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#42725

mudilas
Partecipante

XIII. LA MORTE

Credo di essere in un teatro. Tutto è immerso nell’oscurità. Poco a poco la scena comincia ad illuminarsi ma io vi sono dentro.
L’ambiente sembra un set cinematografico. Qua e là luci di torce, sul fondo una gigantesca bilancia a due bracci. Credo che il tetto, probabilmente a volta, sia molto alto, perché non ne vedo la fine. Riesco a riconoscere delle pareti di roccia, alberi e paludi intorno al centro della scena. Forse tutto continua in una fitta selva. Da tutte le parti ci sono figure umane che si muovono furtivamente.
Improvvisamente due tipi incappucciati mi afferrano per le braccia. Quindi una voce grave mi domanda:
“Da dove vieni?”
Non so cosa rispondere per cui spiego che vengo da “dentro”.
“Cosa è ‘dentro’?” dice la voce.
Tento una risposta: “Siccome vivo in città, la campagna è ‘fuori’. Anche per la gente della campagna, la città è ‘fuori’. Io vivo in città, cioè ‘dentro’, e per questo dico che vengo da ‘dentro’ ed adesso sono ‘fuori’.”
“Questa è una stupidaggine, tu entri nei nostri domini, per cui vieni da ‘fuori’. Questa non è la campagna bensì il tuo ‘dentro’. Non avevi forse pensato che questo fosse un teatro? Sei entrato nel teatro che, a sua volta, sta nella tua città. La città in cui vivi sta fuori del teatro.”
“No – rispondo – il teatro è parte della città in cui vivo.”
“Ascolta insolente – dice la voce – facciamola finita con questa discussione ridicola. Per cominciare ti dirò che non vivi più nella città. Vivevi nella città, pertanto il tuo spazio di ‘dentro’ o di ‘fuori’ è rimasto nel passato. Cosicché sei in un altro spazio-tempo. In questa dimensione le cose funzionano in un altro modo”.
Di colpo mi appare davanti un vecchietto che porta un recipiente alla sua destra. Arrivatomi vicino introduce l’altra mano nel mio corpo come se questo fosse di burro. Per primo estrae il mio fegato e lo colloca nel vaso, poi continua con i reni, lo stomaco, il cuore e, infine, tira fuori senza professionalità tutto quel che trova fino a far traboccare il recipiente. Da parte mia, non sento niente di speciale. Il tipo gira su se stesso e porta le mie viscere alla bilancia; finisce per depositarle in uno dei piatti, che scende fino a toccare terra. Allora penso di essere in una macelleria in cui si pesano pezzi di animali sotto gli occhi dei clienti. Infatti una signora con un cesto cerca di impossessarsi delle mie interiora, ma è respinta dal vecchietto che grida: “Ma che fa? Chi l’ha autorizzata a prendersi i pezzi?” Il tipo allora sale su per una scaletta fino al piatto vuoto in alto e vi deposita una piuma di gufo.
La voce torna a dirigersi verso di me con queste parole: “Ora che sei morto e sei disceso fino alla soglia del mondo delle ombre, ti dirai: ‘Stanno pesando le mie viscere’ e sarà vero. Pesare le tue viscere è pesare le tue azioni.”
Gli incappucciati che mi stavano ai fianchi mi lasciano libere le braccia ed io comincio a camminare lentamente ma senza una precisa direzione. La voce prosegue: “Le viscere basse stanno nel fuoco infernale. I custodi del fuoco si mostrano sempre attivi ed impediscono di avvicinarsi a coloro che desideri.”
Mi rendo conto che la voce guida i miei passi e che ogni allusione trasforma lo scenario. La voce dice: “Per prima cosa pagherai i custodi. Poi entrerai nel fuoco e ricorderai le sofferenze che hai causato ad altri nella catena dell’amore. (*)
Chiederai perdono a coloro che hai maltrattato ed uscirai purificato unicamente quando ti sarai riconciliato. (*)
Allora chiama per nome coloro a cui hai fatto torto e chiedi che ti permettano di vedere il loro volto. Se accolgono la tua richiesta, ascolta attentamente i loro consigli soavi come brezza lontana. (*)
Ringrazia con sincerità e parti seguendo la torcia della tua guida. La guida attraverserà passaggi oscuri ed arriverà con te in una stanza dove sono in attesa le ombre di coloro a cui hai fatto violenza nella tua esistenza. Essi, tutti, si trovano nella stessa situazione di sofferenza in cui un giorno li hai lasciati. (*)
Chiedi loro perdono, riconciliati e baciali uno ad uno prima di partire. (*)
Segui la guida che sa bene come portarti ai tuoi luoghi di naufragio, ai luoghi delle cose irreparabilmente appassite. Oh mondo delle grandi perdite, dove sorrisi ed incanti e speranze sono il tuo peso ed il tuo fallimento! Contempla la tua lunga catena di fallimenti e per questo chiedi alla tua guida che illumini lentamente tutte quelle illusioni. (*)
Riconciliati con te stesso, perdona te stesso e ridi.
Allora vedrai come, dal corno dei sogni, sorge un vento che porta verso il nulla la polvere dei tuoi illusori fallimenti. (*)
Improvvisamente tutta la scena cambia e finisco per trovarmi in un altro ambiente ove odo queste parole: “Anche nel bosco oscuro e freddo, segui la tua guida. Gli uccelli di malaugurio sfiorano la tua testa. Nelle paludi, lacci serpentini ti avviluppano. Fa che la tua guida ti porti verso la grotta. Là non puoi più avanzare, a meno che non paghi il tuo prezzo alle forme ostili che ne difendono l’entrata. Se finalmente riesci a penetrarvi, chiedi alla guida che illumini a sinistra ed a destra. Pregala di avvicinare la sua torcia ai grandi corpi di marmo di coloro che non hai potuto perdonare. (*)
Perdonali ad uno ad uno, e quando il tuo sentimento sarà vero, le statue si tramuteranno in esseri umani che ti sorrideranno e tenderanno verso di te le braccia in un inno di ringraziamento. (*)
Segui la guida fuori della grotta e non guardare indietro per nessun motivo. Lascia la tua guida e ritorna qui, dove si pesano le azioni dei morti. Adesso guarda il piatto della bilancia in cui sono depositate le tue azioni ed osserva come queste salgono, più leggere di una piuma.”
Sento un gemito metallico mentre vedo elevarsi il piatto in cui è posto il vaso.
E la voce conclude: “Hai perdonato il tuo passato. Possiedi troppo per pretendere di più, per ora. Se la tua ambizione ti portasse più lontano, potrebbe succederti di non tornare alla regione dei vivi. Possiedi troppo con la purificazione del tuo passato. Io ti dico ora: ‘Svegliati ed esci fuori da questo luogo’.”
Le luci della scena si spengono lentamente, mentre sento di essere fuori da quel mondo e nuovamente dentro a questo. Ma avverto anche che in questo mondo includo le esperienze di quell’altro.

