Rispondi a: Che Cos'è la Materia ?

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#36966

Kame1
Bloccato

[quote1331846688=Magagna]
[quote1331750648=Kame1]
Non ci sono stati da raggiungere, questo discorso è soltanto illusione, c'è una strada da prendere senza tanti mezzi termini. O illuminati o abbuiati che siano ogni persona prima o poi muore e di certo non ritorna qui a raccontare come è stato, non ci ritorna neppure con un corpo diverso, smette di frequentare la nostra dimensione una volta per sempre. E questo è qualcosa di verificabile anche di persona, basta chiedere a qualcuno se è mai ritornato e se si ricorda delle sue vite. Non sto parlando di casi eccezionali mi riferisco a 7 miliardi di persone, domandiamo in giro e sentiamo se qualcuno sia ritornato. Quindi sembra un dato di fatto e non una ipotesi.
Poi c'è tutto il discorso del dopo morte ma ora sembrerebbe davvero prematuro.
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Frena!

abbassa le vele un secondo, queste affermazione appaiono troppo perentorie e populiste.

Dovresti cominciare il discorso con: Io penso, io credo, ho letto ecc. ed eventualmente riportare le fonti o i testi.

PS ho cominciato a leggere Urantia (la versione on-line), inizialmente sfogliando a destra e a sinistra cercando delucidazioni sulla reincarnazione, purtroppo ho ancora molti termini da assimilare e perciò credo di dover iniziare dall'inizio 🙂
cmq a prima vista, in fatto di reincarnazioni ed immortalità, non è esattamente come da te spiegato… se hai voglia potresti riportare quì sul forum quei paragrafi che mi aiuterebbero a capire, tipo così:

(1226.3) 112:0.15 13. La personalità può sopravvivere alla morte fisica con l’identità che è nell’anima sopravvivente. L’Aggiustatore e la personalità sono immutabili; la relazione tra di loro (nell’anima) non è che cambiamento, evoluzione continua; e se questo cambiamento (crescita) cessasse, l’anima avrebbe fine.

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Credo che mi era passata, ma ora rimedio
Riporto qui sotto alcuni passi del Libro di Urantia dove si parla di Reincarnazione a prescindere dal contenuto, infatti a volte si trova inserita in un capitolo anche se esso sta trattando un'altra questione.

Qui si parla di momenti storici molto indietro nel tempo

4. Il concetto di sopravvivenza dopo la morte

(952.7) 86:4.1 Il concetto di una fase sovrammateriale della personalità mortale ebbe origine dall’associazione inconscia e puramente accidentale degli avvenimenti della vita quotidiana con i sogni di fantasmi. Sognare simultaneamente un capo defunto da parte di più membri della sua tribù sembrava costituire una prova convincente che il vecchio capo era realmente tornato sotto qualche forma. Tutto ciò era molto reale per il selvaggio che si svegliava da tali sogni madido di sudore, tremando e urlando.

(953.1) 86:4.2 L’origine onirica della credenza in un’esistenza futura spiega la tendenza ad immaginare sempre le cose invisibili in termini di cose visibili. E subito questo nuovo concetto di vita futura derivato dai fantasmi sognati cominciò a servire da efficace antidoto alla paura della morte associata all’istinto biologico di autopreservazione.

(953.2) 86:4.3 L’uomo primitivo provava anche molto interesse per il suo respiro, specialmente nel climi freddi dove appariva come una nuvoletta quando si espirava. Il soffio di vita fu considerato come l’unico fenomeno che differenziava il vivente dal morto. Egli sapeva che il soffio poteva lasciare il corpo, ed i suoi sogni in cui faceva ogni sorta di cose bizzarre mentre dormiva lo convinsero che c’era qualcosa d’immateriale nell’essere umano. L’idea più primitiva di anima umana, il fantasma, fu derivato dal sistema d’idee relativo ai sogni e al respiro.

(953.3) 86:4.4 Alla fine il selvaggio concepì se stesso come una doppia entità — corpo e respiro. Il respiro meno il corpo equivaleva ad uno spirito, ad un fantasma. Anche se avevano un’origine umana ben definita, i fantasmi, o gli spiriti, erano considerati superumani. E questa credenza nell’esistenza di spiriti disincarnati sembrava spiegare gli avvenimenti insoliti, straordinari, eccezionali ed inspiegabili.

(953.4) 86:4.5 La dottrina primitiva della sopravvivenza dopo la morte non era necessariamente una credenza nell’immortalità. Esseri che non sapevano contare oltre il venti potevano difficilmente concepire l’infinità e l’eternità; essi pensavano piuttosto a ricorrenti incarnazioni.

