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Anonimo

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La peste del ventunesimo secolo e le due medicine
Sonia Savioli si dedica alla terra da 27 anni; semina, raccoglie e ha compreso come la chimica non serva alle piante, anzi faccia danno. E le piante sono un po’ come guardarsi dentro, da un seme crescono la nostra biologia, i nostri equilibri, la nostra anima e i nostri corpi. Nemmeno a noi fa bene la chimica, conclude Savioli. E ci propone questa sua riflessione sull’importanza del terreno, sia quando è “terra” sia quando è “uomo”.

Uno dei grandi tabù del nostro tempo è la medicina “industriale”. Possiamo chiamarla così? Dato che è nelle mani di poche grandi industrie multinazionali, le quali condizionano le politiche sanitarie dei governi, le informazioni (e le menzogne) dei media ufficiali, le ricerche pubblicate (o non pubblicate) sulle riviste scientifiche ufficiali, i corsi universitari e l’ascesa o la caduta di carriere mediche, direi che possiamo chiamarla così.

La medicina industriale sta alla medicina naturale come l’agricoltura industriale sta all’agricoltura biologica. D’altra parte, ambedue si occupano di creature viventi: l’agricoltura e la medicina industriale unicamente per trarne profitto economico e, in ambedue i casi, il profitto principalmente della grande industria. L’agricoltura e la medicina naturale, escludono la grande industria (tutto ciò che è naturale pare essere incompatibile con la grande industria) e, benché chi ci lavora debba cercare di portarsi a casa la pagnotta, ambedue le attività hanno come presupposto filosofico, ideologico e morale, la necessità di mantenere o ripristinare la salute e la forza, l’equilibrio e il benessere delle creature a loro affidate.

La medicina e l’agricoltura industriale hanno presupposti e obiettivi completamente differenti: vogliono sterminare i nemici degli organismi di cui si occupano; organismi che considerano imperfetti, deboli e inetti; nemici che vedono nella natura che ci circonda e nella nostra stessa natura: virus, batteri e predisposizioni genetiche. Natura di cui facciamo parte, della cui sostanza siamo composti e ci nutriamo.

Virus e batteri che ricerca avidamente e combatte indefessamente (a furia di antibiotici somministrati anche per una sbucciatura al ginocchio, noi si diventa immunodeficenti e i batteri antibiotico resistenti).

“Koch aveva ragione: il microbo è niente, il terreno è tutto”, lo disse persino Pasteur, convertitosi alla realtà poco prima di morire.

Da ventisette anni semino, pianto, raccolgo e posso vedere con i miei occhi come la “medicine chimiche” non servano alle piante quando terreno e clima non sono adatti a loro. Grazie al cambiamento climatico e al riscaldarsi del pianeta, in questa zona già piuttosto arida di Toscana parecchi tipi di piante da frutto un tempo coltivati si sono estinti. Non sono serviti a nulla i pesticidi usati dagli agricoltori industrializzati. Il rimedio trovato dagli altri è stato quello di ricercare e piantare vecchie cultivar, specie più adatte a sopportare caldo, aridità, gelate più tardive. Piante più forti e rustiche, in grado di sopportare e difendersi.

La medicina industriale combatte la malattia attaccando ciò che all’interno del nostro organismi ci sta danneggiando, senza domandarsi il perché, senza occuparsi delle cause, senza valutare le conseguenze delle sue “cure”.

Al vertice della medicina industriale ci sono le grandi industrie multinazionali; quelle a cui dobbiamo colpi di stato, sfruttamento a livelli schiavistici nel terzo mondo e tentativi sempre più pressanti di importarlo anche in Europa, distruzione dei mari e delle terre, falsificazioni di ricerche scientifiche.

Per tali industrie della medicina ogni ammalato è un cliente, ogni sano è un cliente perso. Ma potenziale.

L’interesse di chi guadagna miliardi (e potere) distruggendo l’ambiente e la salute è di continuare a distruggere; l’interesse di chi guadagna miliardi (e potere) vendendo medicine è di non prevenire e di non guarire la malattia, ma di “curare” il cliente in modo che sopravviva (non importa come) il più a lungo possibile.

Come possono le industrie multinazionali voler eliminare le cause delle malattie? Nel novanta per cento dei casi sono loro le cause: i loro rifiuti tossici, i loro cibi industriali, i loro pesticidi irrorati nei campi e sui nostri cibi, i loro trasporti su gomma e per mare e per cielo che impestano l’aria e producono il riscaldamento globale, il loro petrolio e la loro plastica sparsi per ogni dove…

E come possono industrie multinazionali che prosperano economicamente, oltre che per merito di tutte queste cause di inquinamento e malattia, anche per merito di medicinali elargiti a malati cronici, che sono ormai la maggioranza dei malati, desiderare il proprio drastico ridimensionamento e la propria estinzione come industria globale? Perché questo comporterebbe “curare il terreno”.

