Rispondi a: La questione fondamentale

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#16422

Galvan1224
Partecipante

Buonasera,

qualche giorno fa mi trovavo in una bella città d’arte toscana, era primo pomeriggio e faceva davvero caldo, ragion per cui dopo una breve passeggiata urgeva trovare un posto se non con l’aria condizionata almeno all’ombra; forse un bel bar/pasticceria con tavoli e ombrelloni dove poter bere una bibita fresca sarebbe stato l’ideale.
E di posti davvero belli e confortevoli ce n’erano parecchi, da aver l’imbarazzo della scelta.
Ma chissà perché non mi decidevo finalmente a fermare i miei passi presso uno di questi, ostinatamente continuando a procedere sotto il caldo sole. Guardando alcuni turisti già ben comodi davanti alle loro bevande, manifestamente soddisfatti, mi son chiesto che andassi mai cercando più di quello. Avevano trovato tutto ciò che si potesse desiderare in un giorno come quello: un bel posto in una via pedonale, pulito, con una gradevole ombra, delle comode poltroncine in vimini, bella vista, tranquillità, buon servizio e una fresca bevanda… beh, non mi son seduto là, ho proseguito per un po’ sino ad arrivare a un parcheggio racchiuso su due lati da filari d’alberi ben alti, a far ombra a qualche modesta panchina, e lì vicino una fontanella con rubinetto.

Tre panchine quasi si fronteggiavano. Accanto a una c’era una carrozzina con una signora alquanto avanti con gli anni, lo sguardo forse rivolto ad altri tempi e spazi, che quelli attuali parlavan di disagio e forse sofferenza.
Su altre due panchine, uno per ciascuna, due uomini anch’essi ben anziani (non amo la parola “vecchio”).
Mi son seduto sulla panchina con accanto la donna invalida, che non ha fatto alcun cenno.
Osservando i miei occasionali compagni, ognuno in quel momento per proprio conto, mi son immaginato che avrei potuto far due chiacchere, dir qualcosa… ma dopo appena un minuto la scena si anima, passa un anziano e saluta quelli sulla panchina… poi un altro, quindi uno s’alza, ne arriva un altro che saluta e prende a parlare… un signore è tornato da un funerale e racconta di essere stato dal… (nome), insomma, man mano si dispiegavano relazioni, atti e affetti, d’una ricchezza insospettabile.
Poi i toscani (io non lo sono) son schietti e non si commiserano, ci scherzano sulle avversità della vita. Ad esempio, un anziano arriva e va a salutare la signora in carrozzella:

– Buondì Emma, come state?
– Qua sto, e voi?
– Eh, sto su du gambe… vi riposate?
– Che c’ho da fa? Anche le vostre gambe, fatele riposà…
– Eh, dovrei lasciarle a casa…

E ci tengono a ben esprimersi. Da due panchine:

– ‘O sai chi era Icaro, vero? Quello che voleva volare vicino al sole…
– … quello che aveva volato… (precisazione)
– Si, ma con le ali de c’era…
– …de cera, non c’era… (corregge la pronuncia)

Arriva una ragazza ad assistere la signora sulla carrozzina, seguita da una donna di mezz’età, entrambe si siedono accanto a me; un altro anziano che procede incerto sorreggendosi con due grosse stampelle viene a salutare Emma, informandosi sulla situazione di una ferita alla gamba e ironizzando sulle sue, poi si siede tra due amici su una panchina prendendo a conversare…

Ho trascorso la mezz’ora che avevo a disposizione, dimenticandomi la bibita e persino la fontanella vicina (qualcuno aveva lasciato dei contenitori di plastica, prontamente usati da una coppia per dar da bere al loro cane).
Stranamente o meno le persone sulle panchine non si son mostrate curiose nei miei riguardi, tanto che mi son sentito quasi invisibile.
Però, pur se non gratificato dell’attenzione dei miei simili perlomeno la mia presenza non li ha disturbati, permettendomi di cogliere quel variegato e leggero mondo d’anziani, dove le domande son quasi giunte alla fine e il ricorrere alla memoria par più la recita d’una parte che il cercar conferma della propria identità.

Quello che ascoltavo, pensieri divenuti parole e suoni, e il modo di porli, di rappresentarli… così perfetto da dar la sensazione d’essere in presenza d’attori consumati, capaci d’ogni immedesimazione.

Là seduto, a tratti riflettevo sulla “stazione emittente” dalla quale suggerivo potesse provenire il flusso del pensiero.
Stessero in questo modo le cose noi in realtà saremmo vissuti da contenuti che s’originano – forse non altrove, ma non da noi.
Appunto quella che vien detta una rappresentazione, di cui siam gli attori.