(953.5) 86:4.6 La razza arancio era particolarmente incline alla credenza nella trasmigrazione e nella reincarnazione. Questa idea della reincarnazione ebbe origine dall’osservazione della somiglianza di tratti ereditari tra discendenti ed antenati. Il costume di dare ai figli il nome dei nonni e di altri ascendenti fu dovuto alla credenza nella reincarnazione. Alcune razze più recenti credettero che l’uomo morisse da tre a sette volte. Questa credenza (residuo degli insegnamenti di Adamo concernenti i mondi delle dimore), e molte altre vestigia della religione rivelata, si possono trovare tra le dottrine, peraltro assurde, dei barbari del ventesimo secolo.

(953.6) 86:4.7 L’uomo primitivo non nutriva idee d’inferno o di punizione futura. Il selvaggio immaginava la vita futura esattamente simile a questa, ma priva di malasorte. Più tardi fu concepito un destino separato per i buoni fantasmi ed i cattivi fantasmi — cielo e inferno. Ma poiché molte razze primitive credevano che l’uomo entrasse nella vita successiva nello stesso stato in cui aveva lasciato questa, non gradivano l’idea di diventare vecchi e decrepiti. Gli anziani preferivano essere uccisi prima di diventare troppo infermi.

(953.7) 86:4.8 Quasi tutti i gruppi avevano un’idea differente riguardo al destino dell’anima fantasma. I Greci credevano che gli uomini deboli dovevano avere anime deboli; così inventarono l’Ade come luogo appropriato per ricevere tali anime deboli. Essi supponevano anche che questi individui gracili avessero ombre più piccole. I primi Anditi credevano che i loro fantasmi ritornassero nelle terre natali dei loro antenati. I Cinesi e gli Egiziani credettero un tempo che l’anima e il corpo rimanessero uniti. Ciò portò gli Egiziani all’accurata costruzione di tombe e a sforzarsi di preservare il corpo. Anche dei popoli moderni cercano d’impedire la decomposizione dei morti. Gli Ebrei concepirono che un fantasma, replica dell’individuo, scendesse allo Sheol; esso non poteva ritornare nel paese dei viventi. Sono loro che fecero questo importante progresso nella dottrina dell’evoluzione dell’anima.

(967.6) 88:1.4 Se un animale mangiava carne umana diveniva un feticcio. In tal modo il cane divenne l’animale sacro dei Parsi. Se il feticcio è un animale ed il fantasma vi risiede in permanenza, allora il feticismo può sfociare nella reincarnazione. Per molti aspetti i selvaggi invidiavano gli animali; essi non si sentivano superiori a loro e spesso prendevano il nome dalla loro bestia favorita.

2. Il Bramanesimo

(1028.4) 94:2.1 Via via che i missionari di Salem penetrarono verso sud nel Deccan dravidiano, incontrarono un sistema crescente di caste, il piano degli Ariani per impedire la perdita della loro identità razziale di fronte alla marea montante delle popolazioni Sangik secondarie. Poiché la casta sacerdotale bramanica era l’essenza stessa di questo sistema, quest’ordine sociale ritardò considerevolmente il progresso degli insegnanti di Salem. Questo sistema di caste non riuscì a salvare la razza ariana, ma riuscì a perpetuare i Bramini, i quali, a loro volta, hanno mantenuto la loro egemonia religiosa in India fino al tempo presente.

(1028.5) 94:2.2 Ed allora, con l’indebolimento del Vedismo a causa del rifiuto della verità superiore, il culto degli Ariani fu soggetto a crescenti incursioni provenienti dal Deccan. In un disperato tentativo di arginare l’onda dell’estinzione razziale e dell’annientamento religioso, la casta dei Bramini cercò di elevarsi al di sopra di ogni cosa. Essi insegnarono che il sacrificio alla deità era assolutamente efficace da se stesso, che era totalmente coercitivo nella sua potenza. Essi proclamarono che, dei due principi divini essenziali dell’universo, uno era la deità bramanica e l’altro era il clero bramanico. In nessun altro popolo di Urantia i sacerdoti pretesero di elevarsi al di sopra dei loro stessi dei e di attribuire a se stessi gli onori dovuti ai loro dei. Ma essi si spinsero così assurdamente lontano in queste rivendicazioni presuntuose che l’intero precario sistema crollò davanti ai culti degradanti che arrivavano dalle civiltà circostanti meno avanzate. Il vasto clero vedico stesso si dibatté e sprofondò sotto l’onda buia dell’inerzia e del pessimismo che la sua stessa presunzione egoistica e malaccorta aveva portato su tutta l’India.

