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Richard
Richard
Amministratore del forum

http://www.ilgiornale.it/news/io-oncologo-vi-spiego-perch-medicina-esclude-bella.html
“Io, oncologo vi spiego perché la Medicina esclude Di Bella”
Paolo Lissoni, oncologo al San Gerardo di Monza, mette in luce i punti di forza e le debolezze della terapia Di Bella e conclude: “Quando le terapie tradizionali falliscono si potrebbe applicare la Di Bella”

http://scholar.google.it/scholar?hl=it&q=melatonine+cancer+lissoni+paolo&btnG=&lr=

http://www.metododibella.org/upload/pdf/200676135313.pdf
Prof. Paolo Lissoni
Le molecole antitumorali della pineale

La ghiandola pineale funziona secondo modelli totalmente diversi dalle comuni leggi
meccanicistiche, perché il modello fondamentale che la regola è il rapporto luce-buio, quindi un
concetto in genere estraneo alla medicina occidentale

In realtà, se già
la melatonina a suo modo ha sconvolto quella che è la comune fisiologia meccanicistica della
medicina d’occidente, ebbene dobbiamo tener presente che la ghiandola pineale come minimo
produce quattro molecole di natura indolica, più tutta una serie di neuropeptidi, più un ormone
tripeptidico specifico della pineale che è l’arginina-vaso-tocina, più un ormone detto
epitalamina, anch’esso costituito da tre aminoacidi, ma soprattutto la pineale è caratterizzata
specificatamente da quattro neuro-ormoni di natura indolica..

I meccanismi antitumorali della melatonina sintetizzano le quattro principali strategie che
l’oncologia medica usa: un’azione citotossica, un’azione immunomodulante, un’azione in
qualche modo citodifferenziante e un’azione antiossidante. Il meccanismo antiproliferativo
avviene per reazione su recettori specifici presenti sia a livello di membrana (di due tipi) che a
livello nucleare

Questa è praticamente la condizione sperimentale ma che trova
mirabilmente una conferma sull’ammalato con patologia neoplastica metastatica, in cui su di
un banalissimo prelievo di sangue (questo per sottolineare l’incoerenza e l’ipocrisia dell’attuale
oncologia, che da una parte dice di credere solo all’evidenza quantitativa e poi manco vuol
riconoscere ciò che è documentato su un prelievo di sangue) è possibile dimostrare la presenza
di almeno venti motivi per cui quel paziente non potrà aggredire la propria neoplasia, motivi
che possiamo sintetizzare come immunitari, endocrini e neuorendocrini. Fra quelli immunitari 6
abbiamo: il calo delle cellule natural killer, il calo dei linfociti T-helper di tipo 1, il calo delle
cellule dendritiche mature, l’aumento delle cellule T-helper 2 regolatrici (CD4, CD25, CD152
positivo), fino alla condizione drammatica della linfocitopenia, che incredibilmente nessun
oncologo sembra voler vedere, pur essendo noti i dati del professor Maltoni ma anche di altri,
fin dagli anni Settanta, secondo cui la linfocitopenia è uno dei principali fattori prognostici
negativi. Perché l’oncologo non lo vede? Perché l’occhio vede ciò che la coscienza vuole che sia
visto: l’oncologo guarda l’emocromo per vedere se il paziente può fare la chemioterapia, e
quindi guarderà i neutrofili, le piastrine, l’emoglobina, non guarderà il linfocita, ritenendolo
indifferente alla sua scelta terapeutica

la chemioterapia avrebbe effetti positivi agendo in senso citoriduttivo ma negativi come effetto immunosoppressivo; automaticamente
alla regressione tumorale non sempre corrisponde un aumento della sopravvivenza: se non
riusciamo a correggere il danno negativo della chemioterapia sull’immunità, come è possibile
con la melatonina, chiaramente è algebricamente deducibile che si ottenga un aumento della
sopravvivenza.