Rispondi a: Sri Aurobindo-Mère e la nuova Coscienza

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Una lettera di Sri Aurobindo asuo fratello Barin
7 aprile 1920

Mio caro Barin, ho ricevuto la tua lettera, ma fino ad oggi non sono riuscito a risponderti. Anzi è un miracolo che adesso possa star seduto qui a scriverti: per me è un vero e proprio avvenimento scrivere una lettera; in bengali, poi, è una cosa che non mi capitava da cinque o sei anni. Se questa lettera riesco a finirla e a impostarla, il miracolo sarà completo! Parliamo prima di tutto del tuo yoga. Vorresti incaricarne me, e io non chiedo di meglio; ma questo vuol dire incaricarne Colui che muove entrambi, te e me, apertamente o nascostamente, per mezzo della sua divina Shakti [Energia]. Devi perciò sapere che come inevitabile conseguenza dovrai incamminarti per quella particolare strada che Egli mi ha ordinato di seguire e che io chiamo la via dello `Yoga integrale´.
Il punto da cui sono partito – quello che mi è stato trasmesso da Lelè [Lelè era il guru tantrico che Sri Aurobindo aveva incontrato nel 1908 e che gli aveva fatto avere la realizzazione del silenzio mentale e del Nirvana.]- era solo una ricerca della Strada, un giro d´orizzonte: una prima presa di contatto, un punto di partenza: prendere in mano o esaminare con rigore questo o quell´aspetto dei vecchi yoga parziali, sperimentandone a fondo(diciamo così) uno per poi passare a un altro. In seguito, una volta arrivato a Pondichéry, questa condizione instabile è finita. Il Guru del mondo, che è dentro di noi, mi ha dato allora tutte le istruzioni necessarie al mio cammino:la teoria completa, le dieci membra del corpo di questo Yoga. Durante gli ultimi dieci anni me ne ha fatto dissodare il terreno attraverso l'esperienza, che non è ancora terminata. Ci vorranno forse ancora un paio d´anni, per cui dubito di poter tornare in Bengala prima che sia finita. Pondichéry è il luogo che mi è stato indicato per la siddhi [realizzazione] del mio yoga, eccetto però per quanto riguarda una parte di questo yoga: quella dell´azione. Il centro del mio lavoro resta il Bengala; ma, spero, il suo raggio d´azione siestenderà a tutta l´India e alla terra intera.
Ti scriverò in seguito in che consiste il cammino di questo yoga. Oppure, se verrai qui, te lo spiegherò a voce.
In questo campo è meglio parlare che scrivere. Per il momento posso dire una cosa sola: il suo principio basilare è di armonizzare e di unificare la completa conoscenza con l´azione completa e con la completa bhakti[adorazione], innalzandole al di sopra della mente e infondendovi una completa perfezione sul piano sopramentale o Vijnana [Gnosi].
Il difetto dei vecchi yoga consisteva nel fatto che, proprio perché possedevano la conoscenza della mente e dello Spirito, l´esperienza dello Spirito si accontentavano di farla nella mente. Ma la mente riesce ad afferrare solo ciò che è diviso e parziale: non può assolutamente cogliere l´infinito e l´indivisibile.
I mezzi di cui dispone per raggiungere l´infinito sono il Sannyasa [Rinuncia], il Moksha [Liberazione]e il Nirvana – altri non ne possiede. E in effetti chiunque può raggiungere il Moksha senza-forma; ma a che pro´? Il Brahman, il Sé, Dio, comunque esistono sempre. Quello che Dio vuole dall´uomo è potersi incarnare quaggiù nell´individuo e nella collettività: realizzare Dio nella vita.
Le antiche strade yoghiche non sono riuscite ad armonizzare o unificare lo Spirito con la vita: al contrario,hanno rinnegato il mondo, considerandolo Maya [Illusione] o un effimero Gioco.
