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brig.zero
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[color=#0033ff]La decodifica del simbolo da parte dei vari corpi, Scifo[/color]

Urzuk osservava il cielo della notte meravigliandosi di quello che stava vedendo: una massa scura stava velocemente inghiottendo le stelle e si avvicinava con rapidità alla luna che, in breve tempo, venne a sua volta inghiottita dal buio.
Al sicuro nell'imboccatura della sua grotta, piccola, buia, umida e molto puzzolente (ma, comunque, “sua”, come si poteva riconoscere dalla qualità dei miasmi che la riempivano e che aveva contribuito con costanza ad alimentare segnando i confini del suo territorio personale con i suoi escrementi), cercava, senza troppo successo, di capire cosa stesse succedendo al cielo.
Improvvisamente un lungo filo incandescente congiunse la massa scura del cielo con un albero spoglio nei pressi della grotta, seguito da un tambureggiante crepitio e da un rombo assordante che lo indusse a nascondersi immediatamente nella parte più protetta della sua caverna, tappandosi orecchie e occhi con le braccia.
Fu questione di un attimo, anche se, in verità, molto intenso, poi ritornò il silenzio, interrotto soltanto dai consueti rumori della vita della natura che gli erano così famigliari.
Non passò molto tempo che la sua paura venne sovrastata dalla curiosità, eredità che aveva ricevuto dalle sue recenti incarnazioni come felino prima e come scimmia poi.
Così, anche se cautamente, si fece coraggio e si affacciò sulla soglia della grotta.
Il suo sguardo fu attratto dall'albero spoglio che ora era avvolto da una luce baluginante, e lo spettacolo era così stupefacente agli occhi di Urzuk che non si accorse nemmeno che, nel frattempo, la massa scura si stava allontanando in un’altra zona del cielo, rimettendo al suo posto le stelle e la luna che prima aveva fagocitato.
Anche se con estrema cautela, Urzuk si avvicinò con una certa diffidenza all’albero che, ora, splendeva luminoso nella notte.
Quale fu la sua meraviglia nel notare che esso spandeva luce per un largo raggio e che, a mano a mano che Urzuk si avvicinava, il pungente freddo autunnale si disperdeva, trasmettendogli una piacevole sensazione di benessere.
Non riuscì a resistere alla tentazione impellente che sentiva dentro di sé, così, dopo molti tentativi abortiti, alla fine allungò una mano per cercare di catturare quella luce straordinaria.
Ma il suo tentativo durò solo un attimo, perché un intenso dolore alle dita gliele fece ritrarre immediatamente con un mugolio di dolore.
Tuttavia alla sua istintiva intelligenza non sfuggì l’idea che possedere quella strana cosa lucente gli avrebbe procurato grandi vantaggi e grande rispetto dagli altri suoi simili… magari anche qualche femmina si sarebbe degnata di accompagnarsi a lui, quando le avesse mostrato una grotta luminosa e caldamente accogliente!
Probabilmente Urzuk può essere considerato un Leonardo da Vinci dei suoi tempi, perché giunse presto alla conclusione che se la luce non poteva essere afferrata con le mani forse poteva essere toccata con un bastone; così, sempre con estrema cautela, provò ad allungare verso di essa un ramo sufficientemente lungo da impedirgli di essere toccato dalla luce all’interno della guizzante fonte luminosa.
La sua sorpresa fu grande quando, ritirando il bastone perché sembrava che la sua azione non avesse nessun effetto, vide che una parte di luce era rimasta attaccata alla punta del ramo!
Esultando tra sé e sé portò di corsa il bastone nella sua grotta e la luce disperse velocemente le ombre della caverna. Purtroppo, altrettanto velocemente, la luce si spense.
Tuttavia, il nostro Urzuk non si perse d’animo e mise in moto le sue capacità deduttive: se era possibile staccare un pezzo di luce e metterla sul bastone, pensò, doveva anche essere possibile spostare la luce dal bastone ed altri bastoni, in maniera che la luce fosse più grande e durasse più a lungo… così si mise subito all’opera: radunò un bel po’ di pezzi di legno strappandoli dagli arbusti circostanti e li depositò all’interno della grotta, poi ricatturò un pezzo di luce su un bastone e da questo spostò la luce sulla catasta di legna che aveva preparato.
Il risultato non fu proprio quello che si era aspettato: la luce, effettivamente, passò ai rami che aveva ammonticchiato, ma non crebbe molto e, in compenso, una fitta nuvola di fumo incominciò ad invadere la grotta, rendendo l’aria irrespirabile al punto che a Urzuk girava persino un po’ la testa.