(1029.1) 94:2.3 L’eccessiva concentrazione su se stessi portò inevitabilmente al timore della perpetuazione non evoluzionaria di sé in un ciclo senza fine d’incarnazioni successive come uomo, come animale o come erba cattiva. Di tutte le credenze corruttrici suscettibili di essere collegate a quello che avrebbe potuto essere un monoteismo emergente, nessuna fu più debilitante di questa credenza nella trasmigrazione — la dottrina della reincarnazione dell’anima — che venne dal Deccan dravidico. Questa credenza in un ciclo noioso e monotono di ripetute trasmigrazioni privò i mortali in lotta della loro speranza a lungo accarezzata di trovare nella morte quella liberazione e quell’avanzamento spirituale che avevano fatto parte della fede vedica primitiva.

(1029.2) 94:2.4 Questo insegnamento filosoficamente debilitante fu ben presto seguito dall’invenzione della dottrina dell’eterna fuga da se stessi immergendosi nel riposo e nella pace universali dell’unione assoluta con il Brahman, la superanima di tutta la creazione. Il desiderio del mortale e l’ambizione umana furono efficacemente annullati e praticamente distrutti. Per più di duemila anni le menti migliori dell’India hanno cercato di sfuggire ad ogni desiderio, e fu così spalancata la porta all’entrata di quei culti ed insegnamenti successivi che hanno praticamente costretto le anime di molti Indù alle catene della disperazione spirituale. Tra tutte le civiltà, fu quella vedica-ariana che pagò il prezzo più terribile per il suo rifiuto del vangelo di Salem.

(1029.3) 94:2.5 Le caste da sole non potevano perpetuare il sistema religioso-culturale ariano, e via via che le religioni inferiori del Deccan s’infiltrarono nel nord si sviluppò un’era di scoraggiamento e di disperazione. Fu durante questo periodo oscuro che sorse il culto di non togliere la vita a nessuna creatura, e da allora esso è sempre persistito. Molti dei nuovi culti erano decisamente atei, sostenendo che ogni salvezza raggiungibile si poteva ottenere soltanto con gli sforzi dell’uomo stesso senza alcun aiuto. Ma in gran parte di questa malaugurata filosofia si possono trovare residui distorti degli insegnamenti di Melchizedek ed anche di quelli di Adamo.

(1029.4) 94:2.6 Questa fu l’epoca della compilazione delle ultime Scritture della fede indù, i Bramana e le Upanishad. Avendo respinto gli insegnamenti di una religione personale mediante l’esperienza personale di fede in un Dio unico, ed essendo stato contaminato dall’ondata di culti e di credenze degradanti e debilitanti provenienti dal Deccan, con i loro antropomorfismi e le loro reincarnazioni, il clero bramanico ebbe una violenta reazione contro queste credenze corruttrici; vi fu uno sforzo preciso per cercare e trovare la vera realtà. I Bramini cominciarono a disantropomorfizzare il concetto indiano di deità, ma così facendo caddero nel grave errore di spersonalizzare il concetto di Dio, ed essi emersero non con un ideale sublime e spirituale del Padre del Paradiso, ma con un’idea lontana e metafisica di un Assoluto inglobante ogni cosa.

(1029.5) 94:2.7 Nei loro sforzi di autopreservazione i Bramini avevano respinto il Dio unico di Melchizedek, ed ora si trovavano con l’ipotesi del Brahman, quell’indefinita ed illusoria entità filosofica, quel qualcosa d’impersonale e d’impotente che ha lasciato la vita spirituale dell’India disorientata e prostrata da quei disgraziati giorni fino al ventesimo secolo.

(1029.6) 94:2.8 Fu durante l’epoca in cui furono scritte le Upanishad che il Buddismo sorse in India. Ma nonostante i suoi successi di un migliaio d’anni, esso non poté competere con il successivo Induismo. Nonostante una moralità superiore, la sua descrizione iniziale di Dio era ancor meno ben definita di quella dell’Induismo, che presentava delle deità secondarie e personali. Alla fine il Buddismo cedette nell’India settentrionale di fronte al veemente assalto di un Islamismo combattivo, con il suo concetto ben delineato di Allah come Dio supremo dell’universo.

3. La guarigione del mendicante cieco

(1811.2) 164:3.1 Il mattino successivo i tre andarono a casa di Marta a Betania per la colazione e poi si recarono immediatamente a Gerusalemme. Questo sabato mattina, mentre Gesù e i suoi due apostoli si avvicinavano al tempio, incontrarono un mendicante molto conosciuto, un uomo che era nato cieco, seduto al suo posto abituale. Sebbene questi mendicanti non sollecitassero né ricevessero elemosine nel giorno di sabato, era loro permesso sedersi al loro posto abituale. Gesù si fermò e osservò il mendicante. Mentre fissava quest’uomo che era nato cieco, gli venne in mente l’idea di come portare ancora una volta la sua missione sulla terra all’attenzione del Sinedrio e degli altri dirigenti ed istruttori religiosi ebrei.

