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Batterio killer, l'esperto ''può essere di origine animale''
“In 8 casi su dieci è così”, dice Malorni del Cnr. Suo un metodo per identificare il ceppo.
Giorgia Nardelli
Finita la psicosi dei cetrioli, cadute le accuse all’azienda che produceva germogli di soia, i ricercatori tedeschi sono ancora alla ricerca del “colpevole”, il luogo o la partita di vegetali in cui si è sviluppato il batterio E coli che ha già fatto 25 vittime in Europa, paralizzato gli ospedali tedeschi, causato danni all’agricoltura di mezza Europa.

I danni all'agricoltura e la psicosi
Solo in Italia, secondo la Coldiretti, ammontano a 100 milioni le perdite nel settore mentre, assieme ai dubbi, aumenta la psicosi tra gente.

L'ipotesi di bioterrorismo
Ma dove nasce, e come si è propagato il batterio killer? Ha ragione la ricercatrice Maria Rita Gismondo, responsabile del Laboratorio di microbiologia dell'ospedale universitario Sacco di Milano, quando dice che non è da escludere l’ipotesi di bioterrorismo, o di un batterio “mutato” in laboratorio e sfuggito da lì?

La paura dei germogli
O ha ragione Il ministro tedesco dell'Agricoltura, Ilse Aigner, che ha invitato i tedeschi a evitare ancora il consumo dei germogli di ogni tipo?

Un metodo per identificare il batterio
Antonio Malorni, dirigente di ricerca all’Istituto di Scienze dell' Alimentazione del Cnr di Avellino, è uno che di batteri alimentari si occupa da una vita. Nel corso della sua carriera ha messo a punto un metodo rapido per la loro identificazione, che oggi, però, non viene ancora utilizzato in larga scala perché si attendono i finanziamenti per acquistare il macchinario necessario per i test, lo spettrometro di massa.

L'origine della contaminazione: quasi sempre animale
Dopo anni di studi, Malorni si è fatto una sua idea sull’origine della contaminazione. “Siamo nel campo delle ipotesi”, premette, “ci troviamo di fronte a un microrganismo completamente nuovo, almeno questo è quanto ha affermato l’Oms”, dice. Ma la letteratura parla chiaro: “Nella storia delle contaminazioni alimentari con E. coli O157:H7 (batterio simile a quello di oggi, virulento quasi quanto il ceppo attuale, ndr.), l'origine è stata sempre da carne e derivati”. Due sole le eccezioni, chiarisce l’esperto, un caso di contaminazione causata dall'acqua non ben clorata, negli Stati Uniti tra la fine del 1989 e l'inizio del 1990, e un caso originato da germogli di ravanello bianco, episodio che avvenne in Giappone nel 1996 e provocò 8.576 intossicati, 106 casi di Seu e 3 decessi.

La Germania e il dito puntato sui vegetali
Sul perché, di fronte a tanta evidenza in letteratura, la Germania abbia evitato di concentrare l’attenzione proprio sugli animali, è difficile dirlo. Ma sorge il dubbio che un paese che “vive” di carne suina, si guardi bene dal fare scoppiare una psicosi prima di avere la certezza che il batterio provenga da lì.

Semplice calcolo delle probabilità
Un semplice calcolo delle probabilità impone però una riflessione su questo aspetto. “Nella scienza l’ipotesi più semplice è anche sempre la più probabile, e la contaminazione da animale è quella che richiede meno passaggi. I batteri E. coli sono nella flora batterica intestinale degli animali, la cosa meno complicata che possa accadere è che dalle feci finiscano nel concime e di qui nella terra, a contatto con i prodotti vegetali. Nella storia delle contaminazioni 8 su dieci sono avvenute così”.

Il perché della paura dei germogli
Dunque anche la richiesta di fare attenzione ai germogli di ogni tipo ha il suo senso. “I germogli sono all’interno del terreno”, dice Malorni, “a più stretto contatto con la terra o con l’acqua eventualmente contaminate”. Sembra inverosimile, però, che il batterio sia arrivato già all’interno di semi. Da qui a “passare” a tutti i vegetali il processo è troppo laborioso. In teoria non ci sarebbe quindi da preoccuparsi dei semi di soia importati.

Un ceppo nato in laboratorio, o in un ambiente favorevole
Malorni, di contro, non esclude l’ipotesi che il batterio possa essere stato creato in laboratorio, e successivamente “fuggito”. “Non è pura fantasia”, dice il ricercatore, “Il sospetto che un microrganismo ingegnerizzato sia ‘scappato’ dal laboratorio è un sospetto condivisibile. La mutazione sarebbe potuta avvenire in vitro, anche se è assolutamente naturale che un batterio, in condizioni favorevoli, come può essere un ambiente molto basico o molto acido, possa avere una mutazione del Dna replicandosi e dare vita a un ceppo più virulento della cellula madre. E’ già avvenuto altre volte e può ripetersi”.

ilsalvagente.it

[color=#ff0000]Ma tu guarda….e chi l'avrebbe mai detto?[/color]