SECONDA PARTE: GIOCHI DI IMMAGINI

I. L’ANIMALE

Mi trovo in un luogo completamente buio. Tastando con il piede, sento che il terreno è irregolare, cosparso di vegetazione e pietre. So che da qualche parte c’è un precipizio. Percepisco la stretta vicinanza di quell’animale che mi ha sempre provocato un’inconfondibile sensazione di ribrezzo e di terrore. Forse un animale soltanto, forse molti… quel che è certo è che qualcosa si sta avvicinando inesorabilmente.
Un ronzio negli orecchi, a volte confuso con un vento lontano, contrasta con il silenzio totale. I miei occhi spalancati non vedono, il cuore batte convulsamente e mentre il respiro è sottile come un filo, un sapore amaro mi chiude la gola.
Qualcosa si avvicina… ma cosa c’è dietro di me che mi fa rizzare i capelli e mi gela la schiena come un blocco di ghiaccio?
Le gambe mi tremano e se quel qualcosa mi assale o mi salta alle spalle non avrò alcuna difesa. Rimango immobile… aspetto soltanto. Penso confusamente all’animale, a quella volta che me lo sono trovato vicino. Soprattutto a quel momento. Rivivo quel momento. (*)
Cosa mi accadeva in quel periodo? Cosa succedeva allora nella mia vita? Cerco di ricordare le frustrazioni ed i timori che mi accompagnavano quando il fatto è accaduto. (*)
Sì, mi trovavo a un bivio della mia vita e ciò ha coinciso con l’incidente riguardante l’animale. Ho assolutamente bisogno di trovare il legame tra le due cose. (*)
Mi rendo conto che posso riflettere con più calma. Ammetto che vi sono animali che suscitano una reazione sgradevole in quasi tutte le persone, ma so anche che non tutti perdono il controllo in loro presenza. Penso a questo. Metto a confronto l’aspetto di quell’essere pericoloso con la situazione che stavo vivendo quando il fatto è accaduto. (*)
Ora, già più calmo, cerco di sentire quale parte del mio corpo proteggerei dal pericoloso animale. Quindi metto in relazione questa parte con la difficile situazione che stavo attraversando quando si è verificato l’incidente, tempo addietro. (*)
L’animale provoca in me l’apparizione di quel momento della mia vita che non è risolto. Quel momento oscuro e doloroso, che a volte non ricordo, è il punto che devo chiarire. (*)
Vedo lassù in alto un limpido cielo notturno e di fronte il chiarore di una nuova alba. Molto rapidamente il giorno porta con sé la vita definita. Qui, in questa dolce prateria, cammino in libertà, su un tappeto d’erba cosparso di rugiada.
Un veicolo si avvicina velocemente. Si ferma accanto a me e ne escono due individui vestiti da infermieri. Mi salutano cordialmente e raccontano di avere catturato l’animale che mi provoca tanto spavento. Aggiungono che quando ricevono un messaggio di paura, escono a caccia e catturano l’animale che la provoca, per poi mostrarlo alla persona in questione affinché possa studiarselo ben bene. Subito dopo, mi mettono davanti l’animale, attentamente custodito.
Si tratta di un esemplare indifeso. Ne approfitto per esaminarlo molto lentamente da tutte le distanze e da tutte le angolazioni. Gli uomini lo accarezzano dolcemente e la bestiola risponde amichevolmente. Poi mi invitano a fare altrettanto. Provo una grande apprensione ma, dopo il primo brivido che sento sulla pelle, faccio un nuovo tentativo, poi un altro ancora, finché alla fine riesco ad accarezzarlo. (*)
Lui risponde pacifico e con movimenti estremamente pigri. Poi comincia a rimpicciolirsi, sino a scomparire.
Mentre il veicolo riparte, cerco di ricordare di nuovo la situazione in cui vivevo quando (molto tempo fa) la presenza dell’animale mi aveva provocato terrore. (*)
Provo un forte impulso interno e mi metto a correre con ritmo da sportivo, approfittando dell’aria salubre del mattino. Mi muovo ritmicamente e senza fatica, respirando profondamente.
Aumento la velocità e sento muscoli e cuore lavorare come macchine perfette.
Correndo liberamente, ricordo la mia paura, ma sento che sono più forte e che presto la vincerò per sempre.
Mentre il sole splende alto nel cielo, mi avvicino velocemente alla mia città, respirando a pieni polmoni e con i muscoli che si muovono in perfetta sincronia. Sento che le parti del mio corpo in cui la paura aveva presa sono diventate forti ed inattaccabili. (*)ù