Il risultato è stato la perdita del potere di vita e la degenerazionedell´india. Come dice la Gita: «Se non mi dedico alle opere, queste genti periranno». E le genti dell´India sono andate davvero in rovina. Alcuni sannyasin bairaga [asceti] sono diventati santi perfetti e liberati, alcuni bhakta [adoratori di Dio] si sono messi a danzare nell´estasi folle dell´amore e nella dolce emozione dell´Ananda [suprema Gioia]; e poi un popolo intero è diventato amorfo, svuotato d´intelligenza, è precipitato nel tamas [inerzia] – è questo il risultato di una vera spiritualità? Certo che no, anche se dobbiamo innanzitutto arrivare ad avere tutte le possibili esperienze parziali sul piano mentale, lasciando che la mente venga inondata e illuminata dalla luce spirituale; dopo di che, però, bisogna andare oltre. Se non andiamo oltre, se cioè non ci innalziamo fino al piano sopramentale, non potremo mai conoscere il segreto ultimo del mondo, e il problema che esso pone resterà irrisolto. Sul piano sopramentale l´ignoranza generatrice della dualità Spirito-Materia e della contrapposizione fra verità dello Spirito e verità della vita scompare. Lì non è più possibile parlare del mondo come Maya [illusione]. Il mondo è il Gioco eterno di Dio, la manifestazione eterna del Sé. Allora diventa possibile conoscere Dio interamente, e possederLo interamente. «ConoscerMi integralmente», come si esprime la Gita. Corpo fisico, vita, mente e comprensione, Sopramentale, Ananda: sono questi i cinque piani dello Spirito. Più l´uomo s´innalza lungo questa via ascendente, più si avvicina a quello stato di perfezione suprema che si spalanca davanti alla sua evoluzione spirituale.
Una volta raggiunto il Sopramentale, è facile innalzarsi fino all´Ananda. Allora si acquisisce la solida base di uno stato di Ananda indivisibile e infinito non solo nel Parabrahman [Assoluto] fuori del tempo, ma anche nel corpo, nella vita, nel mondo.
L´essere integrale, la coscienza integrale, la Gioia integrale sboccia no e prendono forma nella vita. E questa la chiave di volta del mio yoga, il suo principio fondamentale. Non è un cambiamento facile da realizzare. Dopo quindici anni mi trovo ancora soltanto al più basso dei tre gradini del Sopra- mentale, cercando di portare a quel livello tutte le attività inferiori. Ma quando questa siddhi [realizzazione] sarà completa sono assolutamente certo che attraverso di me Dio farà avere ad altri la siddhi sopramentale con uno sforzo meno grande. A punto comincerà il mio vero lavoro. Non sono impaziente di avere successo nel mio lavoro. Quello che deve succedere succederà al momento voluto da Dio. Non sono portato a muovermi con furia disordinata, né a precipitarmi nel campo dell´azione lasciandomi spingere dagli impulsi di un piccolo ego. Anche se non dovessi avere nessun successo nel lavoro, non ne sarò turbato. Perché questo lavoro non è mio, è di Dio. Non ascolterò nessun altro richiamo:quando Dio vorrà far muovere, allora mi muoverò. So benissimo che in realtà il Bengala non è pronto. Il flusso spirituale che l´ha inondato è in gran parte una forma nuova della vecchia corrente, non è la vera trasformazione. Comunque anche questo era necessario, Il Bengala ha ritrovato gli antichi yoga ed esaurito i suoi samskara [vecchie tendenze], tirandone fuori l´essenza e fertilizzando così il terreno. Prima è stata la volta del Vedanta: Advaita,Sannyasa, Maya di Shankara, eccetera. Adesso è la volta del dharma vishnuita:Lila, amore, ebbrezza dell´esperienza emotiva. Tutte cose vecchissime, inadatte all´epoca nuova, che non dureranno: un´eccitazione del genere non può durare.Ma il merito del bhava [slancio] vishnuita è di mantenere un certo legame tra Dio e il mondo e di dare un senso alla vita; poiché però si tratta di un bhava parziale, gli manca il nesso completo, il senso completo. La tendenza al formarsi di tante sette, che tu hai notato, era inevitabile. E tipico della natura della mente cogliere una certa parte prendendola