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Lunedì l'Arpacal di Catanzaro, l'agenzia per la tutela ambientale della regione calabrese, darà inizio alle analisi del terreno nei luoghi dove sarebbero stati seppelliti i rifiuti tossici

Navi dei veleni, ora si cerca anche a terra
Rifiuti radioattivi nel greto del fiume Oliva

di CARLO CIAVONI e ANNA MARIA DE LUCA

CATANZARO – Mentre a Cetraro il sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia, è assediato dai pescatori che protestano per l'assenza del governo rispetto ai problemi legati al fatto che nessuno compra più pesce per paura, L'Arpacal (l'agenzia regionale per l'ambiente) promette che lunedì prossimo, dopo 19 anni, cominceranno seriamente le “operazioni di terra”, a caccia dei veleni seppelliti, qua e là, nel territorio calabrese. S'inizierà, a quanto pare, dalla foce del fiume Oliva, nella zona di Foresta Aiello, comune di Serra d'Aiello, provincia di Cosenza, dove sarebbero sepolti i rifiuti radioattivi e tossici trasportati dalla nave “Rosso” (ex “Jolly Rosso”), finita sulla spiaggia di Campanara San Giovanni – frazione di Amantea – nella notte del 14 gennaio del 1990.

La riunione operativa.
A Roma, a dimostrazione del fatto che si vuole fare sul serio, si è svolta una riunione negli uffici del Servizio Interdipartimentale per le Emergenze Ambientali dell'Ispra (l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per la presentazione della bozza del “Piano di caratterizzazione” – cioè di analisi e bonifica – nelle aree del fiume Oliva, nei Comuni di Serra D'Aiello ed Aiello Calabro in provincia di Cosenza.

Gli scavi. Si comincerà a scavare su una collinetta a monte della “briglia”, una struttura in cemento che serve, normalmente, per frenare il corso dei torrenti, ma che in questo caso sembrerebbe essere stata più utile a chi in quella specie di diga ha nascosto materiale tossico o radioattivo. Già in passato nella collinetta – ma senza che questo avesse prodotto una qualche contromisura – erano state trovate tracce di Mercurio e Cesio 137 a 4 metri di profondità.

L'altro scavo ci sarà in una cava, sempre ai margini del fiume Oliva, in un punto dove in passato era stato individuato materiale radioattivo e , anche in questo caso, senza che la cosa avesse preoccupato nessuno.

Infine, si effettueranno “carotaggi” nel terreno lungo una piccola vallata – una delle tante che fiancheggiano l'Oliva, chiamata “valle del Signore” – dove si teme possano essere stati sepolti altri rifiuti tossici o radioattivi.

Gli anni di ritardo. Ma il sentore che alla foce di quel fiume qualcosa di pericoloso fosse stato sepolto dopo il sospetto “spiaggiamento” della “Rosso”, cominciò a sorgere già nel giugno del 2003. Fu quando la Procura di Lamezia Terme trasmise l'indagine a quella di Paola, per competenza territoriale e maturò, in particolare, quando si scoprì un altro scavo nella zona di Serra d'Aiello, fatto dalle maestranze della nave, secondo alcune testimonianze. Quello scavo si aggiungeva ad un altro autorizzato nella discarica di Grassullo (sempre nei pressi di Amantea) per seppellire il carico “ufficiale” della “Rosso”.

Finora solo impunità. I dati di fatto in mano a diverse Procure italiane (calabresi, pugliesi, toscane e lombarde) dicono, insomma, che l'avvelenamento sistematico del mare lungo i 700 chilometri della costa tirrenica calabrese e del suo immediato entroterra è avvenuto finora, non solo nell'assoluta impunità dei responsabili, ma senza che neanche una delle decine di navi affondate, dette “a perdere”, sia stata individuata o ispezionata. Anche se con anni di ritardo, dunque, sembra che i pubblici poteri mostrino ora di mobilitarsi, quanto meno per capire cosa esattamente sia nascosto in fondo al mare e sotto terra.

Il carico della Rosso. In particolare, si comincerà davvero (almeno così si promette) ad accertare cosa sia stato nascosto vicino all'alveo del fiume Oliva, in un'area di uso agricolo. La nave italiana Rosso di proprietà della società Ignazio Messina e C. partita da Malta e diretta a La Spezia, la notte del 14 dicembre 1990 finì sulla spiaggia di Camponara S. Giovanni, frazione di Amantea. Oltre alle 16 persone dell'equipaggio, il carico ufficiale sarebbe stato composto da nove containers con 23.325 tonnellate di nylon; 75.465 di tabacco; 70 tonnellate di prodotti da bevande.

Gli accertamenti che avranno inizio lunedì, a cura dell'Arpacal (l'agenzia regionale per l'ambiente della Calabria) incaricata come perito tecnico dalla Procura di Paola, dureranno fino alla fine di novembre. Solo allora, dunque, si potrà conoscere almeno una parte di verità.

L'allarme inascoltato. A tracciare una ricostruzione dettagliatissima del dramma dei veleni sepolti, chissà da quanto tempo, in mare e sotto terra da cosche mafiose con connivenze politiche e istituzionali, fu l'ex sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento in carica nel 2004 – l'onorevole Cosimo Ventucci del Pdl – in occasione della risposta ad un'interpellanza il 15 luglio dello stesso anno. Un allarme assolutamente inascoltato per anni e anni, soprattutto dal suo stesso Governo.

Il rappresentante dell'Esecutivo, tuttavia, in sostanza disse che per quanto riguardava gli aspetti penali della vicenda, nel gennaio 2004 la Procura di Paola incaricò la sezione inquinamento radioattivo del Reparto Operativo di Carabinieri di indagare nelle zone interessate dallo “spiaggiamento”, presentato come un incidente. In particolare si raccomandò l'Arma di controllare l'area di Grassullo e Foresta Aiello, a ridosso della foce del fiume Oliva.

La ragione stava nel fatto – disse Ventucci – che “secondo testimonianze sarebbe stato interrato del materiale proveniente dalla motonave Rosso”. E aggiunse che la Procura fece misurare il grado di tossicità nell'area: furono trovate cospicue quantità “di fanghi”, oltre ad un'altissima “concentrazione di alcuni metalli pesanti che superano il limite accettabile di inquinamento, provocando un pericolo concreto per il suolo, il sottosuolo e i corpi idrici”. Da allora nulla di concreto è mai stato fatto, né dal governo di cui Ventucci era membro, né da altri governi.

Il pentito “scovato”
. Intanto, a 11 miglia a largo di Cetraro, una nave geostazionaria ha cominciato le ricerche nel luogo dove si presume ci siano i resti del cargo Kuski, inzeppato di scorie radiattive o rifiuti tossici, affondata a colpi di dinamite da un commando del quale faceva parte anche Francesco Fonti, il pentito della 'ndrangheta di San Luca, che svelò a Riccardo Bocca dell'Espresso il traffico micidiale per l'eliminazione di veleni d'ogni sorta.

Traffico che, secondo Fonti, coinvolgerebbe governi, servizi segreti e mafie dislocate in diverse latitudini. Il “pentito”, nonostante le sue rivelazioni stiano attivando iniziative delle pubbliche autorità (sebbene tardive) risulta essere ancora senza protezione da parte dello Stato. Si era nascosto a Mantova, ma un deputato assai solerte della Lega l'ha subito “scovato”. Poi ha protestato e segnalato immediatamente alla pubblica opinione la sua “inopportuna” presenza nel mantovano. Col piccolo problema di far saltare la copertura di Fonti.

21 ottobre 2009
http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/nave-rosso2/nave-rosso2.html