Con un moto di disappunto, a forza di calci gettò la legna dispettosa fuori dalla sua grotta e lì, velocemente, la luce si affievolì e si spense.
Qualunque altro individuo avrebbe scrollato le spalle pelose e avrebbe rinunciato, ma non Urzuk.
Anzi, la difficoltà stuzzicò il suo ragionamento: che differenza poteva esserci tra l’albero luminoso e la legna che aveva raccolto?
L’unica differenza che gli sembrò evidente era il fatto che l’albero non aveva avuto da parecchio tempo alcuna foglia, mentre i rametti che aveva strappato dagli arbusti portavano foglie e gemme.
“Forse forse…” pensò, e di conseguenza si diede da fare.
In breve, davanti alla grotta venne formata una piccola catasta di rami secchi.
Ripeté il procedimento che aveva seguito in precedenza e questa volta, con sua grande soddisfazione, la luce si propagò ai rametti secchi senza emettere molto fumo, brillando allegramente e emanando luce e calore.
Soddisfatto di se stesso si accovacciò all’ingresso della grotta godendo della luce che rischiarava la notte e del calore che lo investiva piacevolmente, così piacevolmente che si assopì per qualche attimo.
Nel riaprire gli occhi, però, si accorse che la luce stava allargandosi all’erba secca circostante, espandendosi velocemente. Forse fu l’istinto, forse fu la sua genialità, fatto sta che, per sicurezza, si mise a calpestare la luce con i suoi pedi callosi fino a limitare la luce alla sola catasta di legno.
Che dire: non ci volle molto al nostro Urzuk per arrivare a provare a circoscrivere il falò con delle pietre.
E da lì a scoprire che i rami lucenti, oltre alle qualità che aveva notato immediatamente, possedevano anche quella di tenere a debita distanza gli animali pericolosi della notte.
E che la carne sanguinolenta degli animali che catturava acquistava un aroma e un sapore più piacevole se immersa nella luce.
Tutto questo non fu certo un procedimento veloce, tuttavia Urzuk, alla fine, riuscì a dimostrare a se stesso e alle altre creature del suo branco di essere il più furbo e intelligente di tutti, portando in dote la sua conoscenza del fuoco e acquisendo onore e importanza… elementi che, fra l’altro – e per lui non fu cosa da poco – gli permise di poter essere lui a scegliere le donne che voleva senza subire solenni e dolorosi pestaggi da altri pretendenti meno intelligenti di lui ma indubbiamente più robusti!

Probabilmente vi starete chiedendo cosa abbia a che fare questo piccolo racconto, certamente privo della grazia di Ananda o della potenza del Signore degli anelli, con quello che stavamo trattando ultimamente, ovvero i simboli.
Al di là della mia intenzione di rendere questo messaggio più adatto al vostro momento “vacanziero”, esso è nato dalle vostre aspettative: molti fra voi hanno pensato che il messaggio precedente era interessante, ma che avrebbero preferito qualcosa che spiegasse direttamente, e senza tanti rigiri, come interpretare i simboli per poter risalire alle cause dei vostri disagi interiori.
Il fatto è, creature, che fin dai tempi di Urzuk esistono due modi per avanzare nell’evoluzione e nella comprensione delle cose: il primo è il metodo “prova ed errore”, attraverso il quale si acquisisce comprensione dagli sbagli che si commettono, il secondo è quello del ragionamento attraverso il quale è possibile impostare il problema a priori, elaborare delle soluzioni ed applicarle secondo le proprie cognizioni, saltando a piè pari molti degli errori che si possono fare per poca avvedutezza, troppa impulsività o per limitata comprensione degli elementi in gioco. Senza dubbio anche questo secondo percorso porta spesso a delle azioni erronee, ma, quanto meno, spesso impedisce di commettere quei tanti piccoli errori pacchiani che costellano comunemente il metodo “prova ed errore”; infatti, il secondo metodo è reso più fruttuoso dalla conoscenza e dalla comprensione più accurata di quali sono gli elementi in gioco e delle loro interrelazioni.
Quindi riteniamo che, prima di potervi indicare come eventualmente decodificare i simboli che vi riguardano, è necessario, per voi che seguite il nostro insegnamento, avere un quadro accurato e il più possibile preciso di quale sia la genesi e lo sviluppo del simbolo, in maniera da poter usare nella sua osservazione quello strumento potente, flessibile, meraviglioso – e talvolta usato poco e male – che è la vostra intelligenza.

