Rispondi a: Il Ricordo di Sè

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#39162

Xeno
Partecipante

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Tratto dal libro di Pierre Lévy, Il fuoco liberatore

Il veleno della mente

”Per quanto sicuro e fermo tu sia, non causare dolore ad alcuno.
Che nessuno debba subire il peso della tua collera.
Se in te dimora il desiderio di pace eterna,
soffri da solo, senza che ti si possa,
o vittima, trattare da carnefice.”

(Omar Khayyam)

“Senti le tue emozioni positive. Senza forzarle, lascia loro spazio per emergere, qui e ora, di qualsiasi cosa si tratti. Una boccata d’aria fresca, l’incontro di un amico, l’emozione di un paesaggio, il sorgere di un’idea, un sorso di vino, il semplice fatto di vivere e di respirare. Questo non significa che devi bendarti gli occhi davanti al male o alla mediocrità dell’esistenza, ma che devi gustare ciò che vi è di buono in ogni situazione. E c’è sempre qualcosa di buono.

Non fuggire dalle emozioni positive, l’amore, la gioia, la dolcezza, la riconoscenza, perché sono il sale della vita, la felicità. Lascia che salgano, lascia che si espandano, gustale. Molto spesso, invece che viverle al presente, te ne ricordi al passato, le aspetti nel futuro, le scansi nella corsa, le eludi nella fretta, le anneghi in preparazioni infinite, le trascuri nella distrazione, per poi spiacerti, più tardi, di non aver colto l’occasione di provarle pienamente. Ed è così che rimani ai margini della vita.

Senti le tue emozioni negative, poiché sono i segnali che ti permettono di proteggerti e di dirigere la tua vita. Se facciamo un parallelo con la sfera del corpo, se tu non sentissi il dolore, se passassi il tempo ad anestetizzarti, rischieresti di bruciarti, di tagliarti, di finire terribilmente storpio. Ora, è precisamente ciò che ti accade di solito nella sfera dell’anima. Sei gravemente malato perché passi il tuo tempo a fuggire, a negare, a evitare il dolore in ogni modo possibile. Se vuoi che la tua anima resti intera devi rieducarti a sentire: “Qui fa male? Mi sento… umiliato, frustrato, ho paura, sono in collera, sono triste, soffro, sono pieno d’invidia, detesto, etc.”.

Non cercare di comprendere le tue emozioni. Accontentati per ora di riconoscerle e di gustare appieno il modo in cui prendono corpo: nodo alla gola, contrazione alla nuca, dolore al petto, all’addome, sensazione di oppressione, nausea, mal di testa, tachicardia, rossore, pallore, stanchezza, abbattimento. La lista non è terminata. Puoi anche dare un nome a tutto questo: paura, frustrazione, tristezza, odio, senso di colpa, invidia, etc.

Solo quando la sensazione è riconosciuta, gustata, sentita, osservata, studiata nelle sue manifestazioni fisiche, senza che i pensieri fuggano dal qui e ora della sensazione, solo quando si è compiuto questo lavoro la si può lasciar partire. Allora, e solo allora, l’emozione ha svolto il suo compito di messaggera. Le emozioni – non i discorsi con i quali ti si abbevera, né quelli che rivolgi a te stesso – le tue emozioni, dicevo, sono i migliori informatori sulla tua vita, sul mondo che ti circonda, su ciò che devi fare e soprattutto evitare di fare. Sii molto attento alle emozioni che le persone che ti circondano suscitano in te. Che questo ti aiuti a scegliere le tue relazioni, i tuoi amici, i tuoi amori.

Mentre fuggi spontaneamente dal dolore fisico (chi mai lascia la sua mano su una fiamma troppo a lungo?) bruci te stesso senza fine con pensieri che ti torturano. Sai in quale stato si trova la tua anima? Non fino a che non avrai acquisito e addestrato pazientemente la tua sensibilità alle emozioni, la tua vigile presenza alla sofferenza. Non si fugge spontaneamente dal dolore morale: occorre imparare a farlo.

Impara a riconoscere le tue intime asperità, ciò che ti attira fatalmente, i tuoi riflessi malefici, le tue parti morte, le tue zone anestetizzate. Poi, inizia a rieducarti. Nessuno può farlo al tuo posto. Nessuno può sentire per te. L’emozione è la nostra interfaccia con il mondo. Se la nostra anima avesse una pelle, il suo tatto sarebbe l’emozione. L’armatura che hai posto sulla tua anima per proteggerla dai colpi non lascia passare nemmeno le carezze. Le ferite sono le nostre più grandi ricchezze. Tengono aperto il cammino che porta al cuore.

