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Quella grande speranza chiamata angiogenesi
Invece che attaccare direttamente le cellule neoplastiche, si tenta di “affamarle”. Ricerche anche in Italia.

[link=www.corriere.it/salute/sportello_cancro/articoli/2003/05_novembre/angiogenesi.shtml]angiogenesi[/link]

Numerosi studi per bloccare i vasi sanguigni che nutrono il tumore
Quella grande speranza chiamata angiogenesi
Invece che attaccare direttamente le cellule neoplastiche, si tenta di “affamarle”. Ricerche anche in Italia.

L'idea appare ottima, “risolutiva”: distruggere il tumore non andandolo a colpire direttamente, con sostanze tossiche che danneggiano anche gli altri tessuti, ma bloccando i vasi sanguigni che lo nutrono (vasi sanguigni di cui il tumore ha un enorme bisogno, perché le cellule cancerose sono affamate di energia). In effetti il tumore spinge addirittura l'organismo, attraverso particolari sostanze, a produrre nuovi vasi sanguigni, per soddisfare le sue esigenze di “alimentazione”. Basterebbe bloccare questi nuovi vasi per impedire la crescita delle nuove masse neoplastiche. Diverse sostanze – chiamate antiangiogeniche – sembrano in grado di ottenere questo risultato. E due molecole in particolare, l'”angiostatina” e l'”endostatina”, avevano dati risultati molto positivi nelle prime sperimentazioni sugli animali. Ma il passaggio sugli uomini si è rivelato (e si sta rivelando) più complicato del previsto. E i tempi per un'applicazione su larga scala di questi nuovi farmaci si sono dilatati. Ma numerose molecole sono comunque allo studio in tutto il mondo, alcune in una fase anche avanzata di sperimentazione. E in Italia diverse équipe di ricerca sono all'opera. Cerchiamo di fare il punto.
Che cos'è l'angiogenesi tumorale
Perché l'angiogenesi è un buon bersaglio per la terapia
Perché è improbabile che i nuovi farmaci funzionino se usati da soli
I farmaci contro l'angiogenesi si dividono in due grandi classi: quelli che bloccano la formazione dei nuovi vasi sanguigni (farmaci anti-angiogenici veri e propri) e quelli che invece provocano la rapida distruzione dei vasellini sanguigni già presenti (farmaci antivascolari). Uno dei medicinali che appaiono più promettenti, l' Avastin (nome della molecola: Bevacizumab), fa parte della prima categoria. Con questo farmaco, usato in combinazione con la chemioterapia tradizionale, si sono ottenuti recentemente risultati significativi nei pazienti con tumore del colon avanzato (ma risultati negativi sono stati registrati invece nel carcinoma della mammella). Per ora è stato concluso un solo studio (americano) sull'applicazione clinica dell'Avastin nel tumore al colon, che però va riconfermato perché è buona regola, in medicina, ribadire almeno con un secondo studio i risultati positivi, prima di trattare migliaia di pazienti con farmaci che comunque hanno sempre effetti collaterali. Anche centri italiani parteciperanno a questo studi, sia nella malattia avanzata che dopo la chirurgia curativa (studio Mosaic 2) a partire dal gennaio 2004.
Sempre alla categoria dei farmaci anti-angiogenici appartiene un altro composto in fase di sperimentazione clinica anche in Italia presso l'Istituto dei Tumori di Milano: è un farmaco della Pfizer – il SU11248 – che verrà però testato per il momento solo in pazienti con una rarissima forma di tumore dello stomaco (chiamata GIST).
Anche i cosidetti COX2 inibitori (Celecoxib: nomi commerciali Arofed, Artilog, Celebrex, Solexa) appartengono al gruppo degli anti-angiogenici. Finora erano stati utilizzati come antinfiammatori e antidolorifici, ma hanno mostrato nei modelli sperimentali anche un effetto antitumorale, sia pure in combinazione con la “classica” chemioterapia.
Per quanto riguarda, invece, i farmaci antivascolari (quelli che distruggono i piccoli vasi tumorali), l'attenzione è puntata – a livello sperimentale – sulla Combrestatina A4 e i suoi analoghi. Questi farmaci sono molto interessanti, ma potrebbero avere effetti tossici anche gravi, perché potrebbero ridurre l'apporto di sangue a organi vitali come il cuore e il cervello.
E' invece già disponibile commercialmente il Tumor Necrosis Factor-alfa (TNFa – Beromun), ma viene usato solo nella perfusione selettiva degli arti, in pazienti con melanoma o sarcomi dei tessuti molli. Questo perché il farmaco è troppo tossico per essere usato per via endovenosa (con la conseguente diffusione in tutto il corpo).

L'inibizione dell'angiogenesi è sicuramente una strategia terapeutica antitumorale molto promettente, ma per adesso rimane ancora sperimentale (e infatti questi farmaci non si trovano in commercio e possono essere utilizzati solo partecipando a studi clinici controllati). Le difficoltà maggiori sono legate al fatto che non tutti i tumori, o addirittura parti diverse dello stesso tipo di tumore, sono ugualmente sensibili a questi farmaci. Al momento la maggior parte di questi studi è in corso negli Stati Uniti, ma alcune sperimentazioni – come dicevamo – sono in programma anche in Italia.

A cura del S.E.N.D.O
(Southern Europe New Drug Organization)


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