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Partecipante

Giovanni Jervis (è uno psichiatra, ma lo cito lo stesso):

“Il concetto di normalità può essere declinato in diverse direzioni. Può avere un significato puramente statistico, per indicare la maggior frequenza di un certo evento oppure l'attesa che un certo evento abbia luogo.

Così le convenzioni che si stabiliscono tra gli esseri umani si fondano sull'aspettativa che gli altri individui si comportino nel modo che tra noi è normale. Ma il concetto di normalità possiede altre connotazioni relative non ai comportamenti, che di fatto hanno luogo, ma a quelli che dovrebbero accadere.

Ciò che è normale è ciò che dovrebbe regolare la condotta naturalmente. E tuttavia è accaduto che il significato, che attiene al dovere, morale o religioso o sociale, si è spesso mascherato nel concetto di normalità. La suddivisione tra normale e anormale può apparire puramente scientifica, ma nasconde spesso l'appello a un criterio di valore, che esprime un giudizio sulla condizione di esclusione sociale di alcuni.

E' soprattutto a partire dal secolo scorso, che la regolazione sociale dei comportamenti ha cominciato a usare il linguaggio, apparentemente scientifico, della normalità, quello inaugurato da discipline come la medicina, la psichiatria e la psicologia. Il crimine e il comportamento irregolare non sono più solo una trasgressione della legge, ma una deviazione dalla norma. Ma con ciò essi perdono la loro possibile ricchezza di significato e diventano eccezioni del comportamento normale.

E' possibile restituire al concetto di normalità un uso scientifico, che non diventa allo stesso momento uno strumento di discriminazione e di esclusione? ” http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=428