Ed ecco a chi oggi ci affidiamo per mantenere o ripristinare la nostra salute; ecco perché il potere medico è tabù indiscutibile; ecco chi istruisce, consiglia, “aggiorna” i nostri medici curanti, i nostri pediatri.

La medicina è industria e merce e pretende di essere più che una scienza: una religione dogmatica e indiscutibile.

Secondo l’Associazione degli Anestesisti i morti per errori medici in Italia sono 14.000 l’anno (quattordicimila!). C’è chi contesta questo dato. affermando che sono molti di più, ma noi ci atterremo alla stima più bassa, dato che ci sembra già mostruosa. Eppure l’infallibilità di tale scienza rimane un dogma, metterla in discussione è tabù. I medici che ci si provano vengono ostracizzati, minacciati, diffamati, infamati. E così, se una buona percentuale di medici meno ottusi ha qualche dubbio, se lo tiene per sé.

I medici che scelgono le terapie naturali sanno che per loro le difficoltà saranno molto maggiori, i guadagni molto minori. Se poi scelgono di contestare la medicina industriale, vuol dire che sono degli eroici combattenti decisi a vender cara la pelle con il solo scopo di difendere un avamposto. In attesa di tempi migliori.

Primo, non nuocere.

Nel quattordicesimo secolo in tutta Europa imperversò la peste. Morì la gran parte della popolazione, più nelle città che nelle campagne. In alcune città morì il 90% degli abitanti.

La peste è un batterio.

Batteri e virus sono apparsi sulla terra qualche miliardo di anni prima di noi, pare, e sono incommensurabilmente più numerosi di noi. Il buon senso e la logica dovrebbero dirci, e la medicina naturale ritiene, che qualsiasi organismo si sia sviluppato in seguito sul nostro pianeta non possa che essere in grado, in condizioni normali, di difendersi egregiamente da essi. Se e quando è necessario difendersi.

Lo scopo della medicina naturale, quando il nostro organismo non è in grado di reagire in modo efficace a un’eventuale attacco, dovrebbe essere quello di aiutarlo sì a difendersi, ma soprattutto di ripristinare l’equilibrio e la forza del nostro sistema immunitario, e di eliminare le cause che hanno portato a tale squilibrio.

E’ ovvio che un fitoterapeuta o un omeopata (né alcun altro tipo di medico) non possono ripristinare l’equilibrio e le “condizioni normali” a Taranto o a Caserta, a Porto Marghera o sotto una linea dell’alta tensione.

Questo era il compito della medicina preventiva, questo era il significato che le si dava negli anni ’60 e ’70, quando tanto se ne parlava: denunciare e combattere le cause delle malattie, le condizioni nocive di lavoro, l’inquinamento ambientale, l’avvelenamento dell’aria, dell’acqua, della terra.

Oggi per “medicina preventiva” s’intende che ti fanno una TAC perché hai mal di testa, senza nemmeno visitarti. Poi le scorie radioattive delle TAC vanno nella cava di Cerignola, alla faccia del prevenire.

Ma quali erano le “condizioni normali” nel quattordicesimo secolo in Europa?

La Civiltà Occidentale attraversava un periodo particolarmente fiorente e prospero. Infatti la borghesia cittadina si era ormai impadronita delle campagne e stava sviluppando a tutto spiano le forze produttive. I contadini non dovevano più produrre per il proprio sostentamento e per quello del padrone, come negli arretrati tempi feudali. Dovevano produrre per il padrone e per il commercio del padrone, e per sé stessi se ce la facevano. Il commercio del padrone, che adesso era un mercante della città, richiedeva un tale sviluppo della produzione, che molti contadini, non riuscendo a “svilupparsi” così in grande e così celermente, lasciavano le campagne e fuggivano nelle città. Dove potevano lavorare come operai e servi per gli stessi mercanti che li avevano affamati e sfruttati fino all’osso nelle campagne, o potevano mendicare e morire di fame.

