Rispondi a: Realtà OGGETTIVA o SOGGETTIVA

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brig.zero
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La Realtà oggettiva è la Realtà quale esiste in se stessa, al di là di come viene percepita, colta dagli osservatori.

La Realtà oggettiva è, insomma, la vera qualità e condizione di esistenza di quanto possiamo osservare; e, più ancora, data la nostra limitata possibilità di ricezione, la vera qualità e condizione di esistenza di quanto esiste oltre l'osservabile.

Se è vero, come è vero, che tutto quanto esiste non può essere staccato da Dio, altrimenti verrebbero meno i caratteri assoluti divini, ne discende che tutto quanto esiste è parte integrante dell'esistenza di Dio, cioè di Dio stesso; anche se Dio è tutt'altra cosa dalla parte, così come l'uomo è tutt'altra cosa dalla mano del suo corpo.

Se dunque ciò che osserviamo e più ancora ciò che esiste al di là di come appare nella osservazione (sempre subordinata e dipendente dai mezzi con cui si osserva) è la sostanza di Dio; e se la Realtà oggettiva è la vera qualità e condizione di ciò che esiste in sé, al di fuori dell'aspetto che assume nel processo di percezione, allora solo Dio è la Realtà oggettiva. E siccome Dio è l'Assoluto, l'unica Realtà oggettiva è la Realtà Assoluta.

D'altro canto Dio, cioè la Realtà assoluta, non può essere sezionato, diviso in parti. Un osservatore è solo per la limitazione dei suoi mezzi di osservazione che ne coglie una sola parte, ma Dio in Sé è un sol Tutto inscindibile. Ciò che noi percepiamo e osserviamo è tutt'altra cosa da come è in sé, da come è oggettivamente: è cioè soggettivo e non è assoluto, è cioè relativo.

Cerchiamo di puntualizzare il significato di questi termini e, più che dei termini, dei concetti.

Dicesi “soggettivo” ciò che dipende dal soggetto, dal suo modo di percepire, di pensare e di essere; quindi la verità soggettiva, che per l'interessato non è meno importante della oggettiva, può esistere solo nel mondo dei soggetti, ma dei soggetti dotati di percezione, cioè nei piani fisico, astrale, mentale.

In questi piani la realtà che si conosce intanto non è assoluta perché è parziale, cioè è relativa, poi è soggettiva cioè legata al modo di essere, alla personalità, alla psiche del soggetto conoscente.

Si può conoscere una verità relativa in modo non soggettivo?

Dicesi “relativo” ciò che ha relazione con qualcosa; perciò relativo si usa in contrapposto ad Assoluto. Allora una realtà può essere relativa, cioè non assoluta, ma può non essere soggettiva; cioè può essere considerata quale realtà parziale al di fuori della percezione.

Quindi una parte della Realtà Assoluta, considerata in sé, senza il soggetto che la percepisca, sarebbe realtà relativa. Ma quale può essere una realtà parziale, avendo detto che la Realtà è unica e che il dividere in parti deriva solo dalla limitazione percettiva del soggetto osservatore? Se si esclude il soggetto, che ha una percezione limitata della Realtà, la Realtà in sé è assoluta e quindi, se si esclude il soggetto, si esclude la parte e si esclude la soggettività, ma si esclude anche la relatività.

Il problema avrebbe una impostazione differente se il soggetto avesse la possibilità di conoscere al di fuori della propria soggettività. E qua non mi riferisco alle conoscenze cosiddette oggettive della scienza umana ma proprio ad una diversa possibilità di conoscenza, di unione fra soggetto ed oggetto che escluda la percezione ed ogni altro intermediario: cioè una conoscenza che non si serva di simboli e immagini per trasportare nella mente la realtà del mondo in cui si vive ma che sia essere la Realtà stessa. Questa sarebbe la conoscenza più vera, perché non sarebbe ricostruire la Realtà nella propria mente servendosi di immagini e simboli, cioè avendo un'idea della Realtà, ma sarebbe conoscenza della cosa che scaturisce dall’essere la cosa stessa.

La forma di conoscenza per intuizione può darvi un'idea di quelle che sono le conseguenze della unione tra soggetto ed oggetto. Infatti, se la soggettività nasce dalle caratteristiche personali, psichiche del soggetto, con l'intuizione che esclude i mezzi di conoscenza inquinati da tali caratteristiche si ha una conoscenza sempre relativa perché parziale e cioè di parte, ma non più soggettiva.

In sostanza, la divisione in parti della Realtà Assoluta non è reale; avviene ad opera e dentro il soggetto conoscente; il quale ha una conoscenza relativa e soggettiva se delimita la realtà per effetto delle limitazioni congenite nel processo di percezione; oppure ha una conoscenza relativa ma non soggettiva se conosce al di là del processo di percezione.

