Rispondi a: Preti e suore vergini per sempre?

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Anonimo

[quote1341833026=civile]
chissà forse abbiamo fatto male,era meglio rimanere casti :lente:
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La risposta, come al solito, non si fa attendere; Krisna continua il suo insegnamento affermando che è costante di mente colui che, abbandonati tutti i desideri mentali, trova completa soddisfazione nel SÈ imperituro. Questo stato si ottiene quando la mente non è turbata a causa dei piaceri mancati ne dai dolori sopraggiunti, quando si è vinta la paura e l'ira, e si ha superato ogni attaccamento. È per questo che è necessario ritirare i sensi dai rispettivi oggetti, in questo modo anche gli oggetti si allontaneranno. Ma il ricordo del piacere che possono dare non si ritira tanto facilmente; solo dopo aver contattato il SÈ, la propria Essenza, “il volto che avevi prima che tuo padre nascesse” come ricorda un Koan ZEN, solo dopo si perde il piacere che i sensi ed il possesso degli oggetti possono dare.

E' un discorso semplicissimo, chiarissimo, ma……., c'è un ma. Purtroppo tutto ciò risulta difficilissimo da praticare. Krisna stesso lo riconosce, al versetto 60) infatti, afferma: “…. gli impetuosi sensi travolgono la mente anche dell'uomo savio che tenta dominarli.” Per questa ragione, anche, nascono diversi Yoga e diverse religioni, rappresentano strade alternative che conducono tutte alla stessa meta: il controllo della mente e dei sensi. Qualche via si basa sul rafforzamento della volontà, qualche altra sul lavoro disinteressato, altre ancora sulla preghiera devota. Alcuni, per annullare i desideri, sono costretti in una prima fase a soddisfarli, possono vederli scomparire soltanto quando personalmente sperimentano che la semplice soddisfazione dei desideri non porta alla pace.

Nei versetti seguenti Krisna traccia la via del peccato, lo chiama rovina dell'uomo. Il punto di partenza è la mente che aderendo agli oggetti dei sensi è la causa del desiderio. Il desiderio a sua volta provoca frustrazione per la mancata o parziale fruizione, allora sorge l'ira; dall'ira nasce la mancanza di discernimento, e da questa la confusione della memoria e la perdita del raziocinio, seguita naturalmente dalla completa rovina. La padronanza dei sensi e della mente, invece, genera la tranquillità che a sua volta dona la libertà dal dolore e la pace.

La mente che obbedisce ai sensi, mai del tutto soddisfatti, travolge ogni logica, come la tempesta marina travolge una fragile nave. Obbedire ai sensi insaziabili significa non saper navigare sulle acque dell'emotività astrale. Controllandoli, invece, si naviga con sicurezza, si diviene esperti nocchieri e di mente costante. Accade allora che i valori dell'Iniziato risultano rovesciati rispetto a quelli dell'uomo comune; quando il primo veglia, l'altro dorme, quello che il primo desidera, l'altro abbandona. L'uomo comune lavora di giorno per procacciarsi il sostentamento, ma anche sicurezze, onori e ricchezze; mentre all'Iniziato queste cose non interessano. Egli lavora di notte, “operando” con costanza alla sua liberazione, nel silenzio, in solitudine e con concentrazione; vere ricchezze, queste, che l'uomo comune trascura del tutto. La PACE, perciò, non può essere raggiunta da chi è servo dei suoi desideri; mentre chi li padroneggia rimane sempre calmo e sereno. Il mare, che pur ricevendo le acque dell'emotività astrale da tutti i fiumi del mondo, rimane sempre allo stesso livello, è un esempio perfetto. Proprio questa PACE è quello “stato divino” che non procura delusione; ed anche se raggiunta negli ultimi istanti della vita, conduce all'unione con l'Altissimo Brahman, alla Salvezza. (…)

CANTO III

ARJUNA DISSE: 1) “O Janardana, se a parer tuo la devozione è superiore all'azione, perché, o Kesava, a così terribile impresa mi sospingi? 2) Invero con le tue parole ambigue quasi confondi la mente mia; perciò definitivamente dimmi qual è l'unica via per cui posso ottenere la beatitudine.”

Il terzo canto si apre con la richiesta di ulteriori spiegazioni, in quanto l'insegnamento sin qui impartito non è completo. Arjuna domanda al SÈ (si domanda nel modo dovuto): – Se la devozione, intesa come ricerca della Conoscenza e conseguente contemplazione della Verità (Yoga della Conoscenza, Jnana Yoga), è superiore all'azione senza attaccamento al frutto (Azione non azione, Karma Yoga), “perché a così terribile impresa mi sospingi?”

