Rispondi a: Amore Incondizionato e Spiritualità

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#40624
giusparsifal
giusparsifal
Partecipante

[quote1225668006=Omega]
. . . Per me, tutto il post iniziale è molto significativo, considerazioni giuste.

Rispondo solo a questo:
[quote1225653233=giusparsifal]
E se io traggo piacere nel far tutto questo, è ancora valido l'esempio?
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Dipende se il piacere deriva dal far stare meglio gli altri o dal aver compiuto il dovere, poiché il vero amore non può essere dovere né obbligo. Se preferisci vedere gli altri più felici di te stesso quindi agisci di conseguenza, allora quello è certamente l'amore incondizionato; se invece fai qualcosa in funzione della tua felicità (seppur aiutando il prossimo), quello è soltanto “amore” umano, troppo umano – quindi piuttosto parziale. Un altro esempio del vero amore è amare i nostri “nemici” più di quanto abbiamo amato gli amici. Un altro esempio ancora è aiutare il prossimo quando stiamo tristi o stiamo male, non solo quando siamo allegri e ci sentiamo bene, in ottima salute. Se il nostro agire dipende dalle circostanze, non è amore incondizionato. Se ne è totalmente indipendente, è vero amore. Conta l'intenzione, l'Essere (a volte l'inconscio) non tanto l'azione e l'interpretazione mentale dell'evento. Per vedere le nostre intenzioni allinearsi all'ordine cosmico e la “perfezione del Padre”, ci vuole una Trasformazione definitiva e permanente dell'Essere, quindi una specie di “Percorso Interiore Consapevole”. Quando D-o nella Bibbia pare arrabbiarsi ciò non vuol dire che ha dimenticato ad amare, ma questa seconda azione completa l'amore stesso essendo la Giustizia l'altra faccia dell'amore incondizionato. Senza la Giustizia non esiste l'Amore e senza l'Amore non esiste la Giustizia. Il vero Amore non significa il permissivismo ma vuol dire accogliere chiunque nonostante la conoscenza approfondita dell'Errore quindi una tendenza all'Equilibrio, Saggezza. Anzi, “arrabbiarsi” con Coscienza (che sarebbe la rappresentazione sacra della Verità, tipo Tragedia Greca) permette all'Errante che abbiamo amato di auto correggersi e (ri)trovare la strada verso la Casa, l'Origine, l'Essenza. La vera manifestazione della mancanza di Amore è al contrario l'indifferenza, non la necessaria educazione e istruzione di coloro che non sanno, che hanno dimenticato di sapere o che fanno finta di non sapere. Sul fatto che potesse essere una trappola, ti dò ragione se l'insegnamento in questione viene proclamato da incompetenti e viene rivolto “alle masse” che non desiderano mettersi in duscussione. D'altronde ogni religione è al contempo un incalcolabile danno per lo Spirito e un grande vantaggio per lo Spirito a seconda della comprensione dell'individuo. Coloro che dai pulpiti predicano l'amore incondizionato spesso non sono stati in grado di amare nemmeno se stessi – e non è pensabile amare gli altri senza Ri-Conoscere l'immortalità del proprio Essere, quello che noi realmente siamo senza, in assenza della “Persona”, la Maschera Sociale che portiamo per apparire come ci hanno voluto forgiare i preti di turno.
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Pur rientrando nel mentalismo, cosa che ora non mi interessa diciamo, purtroppo tutti questi esempi, benchè condivisibili, non possono rispondere alla domanda.
In realtà, lo ammetto, la mia è una domanda retorica.
Ma comunque nel dare la tua risposta mi ha fatto pensare e mi riferisco a questo
[quote1225668006=Omega]
Dipende se il piacere deriva dal far stare meglio gli altri o dal aver compiuto il dovere, poiché il vero amore non può essere dovere né obbligo.
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Tutto il resto che hai detto non può esser verificato: che ne so se quello è più felice di me, mica posso entrare nella sua testa nel suo cuore.
E poi, se il sacrificio è il mio piacere, cos'ho di glorioso nel sacrificarmi? E così via, ecco perchè la filantropia, come principio, per me non esiste.
E neanche il caso limite, quello di morire per altri, può darci soddisfazione. Perchè probabilmente il morire, per quel soggetto, era meno pesante che sopportar la vita senza non aver fatto quello.
Ma mi è venuto spontaneo continuare mentalmente la tua prima risposta, quella quotata. L'ho continuata chiedendomi: “E come so quella differenza cruciale, quella differenza sottile che “fa” la “differenza”?. Perchè come sempre non si tratta degli altri ma primariamente di noi. Siamo noi il mondo che creiamo.
Allora mi son risposto, quando so chi sono. Allora posso davvero decidere se l'abbiamo fatto per far stare meglio gli altri o per aver compiuto il nostro dovere…