per il tutto ed eliminando tutto il resto. Il Siddha [illuminato] che ha dentro di sé il bhakta [slancio] vishnuita, pur basandosi su un aspetto parziale conserva tuttavia una certa conoscenza dell´integralità, anche se non è in grado di darle forma. Ma i suoi discepoli non sono in grado di raggiungere integralmente neanche questa conoscenza, proprio perché priva di forma: stanno lì a intrecciare le loro coroncine – lasciamoli fare. Le ghirlande si disferanno da sole quando Dio si manifesterà pienamente. Tutte queste cose indicano una mancanza di integralità e di maturità; ma non mi turbano. Lasciamola forza spirituale agire liberamente nel paese, sotto qualsiasi forma e intutte le sette immaginabili. Più tardi, vedremo. Si tratta dello stadio infantile, embrionale, di un´epoca nuova. E solo un primo assaggio, anzi neanche un inizio. La particolarità di questo yoga sta nel fatto che finché uno non ha raggiunto la siddhi [realizzazione] in alto, le fondamenta non potranno mai dirsi perfette. In quelli che mi hanno seguito sono rimaste molte vecchie samskara [tendenze spirituali]: alcune sono scomparse, ma altre persistono. C´era la samskara della Sannyasa [rinuncia], e perfino la tendenza a creare un Aravinda Math [monastero di Sri Aurobindo]. Adesso l´intelletto ha sì riconosciuto che quello che ci vuole non è la rinuncia, ma l´impronta non ne è ancora stata cancellata dal prana [energia divita]. C´era poi chi parlava di restare nel mondo e di dedicarsi all´azione pur praticando la rinuncia. La necessità di rinunciare al desiderio è stata sì compresa, ma la mente non è riuscita ad armonizzare in modo corretto la rinuncia al desiderio con la gioia dell´Ananda. Il mio yoga è stato accettato perché si attagliava benissimo al temperamento bengali, non tanto per quanto concerne la conoscenza quanto per l´aspetto karma [azione] e bhakti[devozione]. Un po´ di conoscenza è stata recepita, sì, ma la maggior parte è sfuggita: non si sono dissolte le nebbie sentimentali, né si è spezzata la routine del bhava sattvico [fervore religioso]. E l´ego resiste tuttora. In altre parole: la conoscenza non è fiorita. Io non ho fretta: lascio che ciascuno si sviluppi secondo la propria natura, la mia intenzione non è di uniformare tutti secondo un unico stampo. Il fondamento, ovviamente, sarà identico per tutti, ma si esprimerà in forme molteplici. Ogni essere si forma e si sviluppa dall´interno, io non voglio mettermi a costruire nulla dall´esterno. La base rimane questa, il resto verrà da sé. Lo scopo che mi prefiggo non è una società basata, come la nostra attuale, sulla divisione. Quello che ho in mente è un Sangha [comunità] basato sullo spirito, a immagine dell´unità spirituale. E da quest´idea che mi è venuto il nome di Deva Sangha, cioè comunità di coloro che vogliono la vita divina. Un Sangha di questo genere deve cominciare a sorgere in un punto, per poi espandersi in tutto il paese. Ma basta che sull´impresa cada la minima ombra di egoismo perché il Sangha si tramuti in una setta. Può infiltrarsi con la massima naturalezza l´idea che questa o quella organizzazione rappresenti l´unico vero Sangha, l´unico centro futuro, mentre tutto il resto deve restare nello sfondo e tutti quelli che vivono al di fuori dei suoi confini non appartengono all´ovile; o, anche se vi appartengono, per il solo fatto di pensarla diversamente vuol dire che si sono allontanati dalla retta via. Mi dirai: «Ma che bisogno c´è di un Sangha? L´importante è essere liberi e vivere in tutte le forme – che ognuno diventi l´Uno senza-forma, e poi in quest´immensità senza forma sarà quel che deve essere!». C´è del vero in questo, ma è solo un aspetto della verità.Perché noi non abbiamo a che fare solo con lo Spirito privo di forma: dobbiamo anche governare il moto della vita. E senza una forma non ci può essere nessun reale movimento. Se il Senza-Forma ha preso forma, se ha assunto un nome e una forma, non è stato certo per un capriccio di Maya [l´Illusione].