II. LA SLITTA

Mi trovo in una grande spianata coperta di neve. Intorno a me vi sono varie persone intente a praticare sport invernali. Dal vapore che esce dalla mia bocca mi rendo conto che fa freddo, nonostante splenda il sole. Sento, di tanto in tanto, raffiche gelide che mi sferzano la faccia… ma è un freddo che mi piace molto.
Si avvicinano vari amici, tirando una slitta. Mi fanno cenno di salirci e di guidarla.
Spiegano che il meccanismo è perfetto ed è impossibile perderne il controllo. E così, dopo avervi preso posto, sistemo le cinture e le fibbie. Mi metto gli occhiali ed accendo le turbine che fischiano come piccoli jet. Premo leggermente l’acceleratore con il piede destro e la slitta comincia a muoversi. Allento la pressione del piede destro e premo il sinistro. La macchina si ferma docilmente. Poi manovro il volante a destra ed a sinistra senza alcuno sforzo. A questo punto, due o tre degli amici partono avanti a me sciando. “Andiamo!” gridano. E si lanciano dallo spiazzo zigzagando in discesa giù per lo stupendo pendio della montagna.
Premo l’acceleratore ed inizio a muovermi con perfetta scioltezza. Incomincio la discesa dietro agli sciatori. Vedo il bel paesaggio ricoperto di neve e di conifere. Più giù, alcune casette di legno e là, in lontananza, una valle luminosa.
Accelero senza timore e sorpasso uno sciatore, poi un altro e infine il terzo. Gli amici mi salutano chiassosamente. Mi dirigo verso i pini che compaiono lungo il percorso e li evito con manovre impeccabili. Allora mi dispongo a imprimere più velocità alla slitta.
Spingo a fondo l’acceleratore e sento la tremenda potenza delle turbine. Vedo passarmi accanto i pini, come ombre confuse, mentre dietro di me la neve si solleva in una finissima nuvola bianca. Il vento gelido mi tira la pelle del viso e debbo sforzarmi per mantenere chiuse le labbra.
Scorgo un rifugio di legno le cui dimensioni crescono velocemente ed ai suoi lati alcuni trampolini per il salto sugli sci. Non esito, punto su quello di sinistra. In un attimo vi sono sopra ed allora tolgo il contatto dei motori, per evitare un eventuale incendio durante l’impatto…
Sono stato catapultato verso l’alto, in un volo stupendo. Sento soltanto l’urlo del vento mentre incomincio a cadere per centinaia di metri. Avvicinandomi alla neve, noto che il mio angolo di caduta coincide perfettamente con l’inclinazione del pendio e così tocco terra delicatamente. Riaccendo le turbine e continuo ad accelerare mentre mi avvicino alla valle. Ho iniziato a poco a poco a frenare. Sposto gli occhiali sulla fronte e mi dirigo lentamente verso il complesso alberghiero dal quale partono varie funivie che trasportano gli sportivi sui monti. Alla fine entro in uno spiazzo. Davanti e sulla destra vedo la bocca nera di quello che sembra un tunnel ferroviario. Mi dirigo lentamente verso di esso, superando pozzanghere di neve sciolta. Nel giungere all’imboccatura, mi rassicuro: non ci sono binari né tracce di veicoli. Penso però che di lì potrebbero passare grossi camion. Potrebbe anche trattarsi del deposito degli spazzaneve. Sia come sia, entro lentamente nel tunnel. E’ illuminato debolmente. Accendo il faro anteriore e il suo forte fascio di luce mi consente di vedere una strada diritta per varie centinaia di metri. Accelero. Il rumore del jet rimbomba e gli echi si mescolano tra loro. Vedo che più avanti il tunnel fa una curva e, invece di frenare, accelero, cosicché, arrivato alla curva, scivolo lungo la parete senza alcun problema. Ora la strada discende e più avanti piega verso l’alto, descrivendo una spirale, come se si trattasse di una serpentina o di una fantastica molla.
Accelero… sto scendendo; poi prendo la salita; mi rendo conto che sto correndo lungo il soffitto, per discendere di nuovo e tornare su una linea retta. Freno dolcemente e mi appresto a lanciarmi in una caduta simile a quella delle montagne russe. Il pendio è assai ripido. Comincio la discesa ma contemporaneamente freno. La velocità diminuisce. Noto che sto percorrendo uno stretto ponte sospeso nel vuoto. Da entrambi i lati, una profonda oscurità. Freno ancora di più ed imbocco il ponte che ha l’esatta larghezza della slitta. Tuttavia mi sento sicuro. Il materiale è solido. Nel guardare lontano fin dove arriva la luce del faro, la via mi appare come un filo teso, che distanze abissali separano da qualunque sostegno, da qualunque punto di appoggio, da qualunque parete. (*)
Fermo il veicolo, per studiare meglio l’effetto che la situazione produce su di me. Incomincio a immaginare vari tipi di pericolo ma senza alcuno spavento: il ponte che si spezza e io che precipito nel vuoto. Poi, un immenso ragno che, scendendo lungo il suo grosso filo di seta… arriva fino a me, come se io fossi una piccola mosca. Infine, immagino un enorme burrone e lunghi tentacoli che salgono dalle oscure profondità. (*)
Benché la situazione favorisca lo spavento, mi rendo conto di avere forza interiore sufficiente per vincere la paura. Perciò provo di nuovo a immaginare qualcosa di pericoloso o di ripugnante e mi abbandono a questi pensieri. (*)
Ho superato il momento critico e mi sento rinfrancato dalla prova che mi sono imposto; allora riattivo le turbine ed accelero. Passo il ponte ed arrivo di nuovo ad un tunnel simile a quello dell’inizio. A velocità sostenuta, prendo una salita molto lunga. Penso che sto per arrivare al livello di partenza. Vedo in fondo il cerchio della luce del giorno che va aumentando di diametro. Ora, in linea retta, esco rapidamente sullo spiazzo aperto del complesso alberghiero. Avanzo molto lentamente, evitando la gente che mi cammina intorno. Continuo così, sempre molto lentamente, fino a giungere all’estremità dello spazio che collega con le piste di sci. Riabbasso gli occhiali e comincio ad accelerare per arrivare con sufficiente velocità al pendio che termina sulla vetta da cui ero partito. Accelero, accelero, accelero… Sto salendo su per il piano inclinato all’incredibile velocità che avevo durante la discesa. Vedo avvicinarsi il rifugio di legno ed i due trampolini ai suoi lati, solo che ora mi trovo davanti una parete verticale che mi separa da essi. Devio sulla sinistra e continuo la salita passando di lato all’altezza delle rampe.
I pini mi passano accanto come ombre confuse, mentre la neve resta dietro di me sollevata in una finissima nuvola bianca…
Di fronte, vedo i miei tre amici fermi che mi salutano alzando le racchette. Giro, descrivendo un cerchio intorno a loro, spruzzandoli di neve. Proseguo la salita e raggiungo la cima della montagna. Mi fermo. Tolgo il contatto delle turbine. Sollevo gli occhiali sulla fronte. Sciolgo le fibbie delle cinture ed esco dalla slitta. Stiro le gambe e poi tutto il corpo, leggermente intorpidito. Ai miei piedi vedo le conifere che discendono per lo stupendo pendio della montagna e, in lontananza, come una forma irregolare, il complesso alberghiero. Sento l’aria purissima e il sole di montagna che tonificano la pelle del volto. (*)