DISSE IL SIGNORE: 3) “O Anagha, come da Me fu detto, vi è in questo mondo un duplice sentiero: quello dei Sankhya – per mezzo della devozione alla Sapienza -, e quello dei Yogi, – per mezzo della devozione nell'azione -, 4) Non con l'astenersi dall'azione ottiene l'uomo liberazione dall'attività, né per la sola rinunzia dell'azione ottiene la perfezione. 5) Né alcuno, nemmeno per un istante, può rimanere inattivo, poiché tutti involontariamente, son costretti, dalle energie inerenti alla natura, a compiere una qualche azione. 6) Quell'uomo, illuso, che pur frenando gli organi dell'azione continua a pensare agli oggetti dei sensi, è chiamato un ipocrita. 7) Ma d'altra parte quegli che, frenando con la mente i propri sensi, con gli organi dell'azione si dedica alla devozione nell'azione, essendo egli senza attaccamento, è superiore agli altri, o Arjuna. 8) Fa' ciò che è prescritto, poiché l'attività è migliore dell'inattività, e neppure il sostentamento del corpo sarebbe possibile senza l'attività.

La domanda del tutto pertinente, permette a Krisna di approfondire il suo insegnamento riallacciandosi al discorso precedente: “Come da me fu detto……”. Ci sono due sentieri principali, il sentiero della Conoscenza, e quello delle opere.

Facciamo una piccola digressione; notiamo ancora una volta quanto sia facile per la personalità dell’Iniziato contattare il SÈ superiore; Arjuna chiede, Krisna risponde. Il guerriero domanda e la sua Coscienza risponde. Agli antichi Patriarchi biblici era sufficiente ritirarsi nella loro tenda e volgere gli occhi al cielo per parlare con l'Altissimo; ma noi, poveri “mortali”, come dobbiamo fare? La risposta è facile: Saliamo anche noi sopra il nostro carro, oppure rientriamo nella nostra tenda; il che significa semplicemente: rientriamo in noi stessi e rilassiamoci bene. Rivolgiamoci al nostro Auriga, volgendo gli occhi al cielo, concentriamo cioè l'attenzione nel punto in mezzo alle sopracciglia in meditazione; allora, ascoltando pazientemente, sentiremo gli insegnamenti della nostra Coscienza Superiore. Soltanto allora ci accorgeremo veramente della difficoltà di zittire la mente, e quanto sia difficile staccarci dai nostri desideri e dai nostri attaccamenti. Finalmente sapremo di che stoffa è fatto il nostro guerriero, se si arrende alle prime difficoltà, oppure sa lottare con insistenza, con caparbietà, fino alla vittoria.

Ma le difficoltà, quelle vere, devono ancora arrivare. Infatti bisogna fare ben attenzione che il primo nato sia idoneo, perché: “Molti verranno nel mio nome, ma voi non li seguite.” (Mt.24/5) ed ancora: “Guardatevi dai falsi profeti.” (Mt.7/15); l'anima deve essere pura, per poter partorire la vera Coscienza, infatti la Madre deve essere VERGINE. Poi bisognerà avere pazienza ….., pazienza ed attenzione, poiché “gli alberi si riconoscono dal loro frutto” (Mt.12/33). Non c'è altro mezzo per distinguere gli alberi buoni da quelli cattivi, è necessario aspettare che diano i primi frutti.

Solo a questo punto saremo arrivati, …… saremo arrivati all'inizio, alla grotta di Betlemme, molto prima che inizi il “Canto del Beato” (La Bhagavad Gita che stiamo studiando), quando Sri Krisna era un neonato, anche Lui è certamente scampato ad una strage degli innocenti, anche Lui deve aver fatto la sua brava fuga in Egitto (…).

Tornando al nostro testo, troviamo Krisna, già adulto, che occupa il posto di Auriga che gli compete, è il guidatore di quel carro che rappresenta il nostro corpo. La Coscienza Profonda prosegue ed approfondisce il suo insegnamento affermando che non è affatto sufficiente astenersi dall'agire, il solo rinunciare all'azione non può condurre alla liberazione. Infatti, anche il semplice respirare e nutrirsi sono azioni, la stessa Ricerca della Verità è un’azione. Coloro che, spinti dal desiderio, continuamente pensano allo scopo dell’azione, ma si astengono dall'agire credendo di rinunciare ed avvicinarsi così alla Perfezione, non solo si illudono, ma sono anche ipocriti; perché con il loro pensiero, in realtà attirano proprio quelle cose che vorrebbero allontanare.

Il giusto comportamento è quello di limitare i desideri spostando l’attenzione sulla devozione ed il sacrificio (nel senso di offrire al Cielo, fare Sacro) con un preciso atto di volontà. È necessario quindi fare tutto ciò che va fatto, l'attività è sempre preferibile all'ozio.

9) Questo mondo è legato dalle azioni, all'infuori di quelle di sacrifizio; perciò, o Kaunteya, libero da attaccamento, con tale scopo di sacrifizio compi ogni azione. 10) In principio Prajapati, avendo creato insieme gli uomini e il sacrifizio, disse: “Propagatevi per mezzo di questo. Ciò sia per voi la vacca che esaudisce i desideri. 11) Con esso sostentate gli Dei, e possano gli Dei sostentar voi; e sostentandovi reciprocamente otterrete il bene supremo. 12) Poiché propriziati dai sacrifizi gli Dei vi accorderanno i favori desiderati.” Colui che gode ciò che da loro è elargito senza offrir loro nulla in ricambio, invero è un ladro. 13) I buoni che mangiano i resti del sacrifizio sono liberati da tutti i peccati; ma i malvagi che preparano il cibo unicamente per sé stessi si nutrono di peccato. 14) Dal cibo son prodotte le creature; dalla pioggia è prodotto il cibo; dal sacrifizio è prodotta la pioggia; e il sacrifizio è prodotto dall'azione. 15) Sappi che l'azione ha origine dai Veda, ed i Veda procedettero dall'Indistruttibile; perciò Brahman, che tutto compenetra, è ognor presente nel sacrifizio. 16) Colui che in questo mondo non mantiene in moto la ruota così roteante, che mena una vita di peccato, che si delizia dei sensi, vive invano, o Partha.