Se esiste una forma è perché una forma è indispensabile. Noi non vogliamo escludere dal nostro campo d´azione nessuna attività del mondo. Politica, industria, società, poesia, letteratura, arte: tutte queste attività continueranno ad esistere; ma dobbiamo dare a ciascuna un´anima nuova e una nuova forma. Perché ho abbandonato la politica? Perché la nostra politica non appartiene autenticamente all `India,ma è importata dall´Europa, è un´imitazione dell´Europa. In un certo momento è stata necessaria. Anche noi abbiamo fatto una politica di tipo europeo, e se non l´avessimo fatta il paese non si sarebbe risollevato e noi non avremmo acquisito l´esperienza indispensabile per il nostro completo sviluppo. Questa politica è ancora necessaria non tanto in Bengala quanto negli altri stati dell´India. Però è ormai tempo di impedire all´ombra di allargarsi impadronendosi della realtà, Noi dobbiamo trovare l´anima vera dell´India e modellare a sua immagine tutte le nostre opere. Molti adesso parlano di`spiritualizzare la politica´; ma, anche ad ammettere che se ne può cavare qualcosa di duraturo, il risultato sarà una specie di bolscevismo all´indiana. Io non ho niente da obiettare neanche a una cosa del genere – ciascuno agisca secondo la sua aspirazione. Però la cosa vera non è questa. A riversare la forza spirituale in tutti questi recipienti impuri – le acque dell´Oceanoprimigenio in vasi di povera argilla – i vasi finiranno per spaccarsi, e tutta quell´acqua si disperderà; o il suo potere spirituale evaporerà lasciando sedimenti di forme impure. Così del resto succede in tutti i campi. Ammettendo che io possa dare il potere spirituale, questo potere verrà usato per scolpire le sembianze di una scimmia e metterla sul trono nel tempio di Shiva. Se la scimmia avrà vita e forza potrà fare magari la parte del devoto Hanuman e compiere grandi opere per Ramai [ Rama è l´avatar divino che aveva ucciso ildemone Ravana con la collaborazione di Hanuman e di altre scimmie.] per tutto il tempo che avrà vita e potere. Quello però che noi vogliamo mettere nel tempio dell´India non è Hanuman la scimmia, ma il dio, l´avatar, Rama in persona. Possiamo mescolarci agli altri,ma per attirarli tutti sulla vera strada e mantenere intatti lo spirito e la forma del nostro ideale: altrimenti perderemo la rotta e il vero lavoro non verrà compiuto. Se resteremo individui separati qua e là,qualcosa si compirà lo stesso, certo; se invece saremo dovunque come i membri di un medesimo Sangha potremo fare cento volte di più. Ma per questo non è ancora venuto il momento. Se cercheremo di dar forma troppo prematuramente alla nostra comunità correremo il rischio di non realizzare esattamente quello che vogliamo. All´inizio il Sangha non avrà una forma accentrata: coloro che ne condividono l´ideale saranno uniti, lavorando però in luoghi diversi. Più tardi potranno formare una specie di comunità spirituale e costituire un Sangha unitario. Allora daranno a tutte le loro opere una forma corrispondente alle esigenze dello Spirito e ai bisogni dell´epoca: non un achalayatana [ cioè una sorta di campo di concentramento, un luogo in cui tutto è regolamentato fin nei minimi particolari], niente di fisso e rigido, ma una forma libera che si espanderà come un mare in onde innumerevoli, qui circondando una cosa e li inondandone un´altra – e alla fine tutto inglobando in sé. Se ci comporteremo così, finirà per sorgere progressivamente una comunità spirituale. Questa è la mia idea attuale, che però non si è ancora sviluppata completamente. Tutto è nelle mani di Dio: qualunque cosa Egli vorrà che facciamo, noi la faremo. Passiamo ora ad alcuni punti specifici della tua lettera. Non voglio adesso