III. LO SPAZZACAMINO

Mi trovo in una stanza, seduto accanto ad una persona che non conosco ma per cui nutro la massima fiducia. Ha tutte le caratteristiche del buon consigliere: bontà, saggezza e forza. Però molti lo chiamano con il pittoresco nomignolo di “spazzacamino”. Sono venuto a consultarlo riguardo ad alcuni problemi personali e lui ha risposto che le mie tensioni interne sono talmente forti che la cosa più consigliabile è fare un esercizio di “pulizia”. Sta seduto accanto a me senza mai guardarmi direttamente e la sua discrezione è tale che io posso esprimermi in tutta libertà. In questo modo stabiliamo un ottimo rapporto. Mi invita a distendermi del tutto, rilassando i muscoli. Mi aiuta, posando le mani sulla fronte e sui vari muscoli della faccia. (*)
Poi mi prende la testa e la muove da sinistra a destra, avanti ed indietro perché rilassi il collo e le spalle. Mi fa notare quanto sia importante che gli occhi e la mandibola rimangano morbidi. (*)
Quindi mi chiede di rilassare i muscoli del tronco. Prima quelli davanti. Poi quelli dietro. (*)
Non si è preoccupato della tensione delle braccia e delle gambe perché, a quanto assicura, quelle si distenderanno da sole come conseguenza del lavoro precedente. Ora mi raccomanda di sentire il corpo molle, come di gomma; “tiepido” e pesante, fino a provare una sensazione calda e gradevole. (*)
Mi dice: “Andiamo dritto al punto. Studi fino all’ultimo dettaglio il problema che l’affligge. Pensi che non sono qui per giudicarla. Io sono un suo strumento e non il contrario”. (*)
“Pensi” – continua – “a quello che non direbbe a nessuno per nessun motivo al mondo”. (*)
“Me ne parli” – dice – “dettagliatamente”. (*)
“Se lo desidera, vada avanti a dirmi tutto quello che le farebbe bene comunicare. Lo dica senza preoccuparsi della forma e dia libero sfogo alle emozioni”. (*)
Passato un certo tempo, lo spazzacamino si alza e prende un oggetto lungo, leggermente curvo. Si ferma davanti a me e dice: “Apra la bocca!”. Io obbedisco. Poi sento che introduce in me una specie di lunga pinza che mi arriva fino allo stomaco. Però mi accorgo che riesco a sopportarla… Tutto a un tratto, grida: “L’ho preso!” e comincia a estrarre l’oggetto, poco alla volta. All’inizio mi pare di sentirmi strappare qualcosa, ma poi sento prodursi in me un piacevole senso di agitazione, come se dalle viscere e dai polmoni si andasse staccando un qualcosa che vi aderiva in maniera maligna da molto tempo. (*)
Sta ritirando la pinza. Mi stupisco nel sentire che, insieme a questa, dalla mia bocca esca una forma dolciastra, maleodorante e viscida che si contorce… Alla fine lo spazzacamino depone quell’essere schifoso in un’ampolla trasparente ed io provo un immenso sollievo, come una purificazione interna del mio corpo.
In piedi e a bocca aperta, osservo la “cosa” ripugnante che si scioglie fino a trasformarsi in un’informe gelatina. Di lì a poco è già un liquido scuro; poi si schiarisce e finisce per svanire come gas nell’atmosfera. In meno di un minuto l’ampolla è tornata perfettamente pulita.
“Vede, dunque” – dice lo spazzacamino – “ecco perché questo procedimento si chiama ‘pulizia’. In fondo, oggi non è stato male. Una piccola dose di problema quotidiano con un po’ di umiliazione; un po’ di tradimento con un pizzico di senso di colpa. Risultato: un piccolo mostro che le impediva di avere dei buoni sonni, una buona digestione ed altre buone cose. Se sapesse… A volte ho estratto mostri enormi. Beh, non si preoccupi se le rimarrà per un po’ una sensazione sgradevole… La saluto”.

