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#44952

sephir
Partecipante

[quote1253200315=Spiderman]
[quote1253189511=sephir]

Ci si scandalizza perchè qualcuno maltratta un cane… e spesso lo si fa pasteggiando davanti ad una bistecca.

Per esempio questa è una frase tipica, che io condivido, ma che a ben ragionarci non dice proprio tutta le verità…perchè la tv ci ha insegnato uno scandalo finto, morbido, quasi nullo…come la carne già tagliata impacchettata e fornita a poco prezzo ci ha insegnato a mangiarla con tutta serenità…
qiindi quella serenità e quell'agitazione sono entrambe frutto di altro spesso…ovviamente a seconda di chi siè..comoe sempre
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Allora anche lo spezzatino di cane deve essere accettato con la stessa nonchalance? In Cina lo fanno ma tanti di quelli che qua mangiano mucche e maiali considerano i cinesi delle bestie. Dare la colpa alla tv non ha senso sephir, sopratutto quando si discute e si fanno notare come stanno realmente le cose.

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Spiderman intendevo solo aggiungere alla solita frase che il problema è ben più complesso, ha più fattori in gioco, si origina anche da altre parti e sdegnarsi e basta dando anche motivazioni razionali e scientifiche sul perchè è un bene non mangiare carne non credo sia abbastanza finchè non ci si scrollerà già di dosso un bel pò di certe incoscienze.

Spiego: La persona che in media mangia una fettina seduto sopra il suo tavolino di fronte alla tv è un tipo di persona (a cui sono appartenuto anche io, e ancora mi salvo per un pelo :eyebro: ) che è già impregnata di elementi da scardinare:
1)guarda la tv: chié?come la guarda?a cosa crede di cio che dicono? perchè?
2)In tv la violenza è quotidiana, e lo scandalo di un uccisione diviene sempre più qualcosa di “normale” come abbiamo capito da anni. Mi scandalizzo, e continuo a masticare un pò dispiaciuto il mio piatto di minestra o la mia carne…
3)La mia carne è anche prodotto dello stesso sistema che emette trasmissioni manipolatrici e pubblicità consumistiche, in cui le stesse multinazionali o Mcdonald's educano giornalmente la massa più debole alla normalità del non chiedersi
4)La mia carne non l'ho uccisa io, non so chi l'abbia fatto non me lochiedo, come non mi chiedo chi sia il bambino morto alla tv, quindi nè mi scandalizzo veramente per il bambino morto e per lo stesso meccanismo in spazi diversi, non mi scandalizzo per la morte che ho sul piatto

Volevo solo smontare l'idea semplicistica che fa credere che chi si lamenta di fronte alla tv sia davvero “umano” ma non lo è per la carne che ha sul piatto: è sempre la stessa persona e per entrambe le cose è vittima di se stesso e del sistema inn egual misura…
Anche io penso che chi dà dieci euro in chiesa e poi quando esce guarda con sdegno lo zingaro, il rom sia un fetente ignorante…poi penso che entrambi i gesti hanno un senso e non sono in contraddizone…mi aiuta a non dare giudizi facili e veloci, non a giustificare tutto qui

Per quanto riguarda la culturalità dell'addomesticamento il discorso è più complesso spiderman, ovviamente si unisce “lo scandalo della diversità”… la contraddizione di mangiare alcuni animali piuttosto che altri esiste dappertutto in modi differenti secondo religioni e tradizioni proprie e in effetti ha radici che andrebbero analizzate, ma il mio discorso sulla televisione riguardava ciò che ti ho spiegato.

Mi sembra però che il discorso giri in tondo.

La mia etica è portata al vegetarianesimo e si può razionalmente portare al veganesimo…ma voglio che la mia sia una scelta dettata dame e solo dalla mia comprensione piena di tutti i fattori in ballo, fra cui io sono il più importante.

MI serve sentire le vostre parole e le mie e capire… ora ho letto questo molto interessante sul vegetarianesimo di plutarco…interessnte cosa potrebbe dir eun vegano del consiglio di mangiare il dolce miele delle api e i formaggi…

è molto lungo ma per chi ha voglia è d'interesse, plutarco diceva provocatoriamente come penso anche io, che chi vuole mangiare carne dovrebbe uccidere con le sue mani la preda, lui addirittura, a ragione, dice “a mani nude”…se veramente siamo nati per uccidere!

Comunque mi dispiace ma vivo nella contraddizione umana che cerca con le sue forze di capirsi e capire… :hihi:

Il vegetarianesimo come eredità della cultura classica:
la tesi nel De esu carnium di Plutarco.

L'ipotesi vegetariana nella Bibbia. Il vegetarianesimo e la pace nel mondo

di Marcella Boccia

“Abbraccio” – opera di Rachele Ascanio

Relazione tenuta al “Convegno Nazionale della Comunanza di Ideali tra le Religioni ed i Movimenti Spirituali e New Age”

Bologna, 16-17-18 dicembre 2000

Ho scelto di presentare una relazione sul vegetarianesimo perché è un tema a me particolarmente caro, su cui mi trovo a dibattere spesso vivendo in un ambiente di non vegetariani. Sono nata e cresciuta in un paesino in cui “la cosa più naturale di questo mondo” è allevare animali per poi ucciderli con le proprie mani e portare quei cadaveri sulla tavola. Il problema, però, sta nella consapevolezza, perché, come sostiene Osho: “Quando si nasce in una famiglia di non-vegetariani è naturale che si prenda l'abitudine di mangiare la carne, mentre in una famiglia di vegetariani si mangeranno solo cibi privi di carne. Dal punto di vista della consapevolezza, entrambe le persone sono inconsapevoli: io non do alcun valore in sé all'essere vegetariani. E ciò che conta è solo la consapevolezza. Solo se sei consapevolmente un vegetariano, esiste un valore in questa tua scelta.”