Finora abbiamo visto come nascono i simboli e quale sia lo scopo della loro esistenza ovvero, principalmente, la necessità di fornirvi gli strumenti adatti per comunicare con i vostri simili e, più avanti nell’evoluzione, con tutti gli elementi della realtà con cui gradatamente venite a contatto e con cui vi rapportate.
Vediamo ora di inquadrare alcuni altri elementi che possono venire inseriti nella trattazione che stiamo facendo.
Senza ombra di dubbio possiamo affermare che il simbolo ha un’importanza estrema nella vita dell’individuo incarnato: è grazie ad esso, attraverso l’elaborazione mentale delle vibrazioni simboliche che si manifesta nell’espressione del simbolo all’interno della vostra vita attraverso i vostri principali mezzi di comunicazione – il linguaggio e il comportamento – che è possibile la vita di relazione, l’aggregazione in gruppi famigliari, in culture, in società, in nazioni e via dicendo. Se non esistesse il simbolo niente di tutto questo sarebbe possibile e ogni individuo resterebbe un’entità a sé stante, col risultato di perdere velocemente la possibilità di acquisire nuove informazioni adatte e indispensabili per ampliare la sua comprensione e, di conseguenza, per alimentare la sua evoluzione.
Credo che tutto questo, ormai, risulti chiaro ed evidente.
Il simbolo, quindi, è decisamente un elemento importante nella conduzione della vostra vita.
Questo significa che, per forza di cose, esso ha una grande importanza anche per la costituzione, la formazione e l’espressione del vostro Io.
Questi, infatti, acquisisce dal simbolo la sua capacità di relazionarsi con l’esterno da sé e non soltanto, anche quella di relazionarsi con se stesso, in quanto l’immagine che l’Io ha di se stesso è governata dai simboli che vengono recepiti dall’individuo e che provengono dall’ambiente simbolico/comunicativo in cui è inserito: per fare un esempio l’Io di un aborigeno australiano è strutturato in maniera molto diversa dall’Io di un europeo, in quanto i simboli di riferimento dell’aborigeno sono più legati strettamente alla natura di quanto lo siano quelli di un qualunque europeo.
E’ evidente che questo non può che essere rapportato anche alla costituzione degli archetipi transitori i quali, in ultima analisi, possono essere considerati come la sperimentazione di simboli particolari e comuni a porzioni di umanità, al fine di contribuire a creare una sempre più ampia possibilità di interazione e di comunicazione tra gli individui delle razze in corso di evoluzione.
Osservando questa sorta di gioco di specchi della realtà in cui ogni immagine è conseguente e collegata all’altra in una catena strettamente relazionata dalla quale non può mancare alcun anello, pena il suo dissolvimento, è facile, almeno secondo me, rendersi conto che le vibrazioni simboliche che permeano gli archetipi transitori non possono essere considerati altro che una versione ridotta e incompleta a causa della ricezione soggettiva individuale delle vibrazioni simboliche provenienti dagli archetipi permanenti, a loro volta riflesso frammentato all’interno della illusoria proiezione all’interno della dualità del simbolo per eccellenza, ovverosia l’Uno.

Può forse risultare interessante fare alcune considerazioni sulle trasformazioni subite dalle vibrazioni simboliche nel corso del loro attraversamento delle varie materie dell’individuo, fino ad arrivare alla loro manifestazione all’interno del mondo fisico.
In realtà questo aspetto del nostro ragionamento non prospetta nulla di diverso da ciò che in tempi precedenti avevamo già spiegato in maniera molto semplice ma credo che sia utile riprendere un attimo l’argomento alla luce delle ultime considerazioni in maniera da ottenerne una comprensione più approfondita.
Dal momento che stiamo parlando di vibrazioni (questo è l’elemento principe, il fattore portante di tutto questo nostro discorso), ovvero di movimento che si trasmette attraverso gli scontri con la materia che via via viene interessata dal percorso vibrazionale, è evidente che il movimento che esse trasmettono viene alterato in maniera più o meno importante dall’influenza che la materia con cui la vibrazione si scontra esercita sulla vibrazione stessa.
Questo è chiaramente un richiamo alla nostra affermazione che la comprensione dell’akasico trova sempre delle difficoltà a manifestarsi in maniera “pura” (cioè identica a quando è partita dal suo percorso dalla coscienza alla sua estrinsecazione sul piano fisico): il fatto di attraversare la materia via via più densa dei corpi inferiori ne altera la vibrazione, rendendola parzialmente dissimile da com’era in partenza, in quanto alterata dalle vibrazioni della materia di corpi in disequilibrio non solo al loro interno ma anche tra di loro.