IV. LA DISCESA

Siamo su una piccola imbarcazione, in mare aperto. Stiamo per levare l’ancora, ma ci accorgiamo che è incagliata. Annuncio ai miei compagni che andrò a vedere cosa è successo. Scendo per una scaletta entrando nell’acqua calma. Nell’immergermi, vedo un banco di piccoli pesci, lo scafo dell’imbarcazione e la catena dell’ancora. Nuoto verso di essa e l’afferro per aiutarmi a scendere. Noto che posso respirare senza difficoltà, cosicché continuo a discendere lungo la catena fino a toccare il fondo, ormai poco illuminato.
L’ancora si è incastrata in alcuni relitti di metallo. Mi avvicino, tirando con forza verso l’alto. Il piano cede. Ho sollevato un coperchio che lascia allo scoperto un certo spazio quadrato attraverso il quale mi introduco. (*)
Nuoto ad una maggiore profondità e, incontrando una corrente sottomarina fredda, ne seguo la direzione. Finisco col toccare una superficie liscia, a tratti ricoperta dalla vegetazione marina. Risalgo senza allontanarmene. Via via che riaffioro, percepisco un maggior chiarore. (*)
Emergo in uno specchio d’acqua dentro una caverna diffusamente illuminata. Salgo su una specie di piattaforma. Faccio alcuni passi e scopro dei gradini. Comincio a discenderli cautamente.
Il piccolo passaggio si restringe sempre più mentre scendo la scala, ora molto sdrucciolevole. Vedo delle fiaccole accese e disposte a intervalli regolari. Ora la discesa è quasi verticale. L’ambiente è umido e soffocante. (*)
Un’inferriata arrugginita, simile a una porta, impedisce il passaggio. Spingo e si apre cigolando. La scala è terminata ed adesso c’è soltanto una rampa fangosa che percorro con cautela. L’odore è appiccicoso, quasi sepolcrale. (*)
Una raffica di vento minaccia di spegnere le torce. In fondo, sento il ruggito di un mare in burrasca che si abbatte sugli scogli. Comincio a nutrire dubbi sulla possibilità di tornare. Il vento fischia con violenza, spegnendo la fiaccola più bassa. A questo punto incomincio a salire tenendo a freno il pungolo della paura. Lentamente risalgo per la rampa fangosa. Raggiungo la porta arrugginita. E’ chiusa… L’apro di nuovo e continuo a salire faticosamente per le scale quasi verticali, mentre le torce continuano a spegnersi dietro di me. Mi muovo con cautela, perché la scala di pietra è sempre più sdrucciolevole. Ho raggiunto la grotta. Arrivo sulla piattaforma e mi immergo nello specchio d’acqua proprio nell’istante in cui si spegne l’ultima luce. Discendo verso il fondo, toccando la superficie liscia, coperta di vegetazione. Tutto è al buio. (*)
Nell’avvertire una corrente fredda, nuoto in direzione opposta con grande difficoltà. (*)
Riesco a venir fuori dalla corrente. Adesso salgo in verticale, finché urto contro un soffitto di pietra. Cerco in tutte le direzioni nella speranza di trovare lo spazio quadrato. (*)
Ci sono arrivato. Passo attraverso l’orifizio. Adesso libero l’ancora dalla sua trappola e vi poso sopra i piedi mentre scuoto la catena per avvisare i miei compagni. Dall’alto stanno issando l’ancora, con me come passeggero. Mentre lo spazio acquatico si va lentamente illuminando mi appare un incantevole arcobaleno di esseri sottomarini. Emergo. Lascio andare la catena e, aggrappandomi alla scaletta della barca, salgo fra gli evviva e gli scherzi dei miei amici. (*)

V. LA SALITA

E’ giorno. Entro in una casa. Comincio lentamente a salire alcuni gradini. Arrivo al primo piano. Continuo a salire. Sono sulla terrazza. Vedo una scala a chiocciola di metallo. Non ha ringhiere di protezione. Devo salire per arrivare al serbatoio dell’acqua. Lo faccio con tranquillità. Sto sul serbatoio. La base è piccola. Tutta la struttura si muove a causa delle raffiche di vento. Sono in piedi. (*)
Mi avvicino al bordo. Sotto vedo la terrazza della casa. Mi sento attratto dal vuoto ma mi trattengo e continuo a guardare. Poi muovo lo sguardo sul paesaggio. (*)
Sopra di me c’è un elicottero, da cui fanno scendere una scaletta di corda. I pioli sono di legno. Afferro la scaletta e poso i piedi sull’ultima sbarra. L’apparecchio sale lentamente. Laggiù in basso rimane il cassone dell’acqua, sempre più minuscolo. (*)
Salgo la scaletta fino a raggiungere il portello. Cerco di aprirlo, ma è sprangato. Guardo in giù. (*)
Fanno scorrere la porta di metallo. Un giovane pilota mi tende la mano. Entro. Ci alziamo a grande velocità. Qualcuno grida che c’è un guasto al motore. Di lì a poco sento un rumore di ingranaggi rotti. L’elica di sostegno si è inceppata. Cominciamo a perdere quota sempre più in fretta. Vengono distribuiti i paracadute. I due componenti dell’equipaggio saltano nel vuoto. Sto sulla soglia del portello, mentre la caduta si fa vertiginosa. Decido di buttarmi. Sto cadendo di faccia. La velocità mi impedisce di respirare. Tiro un anello ed il paracadute si apre stirandosi verso l’alto come un lungo lenzuolo. Sento un forte strattone ed un contraccolpo. Ho frenato la caduta. Devo mirare al cassone dell’acqua, altrimenti cadrò sui cavi dell’alta tensione o sui pini le cui cime mi aspettano come tante punte affilate. Manovro tirando le corde. Per fortuna il vento mi aiuta. (*)
Cado sul cassone, rotolando fino al bordo. Il paracadute mi avvolge. Me ne libero e lo vedo cader giù disordinatamente. Sono di nuovo in piedi. Molto lentamente comincio a scendere la scala a chiocciola. Arrivo sulla terrazza, poi scendo ancora fino al primo piano. Continuo a scendere fino a giungere nella stanza… lo faccio senza fretta. Sono al pianterreno della casa. Vado verso la porta, la apro ed esco.