Sono vegetariana da pochi anni, perché ad un certo punto del mio cammino in questa Vita ho ricevuto una piccola Illuminazione. Si, perché credo che la Vita sia fatta di piccole Illuminazioni che, messe insieme, fanno una grande luce, capace di illuminare il nostro sentiero.

La piccola Illuminazione di cui parlo mi è giunta attraverso delle persone incontrate in un’area di servizio alle porte di Roma. Ero in autostrada, venivo da Napoli, a quel tempo ero studente a Roma, ed incontrai queste ragazze, molto dolci, devote a Krishna, che mi diedero un libro il cui titolo mi colpì, “Un gusto superiore”. Nella attesa della mia lezione all’università, lo lessi quasi tutto, ma un fatto mi colpì in maniera più profonda, contenuto in un paragrafetto dal titolo “Per risolvere il problema della pace”.

Prima d’allora non avevo pensato ad un legame tra abitudini alimentari e pace nel mondo. Da quel giorno non mi son più liberata di questo pensiero.

Io ho sempre considerato molti dei testi che mi son capitati tra le mani (ovviamente mai per caso) come dei miei mentori.

Nel corso di un mio studio della storia della filosofia antica mi è venuto tra le mani, ad esempio, un testo, attualissimo, di Plutarco, dal titolo De esu carnium, (Il cibarsi di carne).

Per chi non conoscesse Plutarco, egli era uno scrittore greco, nato a Cheronea nel 46 d.C. Studiò ad Atene dove conobbe e ammirò la filosofia di Platone, che rimase una componente essenziale del suo pensiero. Compì viaggi in Egitto e a Roma, fu sacerdote del santuario di Apollo a Delfi. Questi fatti della sua Vita, ovviamente, sono importanti allo scopo di comprendere quale fosse il suo pensiero. E a tal proposito vorrei leggervi un passo tratto dal De esu carnium.

“Tu chiedi in base a quale ragionamento Pitagora si sia astenuto dal mangiare carne: io invece domando, pieno di meraviglia, con quale disposizione, animo o pensiero il primo uomo abbia toccato con la bocca il sangue e sfiorato con le labbra la carne di un animale ucciso, imbandendo le tavole con cadaveri e simulacri senza vita; e abbia altresì chiamato 'cibi prelibati' quelle membra che solo poco prima muggivano, gridavano e si muovevano e vedevano. Come poté la vista sopportare l'uccisione di esseri che venivano sgozzati, scorticati e fatti a pezzi, come l'olfatto resse il fetore? Come una tale contaminazione non ripugnò al gusto, nel toccare le piaghe di altri esseri viventi e nel bere gli umori e il sangue di ferite letali?

[…]Un simile pasto è veramente mostruoso: desiderare di cibarsi di un essere che ancora sta muggendo e designare gli animali di cui nutrirsi mentre ancora emettono suoni, predisponendo i modi di condirli, arrostirli, servirli; si deve cercare colui che per primo ha dato inizio a tutto questo e non chi, più tardi, se ne sia astenuto.

Forse qualcuno potrebbe dire che per quei primi che si dettero alla sarcofagia la causa fu proprio la mancanza di risorse; e in effetti essi non giunsero a queste pratiche eccedendo quanto a piaceri anomali, contro natura, né mentre indulgevano a desideri illegittimi o godevano di una certa abbondanza di cose necessarie.

Ma se costoro oggi riacquistassero la voce e potessero esprimere il loro sentire direbbero: <<O beati e cari agli dèi voi che vivete ora, quale età della vita vi è dato in sorte di godere e quale abbondanza inesauribile di beni vi è concessa! Quante cose nascono per voi, quante ne vengono vendemmiate; quanti beni sono nei campi, quante cose piacevoli a disposizione per essere spiccate dalle piante! Vi è consentito anche di vivere nel lusso senza contaminarvi.

Noi, invece, ci accolse la più nefasta e temibile età del tempo e della vita, gettandoci in una profonda e irrimediabile povertà, fin dalla prima origine; l'aria – mischiata a torbida e instabile umidità, al fuoco e alla furia dei venti – ancora celava il cielo e gli astri; 'non si era ancora costituito un sole' che, tenendo il corso costante e stabile <> dagli straripamenti disordinati dei fiumi e in grande misura <>; ed era resa selvaggia da profonde paludi, boscaglie e macchie infruttifere; non vi era raccolto di dolci frutti, nessuno strumento di produzione né espedienti derivati dall'abilità.