(1811.3) 164:3.2 Mentre il Maestro stava là davanti al cieco, assorbito in profondi pensieri, Natanaele, riflettendo sulla possibile causa della cecità di quest’uomo, chiese: “Maestro, chi ha peccato, quest’uomo o i suoi genitori, per essere lui nato cieco?”

(1811.4) 164:3.3 I rabbini insegnavano che tutti questi casi di cecità dalla nascita erano causati dal peccato. Non solo i bambini erano concepiti e nati nel peccato, ma un figlio poteva nascere cieco come punizione per qualche specifico peccato commesso da suo padre. Essi insegnavano anche che un figlio stesso poteva peccare prima di venire al mondo. Insegnavano pure che tali difetti potevano essere causati da qualche peccato o altra debolezza della madre durante la gravidanza.

(1811.5) 164:3.4 In tutte queste regioni c’era una vaga credenza nella reincarnazione. Gli antichi insegnanti ebrei, così come Platone, Filone e molti degli Esseni, tolleravano la teoria che gli uomini possono raccogliere in un’incarnazione ciò che hanno seminato in un’esistenza precedente; così si credeva che in una vita essi espiassero i peccati commessi nelle vite precedenti. Il Maestro trovò difficile far credere agli uomini che la loro anima non aveva avuto esistenze precedenti.

(1811.6) 164:3.5 Tuttavia, per quanto sembrasse incoerente, benché tale cecità si ritenesse essere il risultato di un peccato, gli Ebrei stimavano altamente meritorio dare elemosine a questi mendicanti ciechi. Era abitudine di questi ciechi salmodiare continuamente ai passanti: “O sensibili di cuore, acquistate merito aiutando il cieco.”

7. I rettangoli — gli spornagia

(527.15) 46:7.1 I mille rettangoli di Jerusem sono occupati dagli esseri nativi inferiori del pianeta capitale, ed al loro centro è situato il vasto quartier generale circolare degli spornagia.

(527.16) 46:7.2 Su Jerusem voi resterete stupefatti dalle realizzazioni agricole dei meravigliosi spornagia. Qui la terra è coltivata soprattutto in funzione degli effetti estetici ed ornamentali. Gli spornagia sono i giardinieri paesaggisti dei mondi capitale, e curano gli spazi liberi di Jerusem in maniera originale ed artistica. Essi utilizzano sia animali che numerosi dispositivi meccanici per la coltura del suolo. Sono abili nell’impiegare intelligentemente i congegni del potere dei loro regni come pure nell’utilizzare numerosi ordini di loro fratelli meno evoluti delle creazioni animali inferiori, molti dei quali sono loro forniti su questi mondi speciali. Quest’ordine di vita animale è ora diretto in gran parte dalle creature intermedie ascendenti provenienti dalle sfere evoluzionarie.

(528.1) 46:7.3 Gli spornagia non sono abitati da Aggiustatori. Essi non posseggono anime sopravviventi, ma godono di una lunga vita che talvolta giunge a quaranta o cinquantamila anni standard. Il loro numero è vastissimo, ed essi portano il loro ministero fisico a tutti gli ordini di personalità universali che abbisognano di servizi materiali.

(528.2) 46:7.4 Anche se gli spornagia non posseggono né sviluppano delle anime sopravviventi e benché non siano dotati di personalità, evolvono tuttavia un’individualità che può sperimentare la reincarnazione. Quando con il passare del tempo i corpi fisici di queste creature straordinarie si deteriorano per usura e vecchiaia, i loro creatori, in collaborazione con i Portatori di Vita, fabbricano nuovi corpi nei quali i vecchi spornagia ristabiliscono la loro residenza.

(528.3) 46:7.5 Gli spornagia sono le sole creature in tutto l’universo di Nebadon che fanno l’esperienza della reincarnazione in questo o in un altro modo. Essi rispondono solo ai primi cinque spiriti aiutanti della mente; non rispondono agli spiriti dell’adorazione e della saggezza. Ma la mente sensibile a cinque aiutanti equivale ad un livello di totalità o di sesta realtà, ed è questo fattore che persiste come identità esperienziale.

(528.4) 46:7.6 Io non dispongo di alcun termine di paragone per descrivere queste creature utili ed insolite, perché sui mondi evoluzionari non vi sono animali comparabili a loro. Essi non sono esseri evoluzionari, essendo stati progettati dai Portatori di Vita nella loro forma e nel loro status attuali. Essi sono bisessuati e procreano quando devono far fronte alle necessità di una popolazione crescente.