Quando geli il tuo cuore perché non senta la sofferenza, muore anche per la gioia. Non diventare un morto-vivente! L’insensibilità alla sofferenza comporta la morte dell’anima. Dal momento in cui non viviamo più le nostre emozioni, cominciamo a proiettarle, a illuderci, a perderci nella confusione. Dal momento in cui fuggiamo o neghiamo la sofferenza, dal momento in cui abdichiamo alla nostra lucidità, dal momento in cui ci anestetizziamo, spuntano le corna del diavolo. I dannati bruciano all’inferno perché la loro anima non sente più niente.

Di fronte alle emozioni sono possibili due atteggiamenti. O le attualizziamo, ovvero le sentiamo, le viviamo pienamente, le percepiamo nettamente come eventi del nostro flusso d’esperienza. Oppure le sentiamo solo a metà, pensiamo che rappresentino la realtà, e allora, in maniera del tutto naturale, le realizziamo. Quando le emozioni si realizzano, ovvero quando comportano indefinitamente altre emozioni e altri pensieri, quando si trasformano in parole, quando ci spingono ad agire, ci rinchiudono ancora di più nella prigione reale che non smettiamo di produrre: l’illusione.

Se non sentiamo le nostre emozioni negative, queste si materializzano nel nostro corpo sotto forma di malesseri o di malattie, in azioni irreversibili, nelle situazioni che fabbrichiamo. Le emozioni negative, represse, agite, proiettate, materializzate, invece di essere sentite divengono pesi sempre più pesanti che trasciniamo come palle al piede per tutta la vita. Invece di essere liberate in piena coscienza nella sensazione, si accumulano nel nostro corpo, nel mondo che abbiamo prodotto. A partire dal giorno della nostra presa di coscienza, una parte essenziale della nostra “terapia” consisterà nel bruciare questo accumulo, nel vivere finalmente queste emozioni, attraverso un lungo, doloroso e indispensabile processo di lutto.

L’emozione negativa è una massa fluttuante, un ammasso inconscio di virtualità impersonali, un cupo banco di nuvole pronto a scaricarsi in pioggia di dolore su coloro che non la riconoscono. Più vuoi sottrarti al dolore, corazzare le tue ferite, negare il male, riparare l’irreparabile, più cresce inesorabilmente la palla di sofferenza che ti perseguita. E’ perché rifuggiamo la sofferenza cosciente che ci troviamo sperduti negli infiniti labirinti della sofferenza cieca. Sviluppa la tua capacità di sentire la sofferenza al fine di salvarti dalla sofferenza. Tutto ciò che rifiutiamo di sentire si materializza e ci avvolge. Chi non elabora il proprio lutto si costruisce una dimora di morte.

La sofferenza – o l’emozione negativa – è un male virtuale che si realizza quando non viene vissuto per intero. Si concretizza dentro di noi, si trasmette ad altri, s’incarna nel funzionamento patologico di una coppia, di una famiglia, di un’organizzazione, di una società. Il male materializza un’emozione negativa non liberata. Invece di rimanere virtuale, invece di venir riconosciuta e ascoltata come segno, come messaggio, l’emozione prende corpo e diventa il male nel mondo.

Se non si osa vivere la propria collera, si fabbrica un mondo aggressivo. Delle due l’una: o abbiamo represso la nostra aggressività, e non siamo più in grado di dire “no” e lasciamo sviluppare attorno a noi situazioni e persone aggressive. Oppure trasformiamo in atto la nostra collera invece di viverla e suscitiamo in tutta risposta l’aggressività che abbiamo rifuggito con la nostra azione. E’ così che si materializza l’aggressività non vissuta. Se non abbiamo avuto l’audacia di vivere dolorosamente e a fondo la nostra frustrazione, se non abbiamo elaborato il lutto dell’oggetto, allora creiamo un universo di desideri permanenti.

Se tutte le emozioni non vissute si materializzassero, allora una persona che vivesse le proprie emozioni integralmente, invece di giudicarle, di agire o di reprimerle, smetterebbe di materializzare un mondo. Colui che non ha guardato in faccia il suo senso di colpa crea un mondo di accusatori. Il vile che teme la propria paura s’inventa un mondo minaccioso. Chi rifiuta di vivere la sua collera che brucia, genera un mondo di odio. L’avido che rifugge il suo sentimento di mancanza e di povertà fabbrica un universo di frustrazione.

Ma ecco il peggio: colui che si rode nella collera e nell’odio di sé farà vivere agli altri la sua collera e il proprio odio invece di viverli per se stesso; l’essere attanagliato da uno spavento che non sa confessare a se stesso farà vivere gli altri nella paura, e così via. Quello che una persona ci fa provare è un indice eccellente di ciò che la abita senza che essa voglia sentirlo.