Ma intanto la fame non dava tregua e la semina degli uomini di allora non aspettava le stagioni dell'anno. Che c'è da meravigliarsi dunque se, agendo contro natura, abbiamo fatto uso della carne degli animali, quando si mangiava il fango e <> ed era considerata buona sorte trovare gramigna vigorosa o una qualche radice di giunco? Quando si gustava, si mangiava una ghianda, si danzava per la gioia attorno a un faggio o a una quercia, chiamandoli 'donatore di vita', 'madre', 'nutrice': la vita, allora, conosceva solo questa festa mentre tutto il resto era pieno di turbamento e mestizia.

Invece quale rabbia, e in che modo, e quale furore spinge oggi voi a stragi scellerate, voi cui tanto avanza di cose necessarie? Perché insultate la terra come se non fosse in grado di nutrirvi? Perché commettete empietà nei confronti di Demetra, dispensatrice di leggi, e disonorate l'amorevole Dionisio, il signore dei vigneti, come se da essi non riceveste quanto basta? Non vi vergognate di mischiare i dolci frutti con sangue e morte?

Chiamate selvaggi i serpenti, le pantere e i leoni, ma voi stessi uccidete con ferocia non cedendo a essi in niente quanto a crudeltà: per essi infatti l'animale ucciso è nutrimento, per voi solo un manicaretto!” (1)

Plutarco lanciò una sfida a tutti coloro che continuavano a cibarsi di carne, dicendo: “Se sostenete che la natura vi ha destinato questo tipo di nutrimento, ebbene, allora uccidete voi stessi, da soli, quel che volete mangiare, ma fatelo con le sole vostre forze, senza clava, senza mazza o altre armi”.

L’originalità della tesi vegetariana di Plutarco sta nell’idea del suo utilitarismo, in quanto secondo l’autore la dolcezza dell’uomo verso l’animale lo abitua alla pietà verso gli altri uomini, ed è, pertanto, la radice della filantropia. “L’Autore stabilisce il principio dell’habitus nel progresso morale prendendo implicitamente posizione contro la teoria stoica secondo cui le virtù e i vizi non sono suscettibili di progresso né di accrescimento”.

Plutarco, invece, dimostrerà come la benevolenza dell’uomo verso tutti gli esseri viventi lo renda magnanimo, offrendogli la possibilità di sfuggire alla “micrologia”, alla “spilorceria”, e filantropo, sfuggendo così alla pratica dell’antropofagia.

Della violenza sugli animali Plutarco parlerà, inoltre, in un altro suo saggio, il De sollertia animalium, in cui mostrerà quanto sia barbara la pratica della caccia, che, originatasi dalla necessità di difendersi, ha poi imbarbarito gli uomini, rafforzandone il gusto sanguinario e violento. “Se si comincia col giustificare l’uccisione –dirà – sia pure di uomini scellerati o di animali feroci, si mette in moto un processo inarrestabile che porta, alla fine, a legittimare anche quella dei migliori cittadini e degli animali più mansueti”.

Tuttavia, in un’epoca come la nostra, in cui in molti Stati vige la pena di morte, tutto ciò non è purtroppo ancora comprensibile… Come pretendere che si abolisca la caccia, se si continua ad uccidere l’uomo?

Plutarco parla di “non liceità” dell’uccisione, che non deve limitarsi alla sola comunità degli uomini ma essere esteso anche agli animali. Dirà: “L’uomo, nella caccia e nella pesca, si diverte per la sofferenza e per la morte degli animali, e li strappa ai loro cuccioli…; la lotta, la competizione deve essere giocosa, allegra; deve svolgersi festosamente tra compagni di giochi; la rana presa a sassate muore non per scherzo, ma sul serio”.

La sarcofagia, il cibarsi di carne, viene definito dall’Autore para fusin (parà fiùsin), ossia contro natura, perché contraria alla costituzione del corpo umano e dannosa per la salute dell’anima e della mente, insistendo particolarmente sui danni che essa provoca al corpo. “A differenza di quello animale, il corpo umano non è naturalmente dotato di mezzi di offesa per uccidere la preda, né è in grado di digerirne e assimilarne le carni; la sarcofagia provoca danni alla salute, indigestioni, malanni di ogni sorta”, e a questa lista operata da Plutarco oggi aggiungeremmo il cancro.

Inoltre, “l’alimentazione carnea è di ostacolo anche alla salute psichica: l’anima, nella sua ricerca della conoscenza vera del reale, trova ostacoli e impedimenti nei legami del corpo, ricettacolo di tutte le impurità, da cui deve tendere a liberarsi in un processo continuo di progressiva purificazione” .

Non è lecito, dunque, “appellarsi alla necessità di difesa, perché l’uomo non si ciba delle bestie feroci che uccide a salvaguardia della propria vita, ma di animali puri, miti e innocui che uccide e mangia non per necessità ma per ingordigia e per un appetito smisurato. […] Le condizioni originarie degli uomini primitivi, che pativano miseria, fame, carestie, danno ragione del loro comportamento para fusin ; ma le condizioni di vita dei contemporanei sono cambiate: la terra è ricca, generosa e produce ogni sorta di beni.

