghi sogni della età che succede alla infanzia.
” La placenta, che è il corpo esteriore e reale del feto, sente germinare in sé qualche cosa di sconosciuto che già tende a fuggir via lacerandola. Il nascituro allora entra più distintamente nella vita dei sogni, il suo cervello rovesciato come uno specchio di quello di sua madre né riproduce con tanta forza la immaginazione che né comunica la forma alle sue proprie membra. Sua madre è per lui allora ciò che Dio è per noi, è una provvidenza sconosciuta, invisibile, alla quale egli aspira al punto di identificarsi a tutto ciò ch'ella ammira, Egli tiene a lei, vive per lei e non la vede, non può néppure comprenderla e, se potesse filosofare, egli negherebbe forse l'esistenza personale e l'intelligenza di questa madre che non è ancora per lui altro che una prigione fatale ed un apparecchio conservatore. A poco a poco però questa servitù lo impaccia, egli si agita, si tormenta, soffre, sente che la vita sta per finire. Arriva un'ora di angoscia e di convulsione, i suoi legami s'infrangono, egli sente che sta per cadere nel baratro dell'ignoto. Il fatto è compiuto, egli precipita, una sensazione dolorosa lo colpisce, uno strano freddo lo prende, egli da un ultimo sospiro che si muta in un primo grido;
egli è morto alla vita embrionale, è nato alla vita umana!
” nella vita embrionale gli pareva che la placenta fosse il suo corpo ed era in fatti il suo corpo speciale embrionale, corpo inutile per un'altra vita e che deve essere rigettato via come lordura nel momento della nascita
” Il nostro corpo nella vita umana è come un secondo involucro, inutile alla terza vita, ed è perciò che lo rigettiamo al momento della seconda nostra nascita.