A mano a mano che l’evoluzione dell’individuo avanza i suoi corpi inferiori acquisiranno un equilibrio maggiore e, di conseguenza, maggiore sarà la possibilità di una manifestazione della vibrazione akasica all’interno del piano fisico più aderente alla qualità vibratoria di partenza che era stata emessa dal corpo akasico.
Il problema principale che si viene a porre è il seguente: la vibrazione akasica quanto può davvero comunicare di se stessa alla materia inferiore?
E ancora: dal momento che si tratta di una vibrazione non potrebbe semplicemente attraversare le materie più grossolane attraverso gli spazi tra le unità elementari dei vari piani arrivando, quindi, intatta nella sua essenza alla manifestazione sul piano fisico?
Se riandate con la mente allo schema del percorso della vibrazione prima che vi avevamo fatto pervenire parecchio tempo fa, vi accorgerete che lungo il percorso della vibrazione prima attraverso le materie inferiori, per ogni piano di esistenza avevamo usato il termine “decodifica”. Allora era sembrato intuitivamente logico che nel passaggio della vibrazione prima e dei suoi simboli all’interno delle materie inferiori essa subisse delle alterazioni, delle modifiche. Oggi, però, possiamo cercare di darci una spiegazione più dettagliata sul perché di questa modifica.
Sappiamo che ogni corpo inferiore dell’individuo ha particolari capacità ricettive ed espressive, peculiari di ogni individuo, in quanto formate in conseguenza del suo personale percorso evolutivo.
La vibrazione simbolica viene, di conseguenza, percepita e decodificata dal corpo che attraversa tramite le possibilità ricettive del corpo in questione, il che, ovviamente, comporta una soggettivizzazione del simbolo e, di conseguenza, una sua alterazione.
Certo, una parte della vibrazione simbolica fluisce attraverso gli spazi tra le unità elementari, ma un’altra parte di essa si scontra inevitabilmente con tali unità elementari dotate, ricordiamolo, di vibrazioni proprie, subendone le conseguenze, tanto più accentuate quanto più la materia con cui viene a scontrarsi possiede una condizione vibratoria squilibrata.
Questo accade nel passaggio attraverso tutti i corpi transitori (mentale, astrale e fisico) ed ha la conseguenza di far arrivare il simbolo akasico a manifestarsi all’interno del piano fisico in maniera talvolta anche molto differente da come si sarebbe manifestata se, nel suo percorso, non avesse incontrato altra materia in vibrazione.
Tutto questo che conseguenza ha sulle vostre vite?
La vibrazione dell’akasico costituisce il ponte tra ciò che siete durante l’incarnazione e ciò che sarete alla fine della vostra evoluzione, cioè tra il vostro “qui e ora” e il vostro domani.
La sua attività influisce sulla formazione del vostro carattere, sulla costituzione dei vostri corpi inferiori e, in ultima analisi, del vostro Io, conseguentemente si può affermare che il vostro “qui e ora” non è altro che l’immagine, momento dopo momento, del punto a cui è arrivata la vostra evoluzione.
Conseguenza della presenza delle vibrazioni simboliche che impregnano la realtà sono la strutturazione della percezione di queste vibrazioni simboliche da parte del vostro Io, la creazione degli archetipi transitori e la modulazione della vostra espressione all’interno del piano fisico sulla scorta delle interpretazioni soggettive dovute alla decodifica attuata dalla percezione delle vibrazioni simboliche akasiche da parte dei vostri corpi inferiori.
Da tutto ciò deriva il vostro modo di essere e di esprimervi e la costituzione dei vari tipi di rapporti interpersonali ma anche la costruzione del vostro ambiente societario.
In questo complesso scenario di azioni, reazioni e interazioni l’interpretazione delle vibrazioni simboliche può portare a una più corretta visione della realtà nella quale vi trovate immersi ma, principalmente, traccia il percorso attraverso il quale potete arrivare a seguire il cammino compiuto dalla vostra applicazione dei simboli che, inconsapevolmente, recepite, offrendovi la possibilità di individuare – senza bisogno di mettere in atto lo spesso doloroso metodo “prova ed errore” – le ragioni delle vostre errate comprensioni, precisando gli elementi che dovete individuare e modificare per vivere in maniera più soddisfacente la vostra vita.
Ciò non vi esimerà dal subire, talvolta, dolore e sofferenza, ma attenuerà in maniera considerevole quel senso di impotenza e frustrazione che rende spesso le vostre vite tormentate, simili a labirinti in cui vi siete persi e dei quali non riuscite a individuare l’uscita. (Scifo)


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