[…]L’uomo, in quanto fornito di capacità razionali, possiede – a differenza di tutti gli altri esseri viventi – la facoltà di accordare o negare l’assenso alla orme (òrme), all’impulso, e di conseguenza la capacità di operare scelte. Le sue azioni sono dunque libere, non dominate dalla necessità, mentre gli animali devono coattivamente dare l’assenso all’impulso e non sono liberi di agire. L’uomo è l’unico, tra gli esseri viventi, in grado di operare scelte condizionate ma non determinate. […] L’animale è incapace di operare la connessione logica: ‘agli animali è data solo la conoscenza della semplice esistenza delle cose, all’uomo invece sono stati dati, da natura, la facoltà teoretica del nesso logico e il giudizio’. E’ il possesso del logos che distingue l’uomo dall’animale e dal bambino, e lo apparenta a dio.

[…]Ogni animale si limita a nutrirsi del cibo che gli è proprio senza sottrarne alle altre specie. L’uomo, invece, eccede in ogni direzione, mangia tutto ciò che è commestibile, insegue il piacere più che il nutrimento naturale, il desiderio smodato, il lusso, è ghiotto, avido, unico tra i viventi è onnivoro” (2) .

Molti critici che hanno preso in esame la tesi vegetariana di Plutarco tendono a dargli scaturigine dall’adesione dello scrittore, in gioventù, al Pitagorismo. Se così fosse, però, bisogna ricordare che le teorie di Pitagora furono influenzate, a loro volta, dall’orfismo, una setta misteriosofica che poneva alla base di tutto la metempsicosi, la trasmigrazione delle anime. Pertanto, a questo punto, il vegetarianesimo plutarcheo va considerato in questa nuova ottica: l’animale non va mangiato perché potrebbe contenere l’anima appartenuta ad un uomo. Non tutti, però, concordano con questa tesi, visto che Plutarco resterà della stessa opinione anche in età più matura, quando non sarò più influenzato dai Pitagorici.

Di carattere più prettamente religioso è, invece, il vegetarianesimo contenuto in molte interpretazioni della Bibbia. Ormai note, infatti, sono le teorie secondo cui nella Bibbia, ma anche in numerosi altri scritti antichi, come, ad esempio, il Vangelo Esseno della Pace, sono presenti riferimenti interessanti da leggere come avallo al vegetarianesimo.

Vanno presi in esame i versi della Genesi in cui si legge: “Poi Dio disse: Ecco, io vi dò ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme; saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io dò in cibo ogni erba verde. E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.” (Genesi 1, v.29-31).

Alla Creazione, dunque, pare che neppure gli animali si cibassero di carne. Ed il divieto di mangiar carne sarà molto più esplicito, sempre nella Genesi (9.4) alle parole: “Non mangerete la carne che ha in sé il suo sangue. Certamente del sangue vostro, ossia della vita vostra, io domanderò conto: ne domanderò conto ad ogni animale”.

Fu, dunque, dopo che il disastroso diluvio universale ebbe distrutto l’intera vegetazione che Dio diede al suo popolo il permesso di mangiar carne, ma tale permesso necessariamente doveva essere solo temporaneo. Infatti, più tardi, “per ristabilire l'alimentazione vegetariana –come si legge in un bel dossier dell’amico Giampiero Cara, direttore della rivista telematica Bliss… Oltre la New Age- quando gli israeliti lasciarono l'Egitto, Dio fece cadere su di loro la manna, un alimento vegetale adatto a nutrirli durante il loro duro viaggio. Ma poiché gli israeliti continuavano a chiedere con insistenza la carne, Dio gliela diede, insieme però ad una peste fatale che colpì tutti coloro che ne mangiarono.

Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, e quindi il Cristianesimo, l'insegnamento di Gesù Cristo è stato a tal punto censurato nelle numerose traduzioni e revisioni dei Vangeli che sono quasi sparite le tracce della sua compassione e del suo completo amore per tutte le creature viventi, che si esprimevano anche nel non mangiare carne di alcun tipo, in armonia con la tradizione degli Esseni.

Infatti, in un ‘Vangelo secondo Giovanni’ tramandato dagli Esseni e dalle Chiese cristiane d'Oriente ma rifiutato dalla Chiesa ufficiale, Cristo è un profeta che insegna l'assoluta non-violenza nei confronti degli animali e vieta esplicitamente ai suoi discepoli di mangiare carne: ‘Mangiate tutto ciò che si trova sulla tavola di Dio: i frutti degli alberi, i grani e le erbe dei campi, il latte degli animali ed il miele delle api. Ogni altro alimento è opera di Satana e conduce ai peccati, alle malattie ed alla morte’ .

I primi cristiani, infatti, erano rigorosamente vegetariani. E lo erano anche i vari Padri della Chiesa, come San Giovanni Crisostomo, San Girolamo, Tertulliano, San Benedetto, Clemente, Eusebio, Plinio e molti altri. Ma quando il Cristianesimo volle diventare la religione di Stato dell'Impero Romano, durante il concilio di Nicea vennero radicalmente alterati i documenti cristiani originali, per renderli accettabili all'imperatore Costantino, che alla carne non voleva rinunciare.

Così, per convertirlo, i ‘correttori’ nominati dalle autorità ecclesiastiche eliminarono dai vangeli qualsiasi riferimento al non mangiare carne: tradussero con il termine carne, per ben diciannove volte, il termine greco originale cibo e scelsero la versione dei pani e dei pesci a quella, contemporanea a Cristo, del miracolo della moltiplicazione dei pani e della frutta (va detto, comunque, che neanche i pesci della seconda versione dovevano essere veri e propri pesci, bensì frittelle di alghe molto comuni tra il popolo ebraico all'epoca).

