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#16423

Galvan1224
Partecipante

Buongiorno,

a me, come credo a molti di voi, piacciono i numeri, il loro mistero.
Non come a un matematico, per il quale son quasi delle entità se non dei veri amici, ma a un livello semplice… qualcosa un po’ più delle quattro operazioni.
Così ritornando ogni tanto su questo topic per verificare se vi fossero degli interventi (a cui avrei risposto) ho notato come man mano il contatore delle visite salisse.

Da un certo punto di vista mi ha fatto piacere, forse qualcosa dei miei scritti è servito, se non altro, almeno a far trascorrere un po’ di tempo a qualcuno.
Se poi ne abbia tratto una buona impressione non ho modo di saperlo.
L’altro punto di vista riguarda il fatto che ritenevo chiuso l’argomento, completata la mia modesta lezione (ogni persona che esprima la propria esperienza o pensiero tiene una lezione a chi l’ascolta).
Ancora ringrazio chi abbia interagito con me.

Ero venuto, ho suonato la mia canzone e sono sceso dal palco.
Ma quel contatore che lentamente s’approssima a un numero significativo… 1000… non mi lascia indifferente, nel mio modo un po’ romanzato di veder le cose par mi chieda ancor qualcosa, una sorta di ultimo bis (come s’usa nei concerti).
Così quando vedrò quel numero raggiunto leggerete, se lo vorrete, quest’ultimo scritto, quasi un inchino al vostro interesse.

Come tutti mi alzo al mattino e mi raggiungono le notizie dal mondo.
Non potrei dire se siano più scoraggianti dei tempi addietro, in quasi tutti gli ambiti, non serve un compendio. Le atrocità che l’essere umano è capace di infliggere paiono non aver limiti, e mi rammento di quando bambino ascoltavo dei giochi circensi nell’antica Roma, al Colosseo.
Tempi nei quali una persona, uno schiavo (si raccomandava esser ben muscoloso), veniva usato per temprar la lama di una spada rovente, trapassandolo mortalmente.

Oggi scompaiono migliaia di bambini destinati ai mercati d’organi e inorridiamo al vedere le immagini di condannati all’iniezione letale, messi in croce in orizzontale anziché in verticale, con tutta quella messinscena delle siringhe motorizzate che spingon nel corpo i veleni mortali a dar l’impressione che si muovano quasi da sé, senza che alcuno abbia pigiato il pulsante.
Ma fino a un paio di secoli addietro si giustiziava con modalità di una ferocia assoluta (se reggete all’orrore leggete Wiki alla voce “squartamento, metodo inglese”), tanto che la macabra ghigliottina (che in Francia lo sostituì) può considerarsi “compassionevole”.

Non vado oltre, mi par un miracolo esser vivo e vivere qui.

E non aver dovuto assistere in prima persona a tutte le crudeltà che avvengono nel mondo e di cui si ha notizia.

Sono un privilegiato, me ne rendo ben conto.

Ma mi chiedo, tutta questa violenza, questo orrore, seppur non mi tocca nella carne e nei sensi, ha effetto in qualche modo su di me?
Com’è che io come (quasi) tutti riesco a viver la mia vita e sperar e parlar di cose anche belle e interessanti, nonostante la barbarie continui e a volte s’intensifichi?

Tutte queste memorie spaventosamente cruente, come riusciamo ad isolarle, a metterle da parte, affinché la loro carica negativa non ci schiacci?
E sono davvero “al sicuro”, quasi circoscritte e contenute come una chiazza di petrolio nero dalle barriere galleggianti?
Non è che basta s’alzi l’onda e tutto trasborda?

Vi racconto un episodio.
Sono stato in quella che un tempo era la Jugoslavia e molti anni fa come forse ricorderete, le entità politiche confederate si son fatte la guerra.
Sì che oggi riabbiamo Croazia, Serbia e via dicendo.
Gli orrori non son stati da meno, non lo sono mai quando si rompono gli argini.
Ricordo di aver visto le immagini iniziali del conflitto, con la gente comune che a Spalato estraeva dai carri armati i soldati, giustiziandoli su due piedi.
Giovani ragazzi incapaci di reagire, senza via di scampo.

Una sera conobbi una giovane coppia che per circostanze fortuite aveva fatto in tempo a lasciare quei luoghi e chiesi se avessero avuto sentore dell’orrore che stava profilandosi. Mi risposero che non era neppur pensabile e che quando l’han visto era troppo tardi, i giovani son diventati soldati e su opposti fronti si son scannati.
Hanno aggiunto, vedendo il mio disappunto, di non credere che una tal cosa non possa accadere anche da noi, c’è un punto oltre il quale vien perso l’equilibrio.

Non crediate non possa accadere dovunque, in ogni momento.
Tutte le memorie accumulate nella nostra coscienza, nella coscienza dell’uomo, conservano la loro energia, il loro momentum.

Non scompariranno da sole.

Non verrà qualcuno o qualche energia a spazzarle via.

In qualche posto ci potrà esser qualche bell’evento, l’armistizio e la pace… ma da qualche altra parte la guerra continua.
Non lo dico io, lo dice la storia. E quella non è pessimista o ottimista.

Forse per trovare una risposta anche a questo ho camminato per tanti anni in quello che vien definito “mondo spirituale”, confidando in passato nella possibilità (addirittura) di una “nuova coscienza”.
Vi risparmio di raccontar la pochezza che ho visto, sotterfugi, imbrogli, egoismi e ben di peggio… né più né meno che quello che s’incontra in ogni parte, dovunque vi siano degli uomini, che dentro son tutti eguali.