dilungarmi su quanto dici del tuo yoga. Avremo una migliore occasione per farlo quando ci incontreremo.Considerare il corpo una carcassa è il segno del Sannyasa, della via del Nirvana. Con questa idea non si può vivere la vita del mondo. Bisogna invece sentire la gioia in tutte le cose, nel corpo come nello Spirito, Il corpo ha una sua coscienza, è la forma di Dio. Quando vedremo Dio in tutto quello che esiste al mondo, quando avremo la visione che tutto è Brahman – SarvamidamBrahma -, che tutto è Vasudeva – Vasudevah sarvamiti -, allora avremo raggiunto la gioia universale. E il flusso di questa gioia si precipita e sì espande anche attraverso il corpo. In questo stato, colmo di coscienza spirituale,possiamo anche condurre una vita coniugale e vivere in mezzo al mondo. In tutte le opere troveremo l´espressione della gioia di Dio. Finora ho lavorato sul piano mentale per trasformare in gioia tutti gli oggetti percepiti dalla mente e dai sensi. Adesso stanno assumendo la forma della gioia sopramentale. E su questo piano che risiedono la visione e la percezione perfette del Saccidananda. Tu dici, a proposito del DevaSamgha: «Io non sono un dio, sono solo un modesto utensile ben forgiato e temprato». Nessuno è un Dio, ma in ogni uomo c´è un Dio, e scopo della vita divina è manifestarLo. È una cosa che possiamo fare tutti, anche se riconosco che esistono adhara [recipienti] grandi e piccoli. Però non mi sembra giusta la descrizione che fai di te. Una volta che un recipiente, di qualsiasi natura, è stato toccato da Dio, una volta che lo spirito si è svegliato, che sia grande o piccolo non fa molta differenza. Ci potranno essere più difficoltà, ci potrà volere più o meno tempo, ci potrà essere magari una diversa manifestazione, ma neanche questo è certo. Il Dio interiore non tiene in nessun conto questi ostacoli e carenze e si apre un passaggio nonostante tutto. Forse che io avevo poche imperfezioni? C´erano forse meno ostacoli nella mia mente, nel mio cuore,nella mia vita e nel mio corpo? Non mi ci è voluto del tempo? Dio mi ha forse martellato di meno? Giorno per giorno, minuto per minuto, sono stato forgiato in non so che cosa, in un dio o non so che. Ma sono diventato o sto diventando qualcosa. E tanto basta, dato che è quanto Dio ha voluto costruire. Lo stesso vale per chiunque altro. Il sadhaka [l´artefice] di questo yoga non è la nostra forza personale, ma la Shakti [Energia] di Dio. Ti dirò brevemente una o due cose che ho visto da un pezzo. A mio avviso, la causa principale della debolezza dell´India non è né il suo assoggettamento agli Inglesi né la sua povertà, e neppure una mancanza di spiritualità o di dharma [legge di condotta], bensì il declinare della forza di pensiero, il crescere dell´ignoranza in questa patria della Conoscenza. Dappertutto vedo incapacità o pigrizia di pensare, impotenza a pensare o fobia del pensiero. Quali che siano i meriti o demeriti del Medioevo, questo stato di cose è al momento attuale il sintomo di una tremenda degenerazione. Il Medioevo era il buio, l´epoca della vittoria dell´ignoranza,il mondo moderno è l´epoca della vittoria della conoscenza. Chi pensa di più,chi cerca di più, chi lavora di più, può sondare e apprendere la verità del mondo, conquistando così una maggiore Shakti. Se guardi all´Europa, vedrai due cose: un vasto oceano di pensiero e il gioco di una forza enorme, rapida eppure disciplinata. Ecco da cosa viene tutta la Shakti dell´Europa. E grazie alla forza di questa Shakti l´Europa ha divorato il mondo, come una volta avevano fatto i nostri tapaswin [asceti], il cui potere atterriva perfino gli dèi,rendendoli inquieti e sottomessi. Dicono che l´Europa stia correndo verso la rovina.