VI. LE MASCHERE

Sono tutto nudo in un campo di nudisti. Mi sento attentamente osservato da persone dei due sessi e di diversa età. Qualcuno mi dice che la gente mi studia perché ha notato che ho dei problemi. Mi raccomandano di coprirmi. Allora mi metto un berretto e le scarpe. Immediatamente i nudisti si disinteressano a me. Finisco di vestirmi e vado via dal campo… devo arrivare presto alla festa. Entro in una casa ed all’ingresso un bellimbusto mi dice che per entrare nel salone devo vestirmi adeguatamente, perché si tratta di una festa in costume. Mi fa cenno e lì dove ha indicato vedo un guardaroba pieno di abiti e di maschere insolite. Comincio a scegliere con cura. Davanti a un gruppo di specchi che sono disposti ad angolo, mi provo costumi e mascherine. Mi posso osservare da diversi punti di vista. Mi provo il modello e la maschera che mi stanno peggio. (*)
Adesso ho trovato il completo e la maschera migliori. Mi guardo da tutti le angolazioni. Ogni dettaglio sbagliato viene subito modificato finché tutto risulta perfetto. (*)
Entro raggiante nel grande salone dove si svolge la festa. C’è molta gente, tutta in maschera.
Si fa silenzio e tutti plaudono alla perfezione del modello che indosso. Mi fanno salire su una pedana e mi chiedono di ballare e cantare. Così faccio. (*)
Adesso il pubblico vuole che mi tolga la maschera e che ripeta l’operazione. Mentre mi accingo a farlo, mi accorgo di avere indosso quel brutto completo che mi ero provato per primo. Per colmo di sventura sono a viso scoperto. Mi sento ridicolo e mostruoso. Tuttavia, canto e ballo davanti al pubblico, incassando gli sberleffi ed i fischi di disapprovazione. (*)
Un imprudente moschettiere, saltando sulla pedana, mi prende a spintoni insultandomi. Allora io, davanti al suo sbigottimento, incomincio a trasformarmi in animale. Continuo a cambiare, ma conservo sempre il mio volto; dapprima sono un cane, poi un uccello, alla fine un grosso rospo. (*)
Mi si avvicina una torre degli scacchi e mi dice: “Dovrebbe vergognarsi… spaventare così i bambini!”. Allora ritorno al mio stato normale, vestito con gli abiti di tutti i giorni. Vado lentamente riducendomi. Ormai ho la statura di un bimbo piccolo. Scendo dalla pedana e vedo tutte quelle persone mascherate, enormi, che mi osservano dall’alto. Continuo a rimpicciolire. (*)
Una donna strilla in modo isterico e va dicendo che sono un insetto. Si appresta a schiacciarmi con il piede, ma io divento microscopico. (*)
Rapidamente riassumo la statura del bambino. Poi, il mio aspetto normale. Quindi continuo a crescere davanti ai presenti, che si mettono a correre di qua e di là. La mia testa tocca il soffitto. Guardo tutto dall’alto. (*)
Riconosco la donna che voleva schiacciarmi. L’afferro con una mano e la poso sulla pedana, mentre strilla in modo isterico. Torno alla mia statura normale e mi appresto ad abbandonare la festa. Arrivato all’ingresso, vedo uno specchio che deforma radicalmente il mio aspetto. Allora ne strofino la superficie finché mi restituisce la bella immagine che ho sempre voluto avere. (*)
Saluto il damerino dell’ingresso ed esco tranquillamente dalla casa.

VII. LE NUVOLE

Nella totale oscurità sento una voce che dice: “In quel tempo non c’era né l’esistente né il non-esistente; non c’era aria né cielo e le tenebre erano sopra la faccia dell’abisso. Non c’erano esseri umani né un solo animale, uccello, pesce, granchio, legno, pietra, caverna, precipizio, erba, foresta. Non c’erano galassie né atomi… non c’erano nemmeno supermercati. Allora, nascesti tu e cominciò il suono e la luce e il caldo e il freddo e l’aspro e il dolce”. La voce tace e mi rendo conto che sto salendo su una scala mobile all’interno di un enorme supermercato. Ho superato diversi piani e adesso vedo che il soffitto dell’edificio si apre e la scala continua a trasportarmi lentamente e comodamente verso un cielo terso. Vedo laggiù in basso, piccolissimo, l’edificio. L’atmosfera è intensamente azzurra. Sento con piacere la brezza che fa svolazzare i miei abiti; allora inspiro placidamente l’aria. Tagliando un morbido strato di vapore, mi ritrovo in un mare di bianchissime nuvole. La scala si piega, distendendosi in modo da permettermi di camminarci sopra come fosse un marciapiede. Andando avanti, noto che sto procedendo su un pavimento di nuvole. I miei passi sono molto armonici. Posso fare lunghi salti perché la gravità è assai debole. Ne approfitto per fare piroette, cadendo di schiena e rimbalzando di nuovo in alto, come se un gran materasso elastico mi sospingesse ogni volta. I movimenti sono lenti e la mia libertà d’azione è totale. (*)
Sento la voce di una vecchia amica che mi saluta. Poi, la vedo avvicinarsi correndo in modo stupendo. Ci abbracciamo ancora correndo, rotoliamo e rimbalziamo più volte facendo ogni genere di figure, ridendo e cantando. (*)
Alla fine ci mettiamo a sedere ed a quel punto lei tira fuori dal vestito una canna da pesca ripiegata che comincia ad allungare. Prepara gli accessori, ma al posto dell’amo applica una calamita a forma di ferro di cavallo. Poi comincia a manovrare il rocchetto e la calamita attraversa il pavimento di nuvole… Dopo un po’, la canna incomincia a vibrare e lei grida: “Abbiamo buona pesca!”. Subito si mette a tirare finché emerge, attaccato alla calamita, un gran vassoio. Su di esso c’è ogni tipo di cibo e bevanda. Il tutto è accuratamente disposto. La mia amica deposita il vassoio e ci prepariamo al grande festino. Tutto quello che assaggio ha un sapore squisito. La cosa più sorprendente è che la roba da mangiare non diminuisce. Sta di fatto che compaiono dei piatti al posto di altri semplicemente avendone il desiderio, e così mi appresto a scegliere quelli che ho sempre avuto voglia di mangiare e li consumo con grande godimento. (*)
Infine sazi, ci stendiamo supini sul soffice materasso di nuvole, raggiungendo una stupenda sensazione di benessere. (*)
Sento il mio corpo tutto morbido e tiepido, completamente rilassato, mentre pensieri piacevoli mi attraversano la mente. (*)
Noto che non ho nessuna fretta, né inquietudine, né desideri, come se potessi fare affidamento su tutto il tempo del mondo per me solo. (*)
In tale stato di pienezza e di benessere mi metto a pensare ai problemi che avevo nella vita di tutti i giorni e mi rendo conto che posso affrontarli senza inutili tensioni per cui le soluzioni mi appaiano semplici e chiare. (*)
Ad un certo momento sento la mia amica dire: “Dobbiamo tornare”. Mi alzo e, facendo qualche passo, mi accorgo di stare sulla scala mobile. Dolcemente questa si piega all’ingiù penetrando il pavimento di nuvole. Percepisco un tenue vapore, mentre comincio la discesa verso terra. Mi sto avvicinando all’edificio, nella parte superiore del quale entra la scala mobile. Sto scendendo i diversi piani del supermercato. Vedo ovunque gente intenta a scegliere gli oggetti da comprare. Chiudo gli occhi e sento una voce che dice: “In quel tempo non c’era né timore, né inquietudine, né desiderio, perché il tempo non esisteva”. (*)