Se senti le tue emozioni negative completamente e onestamente, non le farai vivere agli altri. Avrai infranto, almeno per quanto ti riguarda, la fatale catena della trasmissione della sofferenza, ed è il più grande favore che tu puoi fare al mondo. L’arrogante crepa di fifa. I terroristi sono abitati dalla paura. Coloro che umiliano si sentono inferiori. Si è cattivi perché ci si detesta. Come un’industria inquinante che emette veleni nel suo ambiente invece di filtrarli, colui che fa soffrire gli altri soffre senza accettare consapevolmente la propria sofferenza. Nel momento in cui riconosco in me i veleni della mente e li filtro invece di riversarli “all’esterno,” contribuisco al risanamento del mio ambiente mentale.”

La merda
“Niente accade come l'avremmo voluto nè come l'avevamo previsto. Nella nostra famiglia nasce un mongoloide. Una persona vicina muore.Scoppia una guerra. Perdiamo il nostro impiego o temiamo di perderlo. Per strada vediamo mendicanti, povera gente che non ha casa per dormire la notte. Potremmo essere al loro posto. Ci ammaliamo. Siamo scontenti del nostro lavoro o infelici in amore. Non siamo liberi. I nostri genitori sono indegni, abbiamo sempre di che rimproverarli. I nostri figli ci deludono. Siamo stanchi, lavoriamo troppo. Abbiamo pesanti responsabilità. Non abbiamo abbastanza tempo “per noi”. Il nostro partner ci lascia. Siamo soli da molto tempo. Diventeremo vecchi, molto vecchi. Non abbiamo realizzato i nostri sogni. Moriremo. Niente va veramente bene. Non vi sono che soluzioni provvisorie. Tutto crolla e si disfa, lentamente o bruscamente. Quando gli eventi vanno esattamente per il verso che vogliamo, abbiamo fortuna, è tutto ed è temporaneo. Ma troviamo sempre un motivo di insoddisfazione. Anche quando tutto va per il meglio abbiamo paura. Rifiutiamo di accettare che il caos è normale, che si tratta della situazione base. Più teniamo a che le cose siano esattamente come le vorremmo, più la sofferenza aumenta. Vorremmo tanto che gli eventi si conformassero all'ordine che abbiamo tanto promulgato, alle immagini che disegnamo nelle nostre teste, alle parole che pronunciamo, ai concetti che fabbrichiamo. Siamo bambini viziati, dittatori. Perchè le cose dovrebbero andare in modo diverso da come vanno? Cos'è questo sogno di un mondo senza morte, senza malattia, senza vecchiaia, senza nascita, senza incidenti, senza disordine, senza invenzioni, senza novità, senza sparizioni, senza sorpresa, senza errore, senza sofferenza, dove tutto si sviluppa secondo i nostri desideri? Non è il mondo reale ma il desiderio a non essere ragionevole. Quando diventeremo adulti?
Gli eventi della nostra vita, come quelli del mondo, sono assurdi, strani, disordinati, mossi da passioni, odi, desideri, concetti e pensieri del tutto illusori. Abbandoniamo ogni idea di un universo stabile, rassicurante, normale, ordinato, che obbedirebbe a non si sa quale ragione.
La realtà è spiacevole ma è la realtà. La verità puzza ma è la verità. Attraverso le nostre idee, le nostre teorie, attraverso la nostra costante ricerca della nostra soddisfazione e dei nostri calcoli, tentiamo di distrarci, senza troppo riuscirci, dall'enormità della sofferenza che è ovunque.
Guarda la merda che è nel mondo. E' la stessa merda che c'è dentro di te: l'idiozia, la collera, la violenza, l'arroganza, la gelosia, la paura, la vergogna, l'autodistruzione.
Se ti colpevolizzi sei un vigliacco.
Se accusi gli altri, il mondo, il sistema, gli stranieri e quant'altro, sei un gran vigliacco.
E se non vuoi vedere la merda sei il peggiore dei vigliacchi.
Il coraggio sta nel rimanere lì. Nel lavorare con la merda. Nell'accettarla per ciò che è. Nel vedere che è vuota. Nel capire fin nel midollo delle tue ossa che la merda è un sogno di merda.
Ciò che succede agli esseri non ha visibilmente alcun rapporto con la giustizia, con il merito, con la retribuzione degli atti, o almeno con le rappresentazioni che ce ne facciamo. Questo non ci deve impedire di compiere tutto ciò che facciamo nel migliore dei modi e in piena coscienza. Per buono o cattivo che sia, il risultato non ci riguarda.”