Io non lo credo. Tutti questi sconvolgimenti e queste rivoluzioni sonoi prodromi di una nuova creazione. Guarda adesso l´India. A parte alcuni solitari giganti, dappertutto vedrai che il nostro `uomo della strada´ -cioè l´uomo medio che non vuole e non sa pensare – non ha la minima Shakti, ma solo un po´ di temporaneo eccitamento. In India la gente vuole che il pensiero sia semplice, la parola facile. In Europa vogliono invece un pensiero profondo,una parola profonda. Laggiù anche il semplice operaio o artigiano pensa, vuole sapere, non si accontenta di superficialità, vuole vedere che c´è dietro le cose. C´è una differenza, però: la forza e il pensiero europei celano un limite fatale. Quando il pensiero europeo si avventura nel campo spirituale, viene bloccato dal suo stesso potere. In questo campo, infatti, l´Europa non vede che enigmi, nebulosa metafisica, allucinazioni yogiche. Si sfregano gli occhi come fossero piombati in mezzo a una nube di fumo, e non riescono a vedere da qui a lì. Ma adesso in Europa cominciano a fare qualche sforzo per superare anche questo limite. Noi il senso spirituale ce l´abbiamo già – lo dobbiamo ai nostri antenati -, e chiunque ce l´abbia dispone di una Conoscenza e di una Shakti capaci di spazzar via come un fuscello, in un batter d´occhio, tutta la forza prodigiosa dell´Europa. Ma per avere una simile Shakti bisogna essere un adoratore della Shakti. Noi indiani non siamo adoratori della Shakti: siamo adoratori della strada facile. I nostri antenati si erano tuffati in un oceano di vasti pensieri, avevano acquisito un´immensa Conoscenza ed edificato una potente civiltà. Ma, strada facendo, fatica e stanchezza si sono abbattute su di loro. La forza del pensiero è scemata, e con lei il flusso potente dellaShakti. La nostra civiltà è diventata un achalayatan [una gabbia], la nostra religione un bigottismo fatto di pratiche esteriori, la nostra spiritualità un baluginare confuso o una labile ondata di ebbrezza religiosa. Finché andrà avanti così, una duratura resurrezione dell´India resterà improbabile. Questa debolezza tocca il suo parossismo in Bengala. Il bengali ha un´intelligenza vivace, sensibilità e intuizione – qualità più Sviluppate qui che nel resto dell´India. Sono tutte qualità necessarie, però da sole non bastano. Se vi aggiungesse profondità di pensiero, tranquilla forza, coraggio eroico, capacità e gioia di lavorare metodicamente, il bengali potrebbe essere a capo non solo dell´India, madell´umanità intera. Il bengali però non ci pensa neanche, vuole ottenere tutto con facilità: conoscenza senza sforzarsi di pensare, frutti senza lavorare,siddhi [realizzazione] attraverso una sadhana [disciplina yoghica] facile. Sua grande risorsa è l´eccitazione della mente emotiva. Ma l´eccesso di emotività nel conoscere è invece proprio un sintomo di malattia. E alla fine produce solo stanchezza e fa cadere nell´inerzia. Così il paese è andato declinando sempre di più, il suo potere di vita è scemato. Che cosa è riuscito a fare il bengali nel proprio paese? Non guadagna a sufficienza neanche per nutrirsi e vestirsi,e dappertutto si sentono solo grandi lamentele; le sue ricchezze, i suoi affari, il suo commercio, le sue terre, persino la sua agricoltura, tutto ha cominciato a passare in mano