Rispondi a: Accettare la morte

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brig.zero
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[color=#ff6600]e dopo aver accettato la morte ecco la resurrezione … [/color] riporto una comunicazione ottenuta nel Cerchio Firenze 77, estratta dal libro “Le grandi Verità ricercate dall'uomo” – Edizioni Mediterranee.

La “resurrezione della carne”

Non c'è dubbio che una situazione, una ideologia, una concezione della vita piacciono, si accettano liberamente quando danno – o per lo meno promettono – qualcosa: cioè quando valorizzano la persona, l'io. Allo stesso modo, una situazione, una ideologia, una concezione della vita si respingono allorché non gratificano l'io personale ed egoistico.

Per questa ragione il concetto dell'io che viene trasceso, della comunione degli esseri, dell'identificazione con Dio, lascia molti – nella migliore delle ipotesi – indifferenti.

Pensate come è grande l'istinto di conservazione dell'io! Nel dubbio che l'identificazione in Dio possa portare all'annichilimento dell'essere, all'annullamento dell'io, si preferisce credere che la vita di limitazione, solo nella quale può esistere l'io – questa condizione in fondo miserevole – continui eternamente.

Certo, nella condizione di esistenza di coscienza assoluta a cui ogni essere è destinato non è concepibile il senso di separatività su cui si fonda l'io; ma ciò non significa che, non sentendo più in termini di limitazione, di separazione, vi sia automaticamente un annichilimento, cessi la coscienza di esistere.Al contrario: si trova la coscienza d'essere, d'essere il Tutto. E scusate se non ho altro da offrirvi in cambio dell'io. D'altra parte, se tutto questo non vi piace, se vi ripugna l'idea della comunione degli esseri, se preferite l'individualismo integrale, c'è la meravigliosa concezione della resurrezione della carne che può appagarvi in pieno.

Domande senza risposta

Pensate che meraviglia: al suono delle trombe del giudizio ogni uomo resuscita dalla cenere e riacquista le sue caratteristiche psico-fisiche per un tempo senza fine!

Questa almeno è stata la riaffermazione dottrinale, ufficiosa, di un Papa che non sa più che espediente trovare per mantenere a galla una barca piena di falle, e non capisce che se ancora fa presa sulle genti non è per la dottrina, la teologia che egli può offrire, ma per qualcosa di più grande e più vero: il bisogno dell'uomo di rivolgersi al Divino, di avere aiuto, protezione, ma soprattutto di credere che la propria vita abbia un senso.

Certo, se si paragona quella riaffermazione ad una legge emanata, ci voleva subito dopo il regolamento, o quanto meno una circolare esplicativa, perché contrapporre al concetto di evoluzione, di identificazione in Dio, il concetto dell'uomo di carne che rimane integro con le sue caratteristiche psico-fisiche per l'eternità, senza spiegare un po' di più, è certamente poco.

Quali caratteristiche psico-fisiche? Perché dall'infanzia alla vecchiaia le caratteristiche psico-fisiche cambiano non poco. Allora, quali sono quelle che sopravvivono?

C'è da augurarsi che siano quelle del momento migliore; però, anche se questo fosse vero, non sarebbe molto tranquillizzante: infatti non si può dire che l'essere irosi, invidiosi, crudeli, egoisti non siano caratteristiche della personalità di un uomo. E allora, gli uomini continueranno a dare un così misero spettacolo del loro carattere per l'eternità?Credo che, senza sprecare profonde speculazioni filosofiche, il semplice buon senso impedisca di sostenere una simile ipotesi; quindi c'è da credere che l'uomo risorto abbandoni tutti i suoi difetti e presenti solo virtù. Certo, però, non si può dire che conserverà la sua personalità.

E le caratteristiche fisiche? Pure lasciando perdere la bellezza o la bruttezza del corpo, che possono essere opinioni, non c'è dubbio che i difetti somatici, come le gibbosità e simili, sono caratteristiche somatiche dell'individuo: e allora? Rimangono per un tempo senza fine? C'è da augurarsi che il corpo fisico risorto sia una copia riveduta e corretta di quello mortale; oppure che i difetti somatici, nella concezione della resurrezione dei corpi, non siano inclusi fra le caratteristiche fisiche. Forse appunto le caratteristiche del corpo fisico sono solo il colore degli occhi, dei capelli, l'altezza, la razza…Che dite?, non siete soddisfatti delle vostre caratteristiche e quindi non vorreste conservare per l'eternità la vostra insoddisfazione?