La medaglia di cioccolato
“Siamo tutti imbarcati su questa nave di folli senza capitano, che la tempesta trascina verso gli scogli. Allora perchè dilaniarsi, invidiarsi, disprezzarsi, procurarsi sofferenza? Non vedi che morirai? Avrai un po' di compassione per te stesso? Non vedi che tutti moriranno, come te, che tutti sono in preda, come te, a mali senza rimedio? Avrai compassione per loro?
Senti la vacuità di tutte queste distinzioni di sesso, di età, di razza, di nazionalità, di classe sociale, di titoli, “d'intelligenza”, di bontà, di ricchezza, di religione e altro ancora? Sembrano gli ospiti di un manicomio colti da coléra che si contendono medaglie di cioccolato mentre sta affondando il battello sul quale erano stati messi in quarantena. Gli unici che si distinguono alleviano la sofferenza degli altri prima di sparire con loro. Amano.
Le persone si battono per arrivare al vertice della gerarchia, si disperano per rimanere alla base della piramide o si glorificano per essere arrivate al pinnacolo. Altri si battono per sapere quale sia la gerarchia delle gerarchie. Chi detiene il primato? La celebrità? La ricchezza? Il potere? La conoscenza? La creatività? Il piacere? La tranquillità? La moralità? La santità? Se credi che la superiorità nella saggezza o nella spiritualità sia preferibile ad una superiorità nel denaro o nell'erudizione, non hai capito niente. Ciò che bisogna capire è che niente e nessuno è superiore a niente e nessuno, che tutti sono uguali, unici e insostituibili e che solo l'amore (amore di sè e degli altri è lo stesso amore) solo l'amore allevia la sofferenza; l'amore che irradia nella sfera infinita dell'istante.”

Occuparsi di sé
Significa solo che dobbiamo sviluppare le nostre capacità di sentire le nostre emozioni e quelle degli altri, di pensare nel modo giusto e di percepire la bellezza del mondo. […]
Non lasciare che nessuno assuma potere nella tua anima, ovvero che nessuno ti faccia arrabbiare, che nessuno ecciti la tua invidia, il tuo orgoglio, ti seduca, ti illuda… Sei padrone della tua anima. […]
Fai attenzione a come le persone che ti avvicinano fanno sorgere le tue emozioni: la collera con l'aggressione, la passione con la seduzione, l'orgoglio con la lusinga, il senso di colpa con l'accusa, la confusione con la menzogna, la paura con la minaccia, la speranza con la promessa ecc. Osserva bene come funziona la manipolazione. In ultima analisi, sei sempre complice di questa manipolazione perché nessuno al di fuori di te può far nascere i tuoi sentimenti. Potresti sempre, se non evitarli totalmente, almeno osservare il loro sorgere e il loro dissolversi senza attaccartici, senza che le tue parole e i tuoi atti obbediscano loro. Non appena smetti di vigilare sulla tua mente, non appena ti assenti dal tuo corpo e dalla tua presenza, non appena la luce della piena coscienza non risplende più al centro della tua anima-mondo, vieni manipolato, inizi a diventare un morto-vivente, una marionetta, e qualsiasi forza oscura può infiltrarsi nella tua vita. […]
Quando provi un sentimento triste (avidità, speranza, aggressività, paura, invidia, ecc.) non pensare che sia tu ad avere questa emozione. Riconosci invece l'esistenza di un parassita emozionale. Se rimuovi, o se neghi, o se credi, o se fuggi, o se obbedisci a questo sentimento, il meccanismo dell'assuefazione si mette in moto. La trappola della dipendenza si chiude.
Se tenti di sbarazzarti della sofferenza, questa farà presa salda sulla tua anima. Attenzione! si gioca tutto in una frazione di secondo. Non appena senti la sofferenza (e anche la speranza è una forma sottile e particolarmente virulenta di sofferenza), accoglila, accettala, gustala, osservala in piena coscienza, poi lascia che se ne vada da sé. […]
Il fine del cammino spirituale non è quello di eliminare l'incertezza, il disagio, il malessere, la sofferenza. Questo è ciò che vuole fare l'ego. La finalità del sentiero non è certamente quella di trovare la Verità, di avere finalmente ragione, di passare definitivamente dalla parte del «Bene». Si tratta qui delle finalità dell'ego. In tutte queste versioni erronee della Ricerca, paragoniamo ancora ciò che è a ciò che dovrebbe essere. Il cammino spirituale si trasforma così facilmente nel suo contrario!

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Scusa elerko ma il tuo nuovo avatar è il matto dei tarocchi?

ps. davvero un ottimo pezzo hai postato