Pertanto, le persecuzioni dei cristiani proseguirono anche sotto Costantino, ma a subirle furono solo quelli che si ostinavano a non mangiare carne.

In seguito, i santi cristiani sono stati in gran parte vegetariani. Basti pensare al più famoso di tutti, San Francesco, il quale, nel suo amore per tutte le creature viventi, si nutriva esclusivamente di pane, formaggio, verdure e acqua di fonte.” (Annalisa e Giampiero cara, Vegetarianesimo, una scelta spirituale) .

E’ evidente come molti cristiani siano stati tratti in inganno da errate interpretazioni di numerosi passi del Nuovo Testamento in cui sostengono di leggere che Gesù era solito cibarsi di carne. Tuttavia è stato dimostrato come quelle parole da molti tradotte con “carne”, ossia “trophe” e “brome”, non significano altro che “cibo” o “atto del mangiare”.

Così, uno degli episodi della vita di Cristo portato come esempio della sua presunta abitudine di mangiar carne, è quello, raccontato nel Vangelo di Luca (8.55), in cui, operato un miracolo su di una donna fatta resuscitare, si legge che Gesù ordinasse “di darle della carne”.

Ma la parola “phago”, tradotta con “carne”, non significa altro che “cibo”.

Gesù ordinò loro di darle del cibo, molto semplicemente. La parola greca “carne” è “kreas”, e come molti studiosi hanno sottolineato, non sarà mai usata quando si parlerà di Cristo.

Nel suo Il vegetarianesimo e le religioni del mondo, il professor Steven Rosen scrive: “La filosofia dei Veda riconosce appieno agli animali la capacità di raggiungere stati di spiritualità elevata. Si tratta di una tradizione religiosa che non promuove soltanto il vegetarianesimo, ma anche l'uguaglianza spirituale di tutti gli esseri viventi. Il vegetarianesimo non è altro che la conferma di questa consapevolezza: tutti gli esseri viventi sono spiritualmente uguali”.

Luigi Lorenzetti, sul n. 50 di Famiglia Cristiana del 1996, scrive: “Il fenomeno del vegetarianesimo non è nuovo: diversi gruppi umani sono stati vegetariani di fatto, senza che si ponessero particolari motivazioni. Non è nuovo nemmeno il vegetarianesimo per motivazioni ideali o umanitarie. Nell'antichità grandi filosofi teorizzavano l'astensione dalla carne per la semplice ragione che l'animale doveva essere lasciato vivere. E' nuovo invece il movimento vegetariano e la proposta di riformare, su motivazioni umanitarie ed etiche, l'alimentazione umana così da escludere l'uso della carne. Si sostiene che la razza umana, attraverso un graduale progresso, smetterà di mangiare gli animali. Si prevede che i passi da compiere siano tanti e di difficile realizzazione. Anzitutto si tratta di mostrare come l'alimentazione vegetariana abbia dalla sua parte concreti dati scientifici che provano la possibilità e l'utilità per l'uomo di una simile dieta. Il movimento vegetariano si prefigge di ottenere una prima sensibilizzazione attraverso la denuncia del modo crudele di uccidere gli animali per scopi alimentari. Si osserva che i mali legati alla macellazione non diminuiscono ma aumentano paradossalmente con il progredire della civiltà.

Tra le cause di questo imbarbarimento, sono le condizioni più complesse della vita urbana e i percorsi sempre più lunghi a cui vengono sottoposti gli animali dal pascolo al macello. Ovviamente non si tratta di uccidere gli animali in modo umano. L'obiettivo finale mira a non uccidere affatto: ‘Se smettete di comprare… smetteranno di uccidere’. In questa direzione, si denuncia con forza l'innaturalità dell'allevamento degli animali per scopi alimentari. La vita degli animali condannati al macello — si riconosce — è qualitativamente inferiore a come sarebbe se gli animali avessero un altro destino. Il fatto stesso che un animale sia destinato a essere allevato per essere macellato lo toglie dalla categoria degli esseri viventi e lo pone tra gli oggetti utili all'uomo”.

Ma, mettiamo da parte per un istante la questione della compassione verso gli animali, perché, sebbene “cum-patere”, “soffrire con”, vuol dire possedere una sensibilità, secondo me, minima, forse non è sempre così semplice, perché per cultura si è portati a credere che gli animali siano esseri inferiori e che “servano” all’uomo, e prendiamo in esame ciò che spesso non convince chi vegetariano non è, e sostiene che non è “salutare”, perché, si afferma, “le proteine sono necessarie”.

