Rispondi a: La questione fondamentale

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#16409

Galvan1224
Partecipante

Buonasera e grazie della vostra attenzione,

nell’intervento precedente, un po’ “artistico” se così si può dire, davo spazio a quella disposizione o forza che permette di manovrare in modo creativo il contenuto della memoria.
Ovviamente è una semplificazione, per definire gli oggetti della nostra discussione, ossia l’esistenza di (almeno) due modalità di accesso alla memoria.

Prima di addentrarci ancor più nella questione riprendo un punto precedente, quando vi invitavo a condividere le vostre esperienze nelle quali ravvisare l’impronta di un intervento non sequenziale o analitico sul contenuto della memoria.
Qualcosa che “si è un po’ fatto o emerso da sé”.
Conversando con amici ne ho sentiti parecchi.
L’intento non era quello di accrescere la collezione, quanto di iniziare a interagire con voi lettori, ringraziando coloro che già l’han fatto.
Non per un riconoscimento tangibile e immediato, ma realmente per stabilire un contatto pur tramite delle parole scritte.
Potrei parlar del significato di un tale contatto ancora in modo artistico, ma non renderei merito a chi non condividendolo appieno si sforza di seguirmi con l’altro, quello analitico, che rispetto al par del primo.
Quindi, prima di iniziare a scrivere mi ero proposto di cercare un esempio analitico, misurabile, dell’effetto dell’interazione per presentarvelo.
Già mi figuravo lo sforzo che avrei dovuto compiere… ma ho trovato, già servito oggi sul piatto della mia tavola, chi l’ha fatto per me (gradito sincronismo).

Desidero qui manifestare la mia stima e riconoscenza per una delle colonne portanti di questa rivista, Richard, cosa che da tempo ambivo a fare, attendendo l’occasione giusta.
Negli anni che seguo questo giornale la mia meraviglia per la sua capacità (e dedizione, se mi è permesso usare tal parola), costanza e disponibilità si è via via accresciuta.
Non ho trovato altrove una tal preparazione unita a indubbie qualità umane.
Oggi ha pubblicato un articolo “Suonare insieme stabilisce una connessione tra i cervelli” estremamente interessante (che vi invito a leggere), la cui conclusione lascio a voi interpretare: alcune reti intercerebrali prevedono che tali variazioni non avvengano soltanto durante l'esecuzione musicale. “Partiamo dal presupposto che le onde cerebrali di diverse persone si sincronizzino quando le persone tra loro coordinano le loro azioni in altri modi, come ad esempio durante l'attività sportiva, o quando comunicano tra di loro…
Affascinante, queste son misure, numeri, non parole.

Cosa accade quando cresciamo?

Chi ha a che fare con i bambini (almeno qualche volta, se non con i propri con quelli altrui) frequenta una delle scuole più importanti in questo mondo. Forse la più difficile.
Nel senso che più si è adulti più si è separati da loro.
Di converso essi, più crescono e meno son separati da noi.
Semplice, no?
Per entrare in confidenza, entro chiari limiti, parlo della mia esperienza.
Ho una certa età (prossima alla pensione… anche se comincio a dubitare… me la spostano sempre in avanti, con l’ultima modifica mi han aggiunto cinque anni, ma non mi lamento, almeno io ho ancora un lavoro…) e non ho figli, qualcosa ho appreso con quelli di parenti e amici.
Fin che ero giovane mi riusciva meglio relazionarmi con i bambini un po’ grandicelli, conosco abbastanza cose e so costruire oggetti, immaginare storie… insomma un bel bagaglio di conoscenze con cui passare delle ore, ricompensato dalla loro fiducia e sorriso.