Vi ricorda qualcosa? Un po’ più in grande, magari: oggi le nostre campagne sono i continenti del cosiddetto Terzo Mondo; abbiamo arraffato le loro terre, i contadini espropriati e affamati sono corsi a riempire le città vivendo nelle bidonvilles e lavorando per una scodella di riso, per un tozzo di pane nelle fabbriche che producono per conto delle multinazionali euro nordamericane. Ma non è che la storia si ripeta. E’ semplicemente la stessa storia di dominio che va avanti e si espande in Impero Globale.

Ma torniamo alla peste e vediamo se è tutta colpa del batterio.

Nella fiorente seconda metà del 1300 a Siena, per esempio, vivevano più di 50.000 abitanti. Come adesso. Adesso però il Comune di Siena occupa una superficie che si è moltiplicata di parecchie volte. Allora quei 50.000 e passa abitanti se ne stavano ammucchiati dentro le antiche mura di una città senza fogne né acquedotto. A Milano, all’interno delle mura medievali, c’erano 200.000 persone; a Firenze 120.000. In tutte queste città gli abitanti erano di parecchie volte superiori a quelli che adesso occupano lo stesso spazio. Tutti i loro escrementi quotidiani venivano gettati nelle strade, tutti i loro rifiuti di qualsiasi genere marcivano sotto il sole o si mischiavano alla pioggia colando per ogni dove. Sotto il sole estivo tutto marciva allegramente e la puzza della città si sentiva a chilometri di distanza.

C’è da meravigliarsi se gli umani di quei tempi e di quei luoghi attribuissero il contagio pestifero ai miasmi di quell’aria mefitica? Sicuramente respirarla non era salutare.

C’erano poi le concerie, le tintorie per i tessuti (l’industria e il commercio fiorivano): liquami che riempivano i terreni intorno alle mura, percolavano nelle falde.

Migliaia di miserabili, che lavoravano in quelle tintorie e concerie, vivevano ammassati in tuguri che oggi in quelle stesse città sono utilizzati come sottoscala o cantine, dove non arrivava mai un raggio di sole, dove un’umidità fatta soprattutto di fetidi liquami impregnava suolo e muri. E pagavano una pigione.

In compenso i ricchi mangiavano carne tutti i giorni, ma i ricchi abitavano nelle città e la carne d’estate in quelle cloache ci metteva poco a imputridire. Anche per questo le spezie erano così preziose e i piatti del tardo medioevo così speziati.

Quello che il fatidico batterio trovò sul suo cammino furono quindi popolazioni stremate dalla fame e dallo sfruttamento. Trovò gente già mezza morta: di fame, di fatica, di putredine in cui viveva, dei cibi putridi che mangiava; oltre che di paura, disperazione, terrore e rabbia.

Perché la lotta di classe infuriava in tutta Europa, come appare logico, e infuriavano in tutta Europa le guerre del capitale per impadronirsi dei mercati.

Entrando in una di quelle “belle” città, calpestando immondizie ed escrementi in tutte le fasi di marcescenza e respirando i loro miasmi, sfiorando muri intrisi di umidità che non asciugava mai, c’era da meravigliarsi che gli abitanti fossero ancora vivi. Forse si stupì anche il batterio e decise che erano i posti giusti per darci dentro.

Morirono i poveri e morirono i ricchi. L’unico vero vantaggio della ricca borghesia era poter fuggire in campagna, nelle loro proprietà e domini: perché si vide subito che la peste aveva una preferenza spiccata per le città in particolare, e poi per i borghi che erano città in miniatura.

Penso che oggi la nostra situazione abbia molte somiglianze con quella della Grande Peste.Anche se non buttiamo più orina ed escrementi e rifiuti in mezzo alle strade. Tra parentesi: non si sa bene se la gente allora morisse tutti di un tipo di peste, di più tipi di peste, di più tipi di malattie.

I nostri rifiuti li buttiamo più in là, sono molto più pericolosi di quelli medievali, ci ritornano indietro comunque.

Cosa troverebbe allora il “nostro” batterio? Ammesso che riesca a sopravvivere ai “nostri” rifiuti: abbiamo fiumi batteriologicamente puri, zone di mare batteriologicamente pure, sicuramente anche terre batteriologicamente pure: i batteri non sopravvivono ai nostri rifiuti e liquami.

E infatti, mentre fino a 50-60 anni fa si moriva quasi esclusivamente per infezioni: polmonite, tifo, difterite, dissenteria e così via, oggi in Occidente si muore soprattutto di malattie autoimmuni: le malattie autoimmuni sono quelle in cui il sistema immunitario attacca il proprio stesso organismo. Come se dall’organismo stesso venisse la minaccia.