“Molto spesso la parola ‘vegetarianesimo’ provoca l'immediata e prevedibile domanda: ‘E le proteine?’ A questa domanda il vegetariano potrebbe facilmente rispondere con un'altra domanda: ‘E l'elefante? E il toro, il rinoceronte?’ La convinzione che la carne abbia il monopolio delle proteine, e che occorreranno molte proteine per essere sani e forti, non è altro che un luogo comune. Infatti nella digestione la maggior parte delle proteine si trasforma riconvertendosi in amino-acidi, utilizzati dal corpo per la crescita e il rinnovo dei tessuti. Di questi ventidue amminoacidi, tutti, tranne otto, possono essere sintetizzati dal corpo stesso, e gli altri otto amminoacidi ‘essenziali’ esistono in abbondanza in alimenti senza carne. I prodotti del latte, il grano, i fagioli e le noci sono tutti concentrati di proteine; trenta grammi di formaggio, di arachidi o di lenticchie, ad esempio, contengono più proteine di un hamburger o della bistecca di maiale che trovate al self-service. Uno studio condotto dal Dr. Fred Stare di Harvard e dal Dr. Mervyn Hardinge della Loma Linda University ha messo in luce il rapporto tra le proteine ingerite dai vegetariani e quelle assunte dai carnivori. I due scienziati hanno concluso che: ‘Entrambi i gruppi hanno superato di due volte la quantità essenziale di amminoacidi e, in particolare, molti di loro hanno superato questo margine in modo ancora più notevole.

Nella dieta di molti Occidentali, le proteine superano di molto la percentuale del 20% raggiungendo quasi il doppio della quantità suggerita dall'Organizzazione Mondiale per la Sanità. Ora, se è vero che la mancanza di proteine è causa di debolezza, è anche vero che le proteine in eccesso non vengono utilizzate dal corpo, ma si trasformano in scorie azotate che affaticano i reni.

Fonte primaria di energia per il corpo sono i carboidrati, mentre le proteine vengono utilizzate solo come ultima risorsa e, in realtà, eccessive dosi di proteine diminuiscono, anziché aumentare le energie. In una serie di prove comparative condotte dal Dr. Irving Fisher di Yale, i vegetariani risultano di gran lunga migliori negli stessi test fisici proposti ai carnivori. Riducendo il consumo di proteine dei non-vegetariani del 20%, il Dr. Fisher notò un aumento della loro efficienza del 33%. Altri studi ancora hanno confermato che un'appropriata dieta vegetariana procura un nutrimento più energetico della carne. Inoltre il Dr. J. Iotekyo e il Dr. Kipani, all'Università di Bruxelles, hanno dimostrato che i vegetariani riuscivano a superare alcune prove di potenza fisica, protraendole per un tempo due o tre volte più lungo dei carnivori, prima di stancarsi, e si riprendevano dalla fatica in un quinto del tempo necessario agli altri” (3).

Il tennista Peter Burwash ha descritto le sue reazioni in occasione di una visita a un mattatoio in un suo libro: “Non sono una tenera mammoletta: ho giocato a hockey fino a ingoiare un buon numero dei miei denti e sono estremamente aggressivo sui campi di tennis… ma quell'esperienza al mattatoio riuscì davvero a sconvolgermi. Quando venni fuori da quel posto sapevo che non avrei mai più potuto fare un torto ad alcun animale! Conoscevo le motivazioni fisiologiche, economiche ed ecologiche dei vegetariani, ma fu la prova diretta della crudeltà dell'uomo verso gli animali a porre la base della mia adesione al vegetarianesimo”.

“Fin dall'antichità grandi uomini sono stati spinti ad adottare una dieta vegetariana da considerazioni di carattere morale. Pitagora, famoso matematico e filosofo, che molto ha influenzato, come dicevo all’inizio, il pensiero giovanile di Plutarco, ebbe a dire: ‘Amici miei, evitate di corrompere il vostro corpo con cibi impuri; ci sono campi di frumento, mele così abbondanti da piegare i rami degli alberi, uva che riempie le vigne, erbe gustose e verdure da cuocere; ci sono il latte e il miele odoroso di timo; la terra offre una grande quantità di ricchezze, di alimenti puri, che non provocano spargimento di sangue né morte. Solo gli animali soddisfano la loro fame con la carne, e neppure tutti: infatti cavalli, bovini e ovini si nutrono di erba’.

Il biografo Diogene scrive che Pitagora era solito mangiare pane e miele al mattino e verdura cruda la sera, e che pagava i pescatori perché buttassero in mare i pesci appena presi” (4).

Nella prefazione del già citato testo Il vegetarianesimo e le religioni del mondo, Un'alimentazione in perfetta armonia con la vita e l'universo, di Steven J. Rosen, Isaac Bashevis Singer, Premio Nobel per la letteratura, autore di Liberazione Animale, scrive: “Continuerei ad essere vegetariano anche se il mondo intero cominciasse a mangiare carne. Essere vegetariani significa dissentire, dissentire contro il corso degli eventi attuali. Energia nucleare, carestie, crudeltà, dobbiamo prendere posizione contro queste cose. Il vegetarianesimo è la mia presa di posizione. E penso che sia una presa di posizione consistente.

[…]Mi auguro che tutti coloro che mangiano animali e intanto pensano di vivere una vita religiosa, leggano questo libro e siano costretti a riconoscere che lo sfruttamento degli animali è incompatibile con qualsiasi religione predichi la compassione” (5) .

In conclusione, resta da analizzare un solo punto, quello legato alla non-violenza ed alla pace nel mondo, sebbene da quanto detto in precedenza sia stato già evidenziato.

Gandhi, che molta fiducia riponeva nel futuro e nell’intelligenza degli uomini, affermò: “Sento che il nostro progresso spirituale ci porterà inevitabilmente a smettere di uccidere gli animali, per soddisfare esigenze materiali.”