Con quelli più piccoli, ancora da divenir padroni di un minimo di capacità di linguaggio, proprio mi bloccavo, sentendomi quasi inutile e guardando spesso l’orologio nel caso me l’avessero affidati per un po’.
Potrei quasi dire di averli sentiti “alieni” (raccomando di interpretar in modo neutro la parola: straniero, estraneo, altro da me…).
Indubbiamente mi rapportavo dall’alto (o dal basso) della mia conoscenza, attributo che loro dovevano ancora sviluppare (o usufruire).
Che strano, pensavo, a me che ritenevo d’aver colto il senso della frase del ritornar bambini per entrare nel regno di dio riusciva difficile star con loro che ci vivevano o almeno ne erano i più prossimi…
Per quanto mi sforzassi non c’era verso, anzi più insistevo e maggiore la sensazione di imbrogliar me stesso facendolo.
Con un misto di curiosità e interesse (e un po’ d’invidia, lo ammetto) osservavo le mamme perfettamente a loro agio nel ruolo, molto meno i padri (da lì è cominciata a radicarsi in me la convinzione che le donne son meglio di noi maschietti).
Perché riuscivano dove inevitabilmente fallivo?
Perché per stare davvero con i bambini occorre esser come loro e questo non possiamo imporcelo a comando. Una mamma mette istintivamente da parte tutta la conoscenza che possiede ad eccezione di quella che le serve al momento, per preparar la pappa, vestirlo, distrarlo se piange o pulirlo.
Non le venisse dovrebbe presto cercar chi lo faccia al suo posto, dovendo magari lavorare per poterla pagare.
Qualcosa di simile accade nel rapportarci con chi ha molti anni, o con chi subisce l’evaporar della mente e con quella la personalità.
Oggi va molto meglio per me con i bambini e mi è accaduto d’aver tenuto in braccio un neonato per un po’ di tempo senza desiderar d’essere altrove o far altro.
Che poi egli sia stato tranquillo e rilassato m’ha ripagato e strappato un po’ di commozione.
Anche con la mia anziana (vecchia non mi piace, aboliamola questa parola) madre le cose van meglio, la ascolto due, tre volte al giorno e sempre parliamo delle solite cose, spesso ricorda mio padre che da anni non è più… che strano, par ieri… che sorta di tempo agisce nella memoria?

Ritornando ai bambini, com’è che man mano accumulano conoscenza?
Forse ne possiedono già appena nati, seppur in forma latente?
E, inevitabimente, la domanda da un milione di dollari: quando si forma l’individuo, il senso di sé?

Concluderò sempre riportandovi la mia esperienza (che ho scritto in un racconto) e vi anticipo che non mi sentirò di ricominciare senza aver sentito le vostre, quelle che davvero m’importano.
Siam qui tra noi che parliamo, perché cercare altrove?
Non sto tenendo una lezione, ambisco a camminare un po’ con voi, non importa fin dove.

… quando Galvan, un bimbo di cinque anni, fu chiamato dal padre si rilassò a vederlo e sentirlo tranquillo. Gli disse che l'avrebbe portato con sé – nel furgone che usava per il lavoro – a visitare la nuova casa dove si sarebbero trasferiti.
Non il fratello maggiore, non assieme alla madre. Solo loro due. Una cosa immensa.
In quel tragitto seduto a fianco del padre il bambino divenne Galvan.
Il nome con cui lo chiamavano e a cui rispondeva divenne il Suo nome, nulla sarebbe stato come prima. Senza rendersene conto i suoi occhi presero a guardare il mondo attraverso il parabrezza del furgone in un modo diverso: le immagini provenienti dall'esterno avevano cambiato percorso dentro di lui, allungandolo di un istante, prima di giungere a depositarsi nella memoria.
Adesso passavano prima da quel Nome.
Ogni esperienza, sensazione ed emozione da quel momento sarebbero appartenute a quel nome; non più eventi a sé, ma eventi di Galvan.

PS- dopo aver salutato Richard e con lui tutta la redazione mi è obbligo rendere merito all’editore, Pasgal, per aver creato e guidato questa rivista. Forse in alcuni ambiti potremo avere idee diverse ma son certo, senza alcuna ironia, che egli nel suo ruolo d’editore consideri la diversità un valore (e nel prosieguo mi auguro di trovare interessi condivisi tra noi).

Il valore è nel cammino,
la meta è del destino.
Del primo i frutti cogli
dell’altra solo scogli.
Eppur hai riso e pianto,
di questo fatti vanto.

Un caro saluto

Galvan