Il buon vecchio proverbio che l’abito non fa il monaco val più di sedicenti guru, proclami e tecniche d’ogni tipo.

Cosa ci rimane, al dunque?
Una sola cosa, di veder le cose per quel che sono e non per come vorremmo che siano.

Siamo come pedine di un gioco, che per la maggior parte non ha il minimo sentore d’esser tali.

Qualcosa arriva in noi, forse nel nostro cervello fisico, una sorta di segnale, l’impercettibile sensazione di un movimento da qualche parte.
E un pensiero all’istante s’approvvigiona dalle memorie presentando una o più direzioni.
Mentre ci spostiamo nello spazio e nel tempo (o nell’etere, in una qualsivoglia realtà multidimensionale, olografica, delle varianti o di altro tipo…) abbiamo l’impressione che dipenda da noi il farlo e che volendo si possa agire diversamente.
Il nostro movimento crea altre memorie che vanno ad accumularsi a quelle precedenti, personali e collettive.

È difficile immaginare il potere che hanno; rispondete a questa semplice domanda: le vedete le vostre e altrui memorie?

Non quelle che si muovono nella mente, in forma di pensieri, ma proprio qui, nel mondo materiale?

Ritorniamo a quello che vi ho raccontato sulla Jugoslavia (ma ogni altro luogo è lo stesso), c’erano Serbi e Croati, Sloveni, Bosniaci… i ragazzi facevano il servizio militare assieme, le diverse etnie lavoravano e si spostavano nei luoghi delle altre, comperavano casa, a volte si sposavano tra loro.
Si può dire che seppur non familiarizzassero pienamente erano abbastanza integrate.

Ma non è stato sufficiente, perché?

Guardate a dove vivete voi, alla vostra città.
Un domani quando ve ne andrete, al termine della vita o prima per qualche motivo, pensate che qualcosa cambierà per chi continuerà a risiederci?
La sensazione di vivere a Roma, Napoli, Milano, in un piccolo paesino… il modo in cui si vive e ci si relaziona non continuerà come sempre?

Continuate a rivedere nella vostra mente dove vivete: le chiese (se ci sono), le case, il paesaggio modellato da millenni d’intervento dell’uomo, le strade, l’arredamento e mille altre cose… cosa sono se non memorie fissate nella materia?

Il contributo di generazioni e generazioni di persone che ci hanno preceduto, ognuna trovando il suo posto e adattando la propria vita ai luoghi fisici… ai valori, alle credenze, al giudizio del posto. In più lasciando e imprimendo essi stessi il proprio, più spesso rafforzando che indebolendo.

Ci vuole tanto tempo per cambiare le cose, per smorzare il momentum della memoria. Ancor più se v’è una successione continua di persone.
Invisibili fili collegano ogni cosa, potete comprar casa in Provenza o all’Elba, in Inghilterra, e viverci magnificamente, ma non sarete mai collegati ai fili di quei luoghi.

Voi avete i vostri, le vostre radici.

A quelle tornerete, fisicamente o col pensiero, nei momenti difficili dell’esistenza.
Le memorie hanno la tendenza (e la forza) per resistere al nuovo, che a sua volta diverrà memoria, rimpiazzando se non cancellando quelle precedenti.
La maggior parte di chiese e monasteri sorge su siti pagani; quasi subito se un’invasione ha successo vengono tolti di mezzo i simboli che identificano i credi e le culture soccombenti.

Dicevamo che ci vuol tempo, non ne era trascorso abbastanza in Jugoslavia; pur se le singole persone non sentivano d’appartenere in tal grado a un’etnia in particolare, la memoria dei luoghi e l’altra… quella che agisce nei nostri pensieri, attendevano il momento del riscatto per riveder la luce.

Tutto è memoria, informazione in un certo senso.
Tutto quello che riguarda l’uomo e il suo vivere, le sue città, le sue società, i suoi credi… anche le sue speranze.
Tutto ha origine dalla memoria, difficilmente incontrerete qualcosa di veramente nuovo, lo fosse non sapreste riconoscerla, come gli indigeni che non videro giungere le enormi navi di legno dei conquistadores.

Questo mondo si può considerare un gioco – un terribile gioco, ne convengo – in cui tutti noi ci troviamo.

Ci son pedine fortunate a fronte della maggior parte che ha poche chances, appena qualche mossa e con gran dolore.
Le cose stanno così e tutti i sovvertimenti, le ribellioni, giuste azioni e quant’altro riprodurranno alfine sempre la medesima situazione, uno squilibrio… dal quale ripartirà un’altra ribellione… non è spirito, è storia.

In questo passar di posizione in posizione, di casella in casella in attesa d’uscire dalla scena, incontrate qualcosa, a volte casualmente.

Nei casi più fortunati un compagno, un amico… un figlio, i vostri genitori.
La musica, l’arte… il mare, i monti… un fiore… l’indaco del cielo di notte nel quale si perde il nostro sguardo, accompagnato dalla silenziosa domanda di… cosa arriva in noi… una sorta di segnale, l’impercettibile sensazione di un movimento da qualche parte… che sollecita la nostra pedina a muoversi nel gioco.

P.S. – Numeri (per gli interessati)

• 1000 letture (in 100 giorni): 20 repliche = 50
• 50 è un numero di Harshad (in una data base è un numero intero positivo divisibile per la somma delle proprie cifre).
Il termine Harshad deriva dal sanscrito “harṣa” che significa “grande gioia”.

Quella che auguro a tutti voi.

Galvan