VIII. AVANZAMENTI E RETROCESSIONI

In una stanza bene illuminata faccio qualche passo ed apro una porta. Avanzo lentamente per un corridoio. Entro da un’altra porta a destra e trovo un altro corridoio. Avanzo ancora. Una porta a sinistra. Entro e avanzo. Nuova porta a sinistra. Entro e avanzo. Nuova porta a sinistra, entro e avanzo. Retrocedo lentamente per la stessa via fino a ritornare nella stanza iniziale. (*)
Sulla destra della stanza c’è una grande portafinestra che dà su un giardino. Apro i vetri. Esco. Fissato a terra c’è un marchingegno che tiene teso un filo d’acciaio a breve distanza dal suolo. Segue delle linee capricciose. Salgo sul filo tenendomi in equilibrio. Prima faccio un passo. Poi, un altro. Vado avanti seguendo linee curve e rette. Lo faccio senza difficoltà. Ora, di spalle, faccio la strada inversa fino ad arrivare al punto iniziale. (*)
Scendo dal filo. Ritorno nella stanza. Vedo uno specchio fatto a mia misura. Cammino verso di esso lentamente, mentre osservo che la mia immagine viene, come è logico, nella mia direzione. Così, fino a toccare il vetro. Poi, indietreggio di spalle guardando la mia immagine allontanarsi. Mi avvicino di nuovo fino a toccare il vetro, però mi accorgo che la mia immagine retrocede e finisce con lo scomparire. Adesso vedo che la mia immagine torna camminando di spalle. Si ferma prima di arrivare al vetro, gira sui tacchi ed avanza verso di me. Esco in un cortile dalle grandi mattonelle. In un punto centrale c’è un divano collocato esattamente su di una mattonella nera. Tutte le altre sono bianche. Mi spiegano che quel divano ha il potere di spostarsi sempre in linea retta e in tutte le direzioni, ma senza cambiare la posizione frontale. Mi siedo su di esso e dico: “Tre mattonelle in avanti”. Allora il divano va a mettersi dove ho indicato. Quattro a destra. Due indietro. Due a sinistra. Una indietro. Due a sinistra, terminando sulla mattonella nera. Ora: tre indietro. Una a destra. Una indietro. Quattro a destra. Quattro in avanti. Cinque a sinistra, arrivando a destinazione. Infine: tre a sinistra. Due indietro. Una in avanti. Due a destra. Tre indietro. Una a destra. Quattro in avanti, concludendo ancora sulla mattonella nera.
Mi alzo ed esco dalla casa. Sono fermo in mezzo ad una grande strada. Non passa nessun veicolo. Vedo avvicinarsi una persona a cui voglio molto bene. E’ arrivata così vicino che quasi mi tocca. (*)
Adesso indietreggia sempre più, fino a scomparire. (*)
Vedo avvicinarsi una persona che mi provoca un profondo senso di disagio. E’ arrivata molto vicino a me. (*)
Adesso indietreggia, allontanandosi sempre di più, fino a scomparire. (*)
Sono seduto qui. Ricordo una scena molto difficile nella quale mi trovo davanti ad altre persone. Mi allontanano progressivamente da quelle persone. (*)
Ricordo una scena nella quale mi vedo partecipare con molto piacere. Mi allontano a poco a poco da quella situazione. (*)