Allora non c'è che da augurarsi che automaticamente lo siate, oppure che per caratteristiche fisiche siano intese altre; per esempio, che so, il sesso.Per carità, che cosa mi è sfuggito! Il sesso porta con sé una valanga di problemi, complicazioni, insoddisfazioni. E poi, c'è da supporre che la vita, dopo la resurrezione della carne, sia una vita asessuata, come quella degli angeli o di Adamo ed Eva prima della cacciata dal paradiso terrestre, quindi « sesso « inteso così semplicemente, come fattore esterno somatico.I soliti prolissi potrebbero chiedersi: « Ma che cosa ci sta a fare? «. Risponderei: « Niente. C'era prima ed è giusto che ci sia anche dopo. Serve a mantenere l'identità della persona».

Però, a ben vedere, in che cosa consisterebbe questa identità? Nelle caratteristiche fisiche no, o almeno in senso molto generale, cioè nel senso che tutti avrebbero due braccia, due gambe, due occhi e così via; insomma avrebbero un corpo umano. Ma questo sarebbe ben poco; tanto meno in senso psicologico di personalità, perché se levate o quanto meno modificate ad un uomo le sue inclinazioni, il suo carattere, ditemi se non modificate il suo modo di essere e quindi la sua identità, se per identità si intende, appunto, mantenere immutato il proprio essere. E nel concetto della resurrezione del corpo, l'identità deve essere strettamente legata alla conservazione delle caratteristiche psico-fisiche, altrimenti che senso avrebbe conservare tali caratteristiche?

Certo, se il destino celeste dell'uomo è quello di restare un tempo infinito con le sue caratteristiche psicofisiche, è un destino ben misero, perché non c'è dubbio che tali caratteristiche condizionano e perciò limitano l'essere. Chi può affermare il contrario? Chi può ragionevolmente sostenere che i nostri vizi, le nostre debolezze o semplicemente i nostri gusti non ci limitano? Al limite, le nostre stesse virtù sono condizionanti.

Ora, ditemi se non è stolto e cieco chi vanta se stesso così perfetto da desiderare da non cambiare. In tutta coscienza corpo fisico a parte, per il quale la risposta è scontata – vi sembra che le vostre caratteristiche psichiche non potrebbero essere migliori? Certo, le opinioni non fanno testo e perciò non dobbiamo interessarcene; ma sono sicuro che ogni uomo vorrebbe essere migliore in ogni senso già sulla Terra, figuriamoci poi in un regno celeste che non conosca fine.

Il dilemma logico della resurrezione del corpo, credenza – badate bene – che non è esclusiva del cristianesimo, perché è condivisa dal giudaismo, da cui appunto l'hanno tratta i cristiani, e dallo zoroastrismo, è un dilemma che si pone in questi termini: l'uomo, risorgendo con le sue caratteristiche psico-fisiche, rimane condizionato da esse. E allora, lasciatemelo dire, che futuro miserando! Oppure non ne è condizionato, godendo di uno stato perfetto, ma allora ditemi che cosa ci stanno a fare tali caratteristiche e, soprattutto, come si estrinsecano.

Vi immaginate se gli uomini, da Adamo in poi, risorgessero con i loro caratteri umani, che campionario vi sarebbe nel regno celeste? L'uomo delle caverne come sosterrebbe l'accostamento psico-fisico con il raffinato intellettuale del futuro?…………….

[color=#ff6600]Il vero destino dell'uomo[/color]
Noi affermiamo un diverso destino dell'essere, in cui non esistono limitazioni; ma questo è possibile solo in una condizione di esistenza in cui non esiste carattere, personalità; in cui non esiste separatività e quindi rapporto dialettico; ma esiste completezza di sentire, comunione integrale, immedesimazione col Tutto. In tale condizione sopravviviamo non come ci sentiamo di essere in questo momento, perché la nostra identità non è legata ai nostri limiti e per conservare e far sopravvivere l'identità non è necessario conservare a far sopravvivere i limiti. Per noi, conservare la propria identità non significa rimanere sempre come si è, perché questo è assurdo; e poi basta esaminare la propria vita dall'infanzia in poi per rendersi conto di quanto ciascuno modifichi il suo modo di essere. Nessuno è mai identico, perché ogni istante è diverso. Ed è così diverso, anche rispetto agli altri, che è identico solo a se stesso, limitatamente ad ogni istante. Solo Dio è identico a se stesso e sempre identico, in quanto non muta mai.

Ora, se, nonostante i cambiamenti, ognuno rimane se stesso, cioè conserva l'autocoscienza, la consapevolezza di esistere, ciò significa che l'identità non è legata alle proprie caratteristiche psico-fisiche, ai propri limiti. [color=#0033ff]Per noi identità significa mantenere immutata la propria unità attraverso il mutare degli attributi; e ciò che nell'essere permane attraverso alle mutazioni, ciò che unisce una teoria di sentire, l'uno diverso dall'altro, punto comune di ognuno, [color=#ff6600]è il sentirsi di esistere, la coscienza d'essere[/color].[/color]


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