Questa vita, in ultima analisi, è soltanto un susseguirsi di azioni; e tutte legano a questo mondo poiché generano Karma, positivo o negativo che sia, tutte “all'infuori di quelle di sacrifizio”. Queste ultime sono quelle che vengono offerte al Signore e quindi compiute senza attaccamento al frutto dell'azione.

Appare perciò ulteriormente confermato che è meglio “mangiare la foglia” che mordere il frutto proibito. “Voi cercate prima di tutto il Regno di DIO, tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù.”

Assieme all'uomo fu creato il sacrificio come mezzo per ingraziarsi gli dei (che sono le Sefirot, le facoltà) e con i loro aiuto, esaudire ogni desiderio. Nei testi sacri, il Sacrificare va sempre inteso nel senso di “fare Sacro” l'oggetto o l'azione, offrendola al Divino, mai di patire qualcosa, di soffrire; in altre parole nel senso di Sè-offrire, offrirsi, senza immolarsi, dedicando le proprie azioni al Divino Immanente e Trascendente.

Quelli che approfittano dei doni del cielo, senza offrire nulla in cambio, è come se rubassero; i buoni si nutrono dopo aver offerto il loro cibo agli dei; mentre quelli che preparano il cibo solo per sé stessi, “si nutrono di peccato”.

Le creature sono prodotte del cibo, il cibo è prodotto dalla pioggia, e questa è prodotta dal sacrificio, che è azione-non-azione, come dettano i Veda, parola dell'Indistruttibile; nel sacrificio è sempre presente l'Altissimo, il SÉ, la Coscienza Superiore. Colui che non chiude questo ciclo, sacralizzando le sue azioni, ma si limita a godere dei piaceri dei sensi, “vive invano”.

17) Ma l'uomo che si compiace in sé stesso, che è contento in sé stesso e nel suo SÈ soltanto è soddisfatto, non ha più nulla da fare. 18) Invero per lui non vi ha più interesse in ciò che vien fatto o non fatto in questo mondo, né vi è per lui più necessità di ricorrere ad essere alcuno per ottenere qualsiasi cosa.

Soltanto il realizzato, il Jivanmuhkta, non è tenuto a sacralizzare il suo cibo perché ha raggiunto il completo distacco da ogni cosa, si trova al centro della ruota del Samsara, ha penetrato tutti i veli di Maja. Egli è quel Testimone Imperturbabile, quella Pura Coscienza, che è al di là di ogni dualità e dalla portata dei tre Guna, gli attributi della natura.

19) Perciò fa' sempre ciò che dev'essere fatto, ma senza attaccamento, poiché l'uomo che compie un'azione disinteressatamente consegue il Supremo. 20) E soltanto per mezzo dell'azione Janaka e gli altri raggiunsero la perfezione; inoltre, per il benessere delle moltitudini dovresti agire. 21) Quello che un grand'uomo fa, gli altri fanno del pari; la gente segue ciò che egli prende per norma. 22) O Partha, per ME non rimane nulla da fare nei tre mondi, né vi è cosa da conseguire che non sia stata conseguita; pure IO mi adopero nell'azione. 23) Perché se indefesso IO non mi mescolassi nell'azione, tutti gli uomini, da ogni parte, prenderebbero, o Partha, lo stesso cammino. 24) Se non agissi, questi mondi perirebbero; sarei causa (…) e distruggerei queste creature. Ma tu (Arjuna o chiunque altro), che non hai ancora raggiunto tale livello di perfezione, “fai quello che deve esser fatto”, agendo sempre senza attaccamento al frutto dell'azione; perché soltanto in questo modo si consegue il SUPREMO.

“Inoltre, per il benessere delle moltitudini dovresti agire.” Il Vangelo di Gesù Cristo del pari detta: “Ama il prossimo tuo, come te stesso.” Non più, nè meno, ma come ami te stesso, pertanto è innanzittutto necessario che impariamo ad amarci veramente. Spesso crediamo soltanto di volere il nostro bene, mentre in realtà facciamo il contrario. (…)

* Matteo Cap. 6/32 Sono i Gentili che cercan tutto ciò, mentre il Padre vostro sa che n'avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato per giunta. Non preoccupatevi dunque per il domani, poiché il domani sarà sollecito di se stesso. A ciascun giorno basta il suo affanno. Fonte: [color=#0099ff]ebook[/color] http://www.poco.it/bhg/b_gita.pdf