IX. IL MINATORE

C’è gente intorno a me. Siamo tutti vestiti da minatori. Aspettiamo che il montacarichi salga. E’ molto presto. Una tenue pioggerellina cade dal cielo plumbeo. Scorgo, in lontananza, la sagoma nera della fabbrica che manda bagliori con i suoi altiforni. Le ciminiere vomitano fuoco. Il fumo si leva in dense colonne. Distinguo, in mezzo al ritmo lento e distante delle macchine, una stridula sirena che annuncia il cambio di turno del personale. Vedo salire lentamente il montacarichi che, con una forte vibrazione, si ferma infine ai miei piedi. Avanziamo fino a piazzarci sulla piattaforma metallica. Si chiude una grata scorrevole e incominciamo a scendere lentamente, fra un mormorio di voci. La luce del montacarichi mi consente di vedere la parete rocciosa che passa vicinissimo a noi. A mano a mano che scendiamo, la temperatura aumenta e l’aria si fa pesante.
Ci fermiamo davanti a una galleria. Esce la maggior parte degli occupanti del montacarichi. La grata si chiude. Siamo rimasti in quattro o cinque minatori. Continuiamo il cammino, sino a fermarci in un’altra galleria. Gli ultimi occupanti scendono. Rimango solo e ricomincio a scendere. Infine, la piattaforma si ferma con gran fragore. Spingo la grata e mi introduco in una galleria appena illuminata. Sento il rumore del montacarichi che torna su.
Davanti, su delle rotaie, c’è il carrello trasportatore. Vi salgo sopra ed avvio il motore, procedendo quindi lentamente lungo il tunnel.
Fermo il carrello al termine delle rotaie. Scendo e comincio a scaricare gli attrezzi. Accendo la lanterna del casco. Sento echi lontani, sembrano trapani e martelli idraulici… ma avverto anche una flebile voce umana che chiama con toni strozzati. So bene di che si tratta! Lascio gli attrezzi e mi butto delle corde sulla spalla. Afferro un piccone e avanzo risolutamente per il tunnel che si va restringendo. La luce elettrica è rimasta là dietro. Mi oriento soltanto con il faretto del casco. Di tanto in tanto mi fermo ad ascoltare da dove viene il lamento. Tutto rattrappito arrivo in fondo al tunnel. Davanti a me, nello scavo praticato di recente, termina la galleria. Il materiale sparso mi fa capire che la volta è franata. Fra rocce e travi spezzate scorre dell’acqua. Il pavimento è ridotto ad un pantano in cui i miei stivali affondano. Smuovo varie pietre, aiutandomi con il piccone. D’improvviso rimane allo scoperto una fessura orizzontale. Mentre studio la maniera di scivolarvi attraverso, percepisco nettamente i gemiti… di certo il minatore intrappolato si trova a pochi metri di distanza. Introduco il manico del piccone fra i massi e vi lego un capo della corda, passando l’altro intorno alla cintola. Regolo la mia imbracatura con una fibbia di metallo. Mi immergo nella cavità a fatica. Strisciando sui gomiti, avanzo per una ripida discesa. Vedo, alla luce del casco, che il condotto si restringe fino a chiudersi del tutto. Il caldo umido è soffocante, il respiro difficile. (*)
Ai miei piedi scorre una spessa melma. A poco a poco mi ricopre le gambe e scivola appiccicosa fin sotto il petto. Mi rendo conto che il mio angusto spazio rimarrà fra poco del tutto coperto di fango. Esercito una pressione verso l’alto ma la schiena urta contro la roccia viva. Provo a indietreggiare… ma non è più possibile. La voce lamentosa è molto vicina. (*)
Grido con tutte le mie forze ed il terreno cede trascinandomi nel suo smottamento… Un forte strattone alla cintura coincide con il repentino arresto della caduta. Rimango appeso alla corda come un assurdo pendolo di fango. La mia corsa si è fermata vicinissimo a un pavimento ricoperto da un tappeto. Vedo adesso, in quell’ambiente fortemente illuminato, un’elegante sala in cui distinguo una specie di laboratorio ed enormi librerie. Ma la situazione di urgenza in cui mi trovo mi spinge a cercare una soluzione. Con la mano sinistra sistemo la corda tesa e con l’altra apro la fibbia che la tiene fissata alla mia cintura. Cado dolcemente sul tappeto.
“Che maniere amico! Che maniere!” fa una voce flautata. Mi volto e resto di sasso. Ho davanti a me un omuncolo alto, sì e no, sessanta centimetri. A parte le orecchie leggermente puntute, si direbbe molto ben proporzionato. E’ vestito a vivaci colori ma con un inconfondibile stile da minatore. Mi sento ridicolo e desolato quando mi offre un drink. In ogni modo, mi faccio animo e lo bevo senza battere ciglio.
L’omuncolo giunge le mani e le porta alla bocca a mo’ di megafono. Quindi emette il gemito che ben conosco. A questo punto monta in me un’enorme indignazione. Gli chiedo che cosa significhi una burla del genere e mi risponde che, grazie ad essa, in futuro la mia digestione migliorerà. Il tipo continua dicendo che la corda stretta alla vita ed all’addome durante la caduta ha fatto un ottimo lavoro; e così il percorso sui gomiti lungo il tunnel. Per concludere il suo strano discorso, mi chiede se per me ha qualche senso la frase: “Lei si trova nelle viscere della terra”. Rispondo che è un modo figurato di dire le cose, ma l’altro replica che in questo caso si tratta di una grande verità. E poi aggiunge: “Lei si trova nelle sue stesse viscere. Quando qualcosa va male nelle viscere, la gente pensa cose fuorvianti. A loro volta, i pensieri negativi pregiudicano le viscere. Cosicché, d’ora in avanti, lei starà attento. Se non lo farà, mi metterò a camminare e lei sentirà un gran solletico ed ogni genere di disturbi interni… Ho colleghi che si occupano di altre parti, come i polmoni, il cuore, eccetera”. Ciò detto, l’omuncolo prende a camminare sulle pareti e sul soffitto, mentre io avverto tensioni nella regione addominale, al fegato ed ai reni. (*)
Poi, con una pompa d’oro mi getta addosso dell’acqua, ripulendomi scrupolosamente dal fango. Sono subito asciutto. Mi sdraio su di un ampio divano e comincio a rilassarmi. L’omuncolo passa ritmicamente una spazzolina sul mio addome e sulla vita, producendomi un notevole senso di distensione in quelle zone. Mi rendo conto che, con l’alleviarsi dei malesseri allo stomaco, al fegato ed ai reni, mutano le mie idee ed i miei sentimenti. (*)
Percepisco una vibrazione ed avverto che mi sto sollevando. Sono sul montacarichi che risale verso la superficie della terra.