La conoscenza relativa-soggettiva è chiaramente depositata nella mente, né potrebbe essere diversamente appartenendo essa ai mondi della percezione, delle immagini, dei fenomeni.

Ma la conoscenza che significa “essere”, cioè la conoscenza relativa e non soggettiva non può risiedere nella mente, la quale per sua stessa natura può accogliere solo immagini. Dirò per inciso che anche nell'intuizione, conoscenza per contatto diretto, ciò che si può raccontare è la traduzione in parole, e quindi in pensieri, della intuizione vera e propria.

Dove può essere con tenuta una realtà relativa ma non soggettiva, cioè non colorata dalla personalità, se non nel mondo del sentire di coscienza?

Non lasciatevi ingannare dai termini: sentire può sembrare quanto di più soggettivo possa esservi; ma queI sentire del quale noi vi parliamo è “essere”; è quel sentire che sussiste indipendentemente, anzi domina gli stimoli provenienti dai mondi della percezione; è quel sentire che abbraccia in successione realtà sempre più vaste.

Ricordate sempre che non è la Realtà che oggettivamente è suddivisa, costituita da tante parti: è il sentire che sente in termini parziali, quindi relativi, la Realtà in se stessa Assoluta.

Quindi la realtà relativa-soggettiva è dei mondi della percezione – piano fisico, astrale e mentale -; la realtà relativa è del mondo del sentire di coscienza – piano akasico-; la Realtà oggettiva è del mondo divino, del mondo Assoluto. La Realtà oggettiva è dell'Uno, la realtà relativa e relativa-soggettiva sono della molteplicità. L'Uno contiene la molteplicità, quindi essere Uno significa sentire la molteplicità come un sol Tutto inscindibile, significa perciò essere Tutto, ed essere Tutto significa trascendere la relatività e la soggettività.

Noi affermiamo che la consapevolezza di esistere comune ad ogni essere, dal mondo della molteplicità alimentata ed alimentando sentire sempre più ampi si riconosce nell'unico sentire: nella consapevolezza assoluta che comprende ogni consapevolezza, ogni sentire.

La successione dei sentire ha termine col sentire che trascende la relatività e la soggettività perché è sentire-essere tutto, ma niente in particolare. Questo « essere tutto «, come si può intendere? Aiutiamoci nella comprensione limitando le nostre considerazioni allo stato di essere di coscienza cosmica.

Come sapete, la coscienza cosmica è la massima espressione del sentire cosmico, che precede immediatamente la coscienza assoluta. La coscienza cosmica abbraccia, perché è, l'intera Realtà cosmica. Ogni essere del Cosmo ha, al vertice della sua esistenza, la coscienza cosmica.

Ciò significa che quella consapevolezza di esistere che unisce tanti sentire sempre più ampi e diversi, si da farli apparire come un solo essere che modifica il suo sentire, sfocia in uno stato di coscienza in cui l'intera Realtà cosmica è simultaneamente presente. Ogni essere, che sembra avere un sentire che si modifica, a ben vedere è costituito da tanti sentire sempre più, ampi, ognuno dei quali è contenuto dal successivo e l'ultimo dei quali li contiene, per ampiezza, tutti.

Ma tutti quali? Tutti quelli che, legati dalla consapevolezza di esistere, creano idealmente l'essere che sente, oppure i sentire di tutti gli esseri?

Se la coscienza cosmica è l'intera Realtà cosmica, chiaro che la coscienza cosmica contiene, perché è costituita da, tutti i sentire di tutti gli esseri del Cosmo.

E come potrebbe essere possibile ciò se la coscienza cosmica non fosse « una «?, cioè se tutte le varie consapevolezze di esistere che originano tutti gli esseri del Cosmo non confluissero, non si congiungessero fino alla Comunione totale? S, tutti i fiumi di coscienza di esistere che alimentano e sono alimentati da sentire individuali sempre più ampi, confluiscono alla fine nell'oceano della coscienza cosmica in cui ogni individualità è arricchita dalle esperienze dei sentire delle altre a tal punto da essere una sola individualità, un solo essere, quindi.

Ciò che nasce come molteplice e diviso ha la sua radice, la sua vera condizione di esistenza nell'unità, nell'unione: il miracolo della unione.

Ciascun essere che nasce, sperimentando, essendo una sola parte del Cosmo, giunge a identificarsi, ad essere l'intera Realtà cosmica.