altrui. Abbiamo abbandonato la sadhana dellaShakti, e così la Shakti ci ha abbandonati. Sì, noi facevamo la sadhana dell´Amore; ma quando non c´è né Conoscenza né Shakti l´amore non può durare, e il suo posto viene preso da piccineria e meschinità – in menti ristrette e piccine non c´è posto per l´amore. Dov´è infatti l´amore in Bengala? Ci sono più liti, gelosie, antipatie reciproche, incomprensioni e faziosità che in qualsiasi altra parte di quest´India già tanto afflitta dalle divisioni. All´epoca nobile ed eroica del popolo ariano non si faceva tutto questo chiasso, non c´erano tanti proclami né tanta enfasi; ma quelle imprese sono rimaste intatte nei secoli. Invece le imprese dei bengali non durano più di un giorno o due. Tu dici che occorre un entusiasmo folle e che bisogna riempire il paese di fervore emotivo. Al tempo delloSwadeshi [lotta per l´indipendenza, con il boicottaggio dei prodotti britannici] di entusiasmo e fervore politico ne abbiamo avuto un bel po´; ma adesso tutto quello che avevamo costruito si è ridotto in polvere. Otterremo un risultato migliore in campo spirituale? Non dico che non abbiamo raggiunto nessun risultato, ce n´è stato qualcuno, Ogni movimento produce qualche risultato, più che altro perché accresce certe potenzialità. Ma questo non è il modo giusto per realizzare qualcosa di stabile. Ecco perché non voglio più come basi né il fervore emotivo né una qualche ebbrezza mentale. Io voglio che il mio yoga si basi su una vasta e potente equanimità. E su questa uguaglianza d´animo voglio che si instauri una Shakti completa, stabile, salda,nell´organismo e in tutti i suoi movimenti. Voglio che si manifesti una vasta luce della Conoscenza in un oceano di Shakti. E in questa luminosa immensità voglio l´estasi tranquilla dell´amore, della felicità e dell´unità infinite.Non ambisco ad avere centinaia di migliaia di discepoli. Mi basterebbe trovare un centinaio di uomini completi, purificati del piccolo egoismo, che siano strumenti di Dio. Non ho nessuna fiducia nel vecchio mestiere di guru. Io non voglio essere un guru! Che qualcuno risvegli e manifesti dal di dentro la sua dormiente divinità e arrivi alla vita divina: ecco tutto quello che voglio; e poco importa che ciò accada attraverso il contatto con me o con chiunque altro. Saranno questi uomini a risollevare il paese. Dopo tutto quello che ti ho detto, non pensare che io disperi dell´avvenire del Bengala. Anch´io ho la speranza che stavolta una grande luce, come dicono, apparirà in Bengala. Ho solo cercato di farti vedere il rovescio della medaglia, di mostrarti dove sta il difetto, l´errore, la mancanza – se continua così, la luce non sarà certo una gran luce, né durerà a lungo. La ragione di questa lettera eccezionalmente lunga è che anch´io sto tirando le reti. Ma credo che queste reti saranno come quelle di San Pietro, piene da scoppiare solo di una pesca nell´Infinito. Non le aprirò adesso, le mie reti. Se lo facessi anzi- tempo,tutto ne scivolerebbe fuori. Così come, per il momento, non ho più intenzionedi tornare in Bengala: non perché il Bengala non sia pronto, ma perché non sono pronto io. E che lavoro potrebbe portare avanti un uomo non abbastanza maturo in mezzo a uomini non abbastanza maturi? Il tuo Sejda [fratello maggiore ]

Sri Aurobindo