Cancro, leucemia, sclerosi multipla, artrite reumatoide, colite ulcerosa, lupus eritematoso, asma allergica… Le malattie autoimmuni sono una reazione di difesa che cerca i nemici al proprio interno. Ma non è quello che fa anche la “medicina industriale”? Negli USA tagliano mammelle per prevenire il cancro.

Dunque non è certo del batterio che dovremmo preoccuparci, tanto più che coi nostri antibiotici sempre più micidiali (è indispensabile che lo siano, dato che ormai hanno selezionato batteri antibioticoresistenti) li sconfiggeremo certamente.

Ma forse di qualcosa dovremmo preoccuparci. Ci sono tanti tipi di peste.

La nostra peste magari nascerebbe dalle discariche di rifiuti tossici. Quelle illegali già scoperte costellano tutta l’Italia: Trentino, Brianza, La Spezia, Veneto, Toscana, Ciociaria, basso Lazio, Pescara, Molise, Campania, Puglia, Aspromonte, Crotone, Catania…. dai campi alle cave, dalle massicciate ferroviarie e stradali alle fondamenta di ospedali e scuole. Poi ci sono gli inceneritori e le tossiche ceneri che vengono mischiate con il cemento e con l’asfalto. E i cibi? Noi non mangiamo cibi putridi, magari qualcuno è anche batteriologicamente puro, come l’acqua clorata. Mangiamo cibi geneticamente modificati, plastificati, addizionati di sostanze chimiche, imbevuti dei veleni dell’agricoltura industriale, raffinati fino a perdere ogni sostanza.

Nelle città respiriamo gas di scarico, cioè benzina bruciata.

I bambini di oggi, nella forsennata lotta della Medicina Industriale contro virus e batteri, rischiano di ricevere fino a 40 vaccinazioni prima di diventare adulti.

Sui vaccini i pareri tra le due medicine sono discordi (come su quasi tutto). La medicina naturale li considera, nel migliore dei casi, un rischio per l’efficienza e l’equilibrio del sistema immunitario. Se avesse ragione, dopo le 30 o 40 vaccinazioni il sistema immunitario sarebbe come un pugile suonato.

E in ultimo, per dare il colpetto di grazia, sono arrivati i telefoni cellulari: pochi giorni fa l’associazione dei pediatri ha sconsigliato i telefonini per i bambini sotto i dieci anni. Alla buon'ora!

Perché cuociono i loro teneri cervelli. I cervelli adulti sono un po’ più coriacei e ci vuole più tempo per la cottura.

In Italia i tumori infantili aumentano del 2% all’anno.

In Italia ci sono 57.000 ammalati di sclerosi multipla, 1800 in più ogni anno; la sclerosi multipla si manifesta perlopiù tra i 29 e i 33 anni; paesi record sonoUSA e Canada.

Gli ammalati di artrite reumatoide sono in Italia 330.000, la maggior parte tra i 35 e i 40 anni; 100.000 giovani, soprattutto tra i 15 e 30 anni sono ammalati di colite ulcerosa o del Morbo di Crohn.

Ecco cosa troverebbe oggi il nostro batterio: un’umanità avvelenata, debilitata, isterilita, la cui salute è minacciata da tutto ciò che fa, che respira, che beve, che mangia e, nell’accelerata fulminea del progresso, anche da ciò che ascolta e che fa frizzare cervello, timpani, nervi acustici e bulbi oculari.

Le avvisaglie della prossima peste, batterio o non batterio, ci sono tutte, comprese la paura, la frustrazione, la disperazione che colpisce soprattutto le giovani generazioni.

Cosa aspettano allora i medici?Cosa dovrebbe fare oggi una categoria di persone che per mestiere ha scelto di occuparsi della salute umana, di fronte alle minacce all’ambiente che mettono in discussione la vita intera? Di fronte a uno stile di vita autodistruttivo? Non toccherebbe a loro lanciare l’allarme alla collettività, alle istituzioni e anche ai singoli pazienti? Interrogare e interrogarsi, denunciare, combattere, prendersi le responsabilità che competono al medico: anche di fronte agli interessi delle grandi industrie, comprese quelle farmaceutiche.

Quanto perderà di fiducia e credibilità la categoria dei medici, quanto sarà vista con sospetto e disprezzata, se viene meno al suo ruolo in questa battaglia?

E quanto invece potrebbe fare di buono, di utile, di importante, usando la sua scienza e la sua autorevolezza per preservare, prevenire, riconquistare la salute degli esseri umani, che non può prescindere da quella della terra che abitiamo e che ci dà da vivere.