Molti, nonostante si conosca la figura di Gandhi, hanno in sé un pregiudizio della non-violenza: intendono per non-violenza una resistenza passiva, una forma di rassegnazione che a nulla porta. Gandhi, invece, distingueva tre tipi di non violenza: la nonviolenza del forte, quella del debole e quella del codardo.

La non-violenza del forte è quella di colui che, con coraggio da vendere, risponde alla violenza delle armi, con una forza “e-ducata” da sé, dove per “educare” si deve intendere il termine latino che vuol dire “trarre fuori” da sé stessi: proprio questa è la sua arma più potente.

La non-violenza del debole è quella di colui che, per calcolo, decide che è meglio non porre resistenza ai soprusi, perché non “conviene”, perché “è meglio così”.

C’è, infine, la non-violenza del codardo, quella, cioè, di colui che decide di non “aver coraggio” sufficiente ad opporre resistenza, dove per resistenza si intende, ovviamente, una resistenza morale, che ha una sua utilità.

Nel vegetarianesimo questo concetto di non-violenza va esteso anche agli animali. In questo caso si tratta di una filosofia della non-violenza più completa che possa esistere, una non-violenza integrale che abbraccia tanto il regno umano quanto quello animale, da cui, non dimentichiamolo, discendiamo. Se non vogliamo credere alla metempsicosi, per cui quell’animale che barbaramente portiamo in tavola potrebbe esser stato un nostro amico, in una passata vita, gli dovremmo del rispetto come ad un nostro antenato, da cui discendiamo, grazie ad un’evoluzione che tanto ci ha donato. Invece si continua a considerare gli animali come degli esseri inferiori, a cui nessun rispetto è dovuto.

Rispetto, dunque, per il non-umano.

“Gandhi era aiutato in questo da una sua filosofia, da una sua religione che è l'induismo. Gandhi in particolare era giainista, quindi apparteneva ad un tipo di religiosità estremamente esigente. Voi sapete che i giainisti sono scrupolosissimi, addirittura usano mettersi una garza davanti alla bocca proprio per evitare di ingoiare involontariamente anche un piccolo insetto, quindi c'e' una osservanza scrupolosa del precetto di non usare violenza contro anche il più piccolo degli esseri viventi.

Però la cosa singolare è che l'induismo, e questo è un pò il paradosso della storia di Gandhi, non è direttamente alle origini della sua scelta vegetariana, egli è certo un vegetariano per tradizione, però come confessa nella sua autobiografia, da ragazzo è fortemente tentato dall'alimentazione carnea, e racconta che proprio con un suo amico aveva compiuto delle trasgressioni a questo precetto rigido della sua fede giainista nella persuasione che l'alimentazione carnea fosse importante per diventare più forti, per diventare più vigorosi.

Gandhi aveva l'esempio dell'Inghilterra ed era convinto che il potere e la forza degli inglesi risiedesse anche nel tipo di alimentazione che loro usavano. Quando va in Inghilterra vedremo un Gandhi particolarissimo, non il Gandhi che siamo abituati a vedere, tipo fachiro con una tunica bianca, ma un Gandhi in bombetta, tipo gentleman della city, estremamente convinto del suo ruolo. Studia per diventare avvocato, è un Gandhi anglicizzato, però la cosa singolare è che questo Gandhi anglicizzato comincia a frequentare a Londra quasi senza volerlo una serie di circoli, che sono circoli di teosofi, di vegetariani, di innamorati della cultura indiana. E' attraverso di loro, che ricomincia ad essere vegetariano, questa volta per convinzione.

Questo è molto bello perché ci spiega questa circolarità che vi è in tutta la storia di Gandhi, tra oriente ed occidente. Quindi è vero che Gandhi è un induista e quindi è facile per lui avere questi sentimenti di fraternità nei confronti di tutte le creature, però è anche vero che stava per essere convertito dall'occidente e allora sono proprio i suoi amici inglesi filoindiani che lo stimolano, uno di questi, lo voglio ricordare, si chiama Henry Salt. Henry Salt, filosofo e fondatore della lega umanitaria, l'ispiratore di Gandhi, è anche quello che scrive la prima dichiarazione dei diritti degli animali, nel 1892.

Quindi vegetarianesimo, animalismo, cominciano a saldarsi per cui anche l'etica e la politica cominciano a convergere sempre più fortemente. Ora vegetariano per convinzione, va bene, ma quali sono gli elementi forti del credo vegetariano di Gandhi? Io credo che noi possiamo almeno individuare tre forti elementi, che caratterizzano la sua concezione etica: un elemento morale etico in senso proprio, un elemento antropologico, e un elemento politico.

L'elemento etico è rappresentato da quella che potremmo chiamare una morale cosmica, una morale che si estende fino ai confini del senziente. Gandhi ritiene che i nostri doveri morali non riguardino soltanto il nostro prossimo umano, ma riguardino tutti gli essere capaci di soffrire, tutti gli esseri che condividono con noi la Terra” (6).

Qui non si parla di un concetto di amore estraneo alle altre religioni, ma dello “stesso amore che poi viene predicato nel cristianesimo, l'amore di cui parla Paolo, per tutti gli esseri indistintamente, indipendentemente dalla specie a cui appartengono, quindi se io ho questa attitudine non posso che essere vegetariano, sarebbe inconcepibile il cibarmi del mio fratello.