Il sentire di un essere A, unendosi al sentire di un essere B, dà luogo ad un sentire-essere C in cui si assommano e si trascendono le esperienze di A e di B. Il sentire-essere C è tanto l'essere A quanto l'essere B. Il sentire C rappresenta l'identificazione, il riconoscersi di A con B e di B con A. E se C fosse l'intera Realtà cosmica, tanto l'essere A che l'essere B la raggiungerebbero pur essendo nati come parte di quella Realtà. Con parole più esatte potremmo dire: la consapevolezza di esistere che alimenta ed è alimentata dal sentire A, così come quella del sentire B, sfocia in un sentire, e lo alimenta, in cui tanto la realtà A quanto la realtà B sono egualmente presenti e sentite; perciò non un annientamento di A o di B, ma un arricchimento di entrambi.

Soffermiamoci su questa Verità che non può essere accettata tacitamente da chi si crede così perfetto da ritenersi meritevole di rimanere come è. Chi considera gli altri esseri a lui inferiori non potrà mai non provare repulsione all'idea d'entrare in comunione con qualcuno. Per fortuna tali atteggiamenti sono frutto della mente cosicché, quando la mente non c'è più, l'essere non è più condizionato e, se pure non assoluto, per una legge naturale di armonia e di cooperazione cerca l'abbraccio degli esseri che hanno un sentire al suo equipollente.

Questo non significa che le fusioni del sentire, le comunioni degli esseri non avvengano anche a livello umano. La mente si abbandona anche fra una incarnazione e l'altra, non solo dopo lasciata la ruota delle nascite e delle morti.

La riprova della comunione di sentire a livello umano si ha dal fatto che gli uomini evoluti sono in numero inferiore agli inevoluti e ciò proprio perché i sentire meno limitati sono per una legge matematica meno di quelli limitati. Siccome ad ogni sentire corrisponde un individuo, ci sono meno individui evoluti che inevoluti.

E pensare che è tanto logico che il naturale destino di ogni essere sia la comunione! Se le cellule fossero rimaste indipendenti, autonome nella loro esistenza; se la natura non le avesse condotte alla reciproca cooperazione, interazione, non si sarebbero mai costituiti gli organismi con tutte le loro meravigliose possibilità di azione e di espressione. Il corpo di un uomo è il risultato della cooperazione di miliardi di cellule, di singole entità che in se stesse non hanno neppure la millesima parte delle possibilità che ha l'organismo da esse costituito.

E per quale motivo così non dovrebbe essere per la coscienza? Perché il sentire di coscienza di un uomo non dovrebbe essere il risultato e l'aggregazione, la comunione di più atomi di sentire?; quel sentire così sottile e complesso che è capace di indirizzare l'azione dell'umano in senso contrario a quelli che sono gli istinti naturali?; quel sentire che vince la razionalità, a sua volta vincitrice della forza bruta, perché il sentire di coscienza induce l'individuo a comportarsi contro il suo stesso interesse personale, « suprema ratio « della vita individuale? Quel sentire che anche per i materialisti è l'espressione più alta, più nobile che la natura può raggiungere perché e come potrebbe essere così complesso se non fosse il risultato, la sintesi di una molteplicità?

Questo pensiero vi spaventa perché concepite la comunione di due esseri come la fine di uno dei due; e ciò è un errore, come lo stesso concetto di essere.

Ripeto: non esiste l'essere che sente ma esistono tanti sentire che, legati l'uno all'altro per successione, logica, creano l'illusione dell'essere che sente.

Ebbene, questo Sentire, che nella sua definizione più semplice ed universale possiamo chiamare « coscienza di esistere «, non viene mai meno. Questo è importante. Che importa poi se la coscienza di esistere, il vostro attuale sentire di coscienza sia la conseguenza logica di altri numerosi sentire e se questi siano raffigurabili dislocati in senso verticale o in senso orizzontale, in una convenzionale scala dello spazio-tempo?

Certo è che il vostro attuale sentire è sempre la premessa logica di un altro più ampio, perciò, qualunque sia la struttura del sentire, la coscienza di esistere e quindi l'esistenza non viene mai meno.

Soffermatevi sulla vostra repulsione ad ammettere che il vostro attuale sentire sia una molteplicità costituita da tante esistenze.

Anche se non lo si ricorda, generalmente non si hanno difficoltà ad ammettere che si possono avere avute vite, in forma umana, precedenti l'attuale. La certezza di questo fatto, tuttavia, si ha solo se si ha il ricordo di quelle esistenze; eppure, come altre volte ho detto, il ricordo è una garanzia di poco affidamento.

Se ritornasse il ricordo di quelle esistenze, che cosa accadrebbe? Ricordereste la vita di personaggi che collochereste in certe epoche storiche; ma collocare questi personaggi nella cronologia storica sarebbe un fatto possibile grazie alla vostra attuale cultura, che conosce la successione degli eventi storici nei tempi; in effetti tale collocazione potrebbe non avvenire e le cose non cambierebbero.

Intendo dire che l'evoluzione non è un effetto del trascorrere del tempo: il tempo, oggettivamente, non trascorre affatto. L'evoluzione, semmai, è il retaggio della vita non importa dove e quando ubicata, purché lo spazio-tempo dia l'ambiente adatto all'ampliamento della coscienza individuale.