Mi rendo conto come a questo punto sia facile scivolare nella speculazione e filosofeggiare, mettendo in azione le facoltà logiche/interpretative/disquisitive ecc. del nostro magnifico strumento che c’alloggia in capo.
Tali argomenti che furono un tempo patrimonio del solo ambito spirituale-religioso, con il progredire delle discipline scientifiche e gli indubbi successi del metodo omonimo (rigoroso e riproducibile, così vien detto) hanno in parte perso quell’unica possibilità d’interpretazione che li rendeva materia per i soli addetti ai lavori, così per dire.
Anche in questa rivista non si contano gli articoli di numerosi studiosi (fisici, matematici, biologi, chimici ecc.) al riguardo.
Complice anche l’arte cinematografica concetti come Matrix e simili son diventati d’uso comune. E indubbiamente se qualcosa persiste e ha tal presa sulla coscienza umana almeno qualcosa di vero potrebbe contenere.

Quindi, come si può approfondire una questione sapendo che interverrà, inevitabilmente e pesantemente, la nostra componente intellettuale, straordinariamente supportata dalla memoria?
Non che ci sia nulla di sbagliato, ma è come guardare un bel panorama da una finestra di un appartamento.
Pur se di grandi dimensioni sarà pur sempre rivolta in una direzione, e per veder di più dell’intorno bisognerà spostarsi in altre stanze.
Ovviamente per chi sia interessato all’intero, non solo alla miglior prospettiva.

Per questo nel mio discorrere ben presto ho introdotto la componente diciamo artistica, quella che permette d’aver risposte senza neppure far domande… tale per definizione è l’atto creativo, unico, originale… senza causa.

Ritornate a sedervi con me sulla panchina, e ascoltate come ci son giunto. Appunto girovagavo per quella splendida cittadina… e un pensiero m’accompagnava, guarda un po’, di come continuare la mia discussione con voi (va beh, al momento ancora un tantino sbilanciata dalla mia parte…).

Mi figuravo di parlar sul pensiero, chiedendomi quando, come e se fosse necessario usare la parola “mente” per approfondire la questione.
Forse così assorto non ho fatto caso al caldo né ai bei tavolini ombreggiati, ritrovandomi alfine dove, se ci arriverò, tra un po’ d’anni potrebbe essere la mia dimora, anziano tra altri anziani in un giardinetto alla buona (le pensioni son magre, altro che bibite al bar).

Mentre ascoltavo, partecipavo e assorbivo quell’inaspettata ricchezza espressiva da parte dei miei simili, allo stesso tempo scrutavo in me, vedendo/sentendo/leggendo i miei pensieri.
Mi domandavo – al mio modo semplice e schivo nel cercar aiuti – se c’è una mente, perché non la vedo, la sento, la tocco… come qualsiasi cosa manifesta? Del pensiero non ho dubbi ci sia; della coscienza o dell’esser coscienti ne ho la sensazione… e del creato, della materia, per quanto dicono sia più vuoto che pieno, ne ho l’impatto sui sensi.
Che bisogno c’è della mente?
Che io supponga o meno l’esistenza di una mente (individuale) in questi anziani e in me che li osservo curioso, non cambierebbe l’esperienza.
Forse la mente, se vi fosse, è neutra qual lo schermo bianco del cinema, e i pensieri son come le immagini proiettate, se togliete lo schermo… fine dello spettacolo.
Ma queste son congetture, astrazioni… di fatto, di sperimentabile, non c’è che il pensiero… il flusso del pensiero e la sensazione di essere coscienti, talmente intrecciati i due da non poter dire con sicurezza che senza il primo ci possa esser il secondo.
E naturalmente c’è la memoria, che sostiene tutto…

Alzatomi dalla panchina e fatto qualche passo ho notato una piccola forma sull’asfalto caldo, d’appena un centimetro, che si muoveva appena.
Era una piccola, minuscola ape, tra gli insetti che amo di più, arrivata quasi al termine della vita, senza più forze per concluderla almeno su un fiore o sull’erba.
L’ho presa nel palmo della mano, muoveva ancora le ali e un paio di zampe, e teneva la lingua (perdonate il termine) fuor di bocca.
Ho deposto un po’ di saliva su un dito, gliel’ho avvicinata ed è riuscita a suggerne un po’, di quell’acqua ch’era prima in me.
Ma non si è ripresa e i movimenti man mano scemavano.
Ho chiuso dolcemente il palmo affinché un soffio di vento non la riportasse a terra e mi son avviato a bere una bevanda, sempre tenendola con me.
Un paio di minuti per bere e per morire.
Riaperto il palmo era immobile, ho cercato una bella pianta fiorita e l’ho deposta su un fiore azzurro.
La sua immagine rimarrà per sempre impressa nella mia memoria, anche sulla vostra… o forse nell’unica che esista.

Un saluto

Galvan