L'elemento antropologico. Gandhi ritiene che ci sia una sostanziale parentela fra l'uomo e l'animale, quindi ci sia una continuità tra il mondo umano e il mondo animale e quindi questo rafforza la sua visione che noi apparteniamo alla specie animale e non possiamo quindi isolarci orgogliosamente, in senso antropocentrico rispetto alle altre creature. Ma egli va anche oltre a questa visione. Ritiene che la visione caratterizzante la sua etica non è certo una visione antropocentrica, ma una visione teocentrica, cioè è Dio il centro di tutto l'universo. Gandhi è un pensatore profondamente religioso e quindi ritiene che è a Dio che si deve riconoscere la suprema obbedienza, l'uomo non può essere che il ministro di Dio, e quindi non può arrogarsi un potere, non può assumere un atteggiamento dispotico nei confronti delle altre creature, l'uomo deve custodire saggiamente le altre creature, perché tutte le creature sono nate da Dio.

Infine l'elemento politico è rappresentato da una visione della società del futuro come la chiama Gandhi, in cui sarà abolito lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e anche lo sfruttamento dell'uomo sull'animale. E' la visione di una società integralmente nonviolenta, è una sorta di palingenesi, in cui vi sarà l'uomo nuovo che recupera pienamente la sua dignità e non teme di comprometterla in questo riconoscimento di fraternità con tutti gli esseri che condividono con lui il pianeta“(7) .

In Aspetti dell’educazione alla nonviolenza Aldo Capitini scrive: “La vita morale ispirata dal vegetarianesimo non è soltanto di omaggio al vivente, ma è anche di inquietudine e perciò più aperta; noi vorremmo estendere il principio del rispetto della vita, e perciò, rifiutato il carnivorismo, cerchiamo ancora se non sia possibile risparmiare la vita delle piante e facciamo dei buoni progressi, ma non siamo pienamente soddisfatti.

Ebbene anche questa inquietudine è un bene per la vita morale perché la mantiene aperta, perché le impedisce di credere di aver fatto tutto, e di essere perfetta. E' morale non la perfezione di essere perfetti, ma lo sforzo e la speranza di migliorare.

Il valore educativo della scelta di una certa alimentazione per motivi che, non in disaccordo con le necessità vitali, si riportano ad una concezione della vita e ad un ideale pratico, mi porta a dire qualche cosa di un tutt'altro aspetto dell'educazione dei fanciulli, ma egualmente fondamentale, che è quello dello studio della storia, del modo del contatto con il passato.

Come il mutamento del tipo di alimentazione viene a contrastare al pregiudizio che nel passato si è fatto diversamente, così nello studio della storia a cui vengono aiutati i fanciulli, si potrebbe incontrare la smentita al progetto di educazione alla nonviolenza per il fatto che la storia è piena di violenza.

Veramente in questi ultimi decenni, ed anche in Italia nell'ultimo quindicennio, si è fatto molto per opera di studiosi e anche di istituzioni come l'Unesco, per impostare diversamente lo studio della storia, più come ricerca dello svolgimento dell'umanità nelle opere della vita morale, culturale, scientifica, tecnica, industriale, che come frequente ricorso alla violenza” (8) .

Ora, dove risiede la possibilità di una “pace”, di una serena convivenza tra tutti gli esseri che abitano questo Pianeta?

Il filosofo francese Rousseau osservò che generalmente gli animali carnivori sono più crudeli e violenti di quelli erbivori, per cui una dieta vegetariana ha la capacità di rendere anche gli uomini meno violenti, e dalla non-violenza può avere scaturigine la convivenza, la “Comunanza” che stiamo trattando in questo convegno, non solo in ambito religioso e spirituale, ma tra razze diverse, e questo va esteso alla razza umana e a quella animale, tutti uguali davanti a Dio, a Buddha o a Krishna.

Leone Tolstoj nel 1885 divenne vegetariano, abbandonando la pratica della caccia e facendosi promotore del pacifismo vegetariano che condanna l’uccisione degli animali, comprendendo che il naturale progredire della violenza porta inevitabilmente la guerra nella società.

Iniziamo con l’abolire in tutto il mondo la pena di morte, tanto per gli uomini quanto per gli animali: solo così si potrà rispettare la legge universale del karma e la Pace potrà attuarsi.

* Note:
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* (1)Plutarco, Il cibarsi di carne, a cura di Lionello Inglese e Giuseppina Santese, M. D'Auria Editore, Napoli
* (2)Idem
* (3)The Bhaktivedanta Book Trust, traduzione italiana Un gusto superiore, testo basato sugli insegnamenti di Sua Divina Grazia A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, 1994
* (4)Idem
* (5)Steven J. Rosen, Il vegetarianesimo e le religioni del mondo, Gruppo Futura
* (6)Atti della conferenza tenuta da Luisella Battaglia su “Essere vegetariani: una scelta possibile”.
* (7)Idem
* (8) Aldo Capitini, Aspetti dell’educazione alla nonviolenza, Pacini Mariotti, Pisa, 1959
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Relazione tenuta al “Convegno Nazionale della Comunanza di Ideali tra le Religioni ed i Movimenti Spirituali e New Age”, Bologna, 16-17-18 dicembre 2000