Il fatto che una ipotetica incarnazione al tempo della Rivoluzione francese sia successiva, nella cronologia, ad una avvenuta nel Rinascimento, non ha alcuna importanza. A rigore, ai fini dell'evoluzione individuale, è importante che le due incarnazioni siano avvenute, non altro.

Voi siete invece disposti ad ammettere una pluralità di esistenze purché bene ordinata in successione nel tempo, cosicché il filo del vostro io sia ben seguibile e distinto, perché avete una sbagliata concezione dell'essere e dell'esistenza.

Ma per quale motivo il filo della vostra individualità non può cucire vite collocate negli stessi tempi, dato che il tempo e lo spazio sono fattori relativi? Se è la contemporaneità che vi impedisce di ammetterlo, sappiate che la vera contemporaneità è quella del sentite; la quale può rendere contemporanei il primo “homo sapiens” di migliaia di anni fa con un selvaggio dell'Amazzonia di oggi, così come possono essere distanti decine di migliaia di anni di evoluzione una madre e suo figlio.

A voi la contemporaneità complica la comprensione della molteplicità delle esistenze, quale ve la sto illustrando, perché pensate alla possibilità teorica dell'incontro di due individui che appartengono alla stessa individualità.

Ma ditemi: perché le incarnazioni non potrebbero essere cronologicamente contemporanee, dato che il tempo non è oggettivo? Solo i sentire analoghi sono simultanei, perciò se fra l'intervistato e l'intervistatore vi fosse una diversa qualità di sentire ossia non vi fosse simultaneità di sentire, potrebbe benissimo darsi che le due personalità dell'intervistato e dell'intervistatore appartenessero alla stessa individualità; perciò, in un certo senso, quell'essere colloquierebbe con se stesso.

Che c'è di strano? Se la coscienza cosmica è Una, tutti in fondo facciamo parte di quell'Unico Essere e per quante

creature possiamo incontrare incontreremo sempre noi stessi: una parte del nostro vero essere.

Vi dirò di più e poi cesserò di scandalizzarvi. Perché sentire le due vite non può essere simultaneo? Forse che la visione dei due occhi è in successione l'una rispetto all'altra? Il fatto che ciascun occhio abbia una sua visione esclude che entrambi possano far capo ad uno stesso centro ricettore? E quel centro ricettore non percepisce in egual modo le due visioni, pur realizzando una sua sintesi che le trascende? Per quale motivo, il vostro sentire attuale non dovrebbe o non potrebbe essere il centro ricettore di tanti altri sentire singoli, appartenenti ad esseri dislocati nei loro spazi-tempi anche comuni?

Tuttavia c'è un principio, una legge che ordina la manifestazione dei sentire, ed è che sentire analoghi vibrano, si manifestano simultaneamente; mentre sentire diversi si manifestano in successione, dal più semplice al più complesso. La caduta di una limitazione origina sentire equipollenti, che perciò entrano in comunione, che sono sempre simultanei e possono appartenere ad individui che dividono lo stesso tempo e lo stesso spazio.

Lo Stesso tempo e lo Stesso spazio può essere diviso fra individui che hanno un sentire non analogo: essi non sono simultanei perché non entrano in comunione, tuttavia l'uno dei due può essere un sentire che, in qualità, contiene l'altro, essere cioè il risultato di comunione di sentire analoghi all'altro.

Eccettuati gli atomi di sentire, ogni sentire è composito e contiene, per ampiezza, per qualità, tutti i sentire di cui è centro ricettore. In lui sono contenute le vite degli esseri che manifestarono i sentire che li costituiscono; egli è tutti quegli esseri e nessuno di essi in particolare; quegli esseri, in lui, non sono annullati ma trovano la continuità della loro consapevolezza di esistere in quel sentire che li contiene tutti, ricco delle esperienze di ciascuno; perciò quel sentire non rappresenta una reciproca elisione degli esseri di cui è centro ricettore, ma un loro reciproco arricchimento.

Certo, questa Verità è incomprensibile per chi pensa al suo essere futuro come alla continuazione di se stesso. Come se, a comunione avvenuta, egli trovasse il ricordo dell'esistenza di altri esseri rimanendo però lui il personaggio vero. Ciò realmente sarebbe la morte degli altri esseri; ma per fortuna non è cosi; il nostro futuro essere è un essere del tutto nuovo che è tutti noi ma non è nessuno di noi in particolare; un essere in cui tutti noi ci riconosciamo, ci identifichiamo e troviamo la vera continuità, la vera sopravvivenza, la più vera esistenza.

Una tale concezione della Realtà, oltreché essere vera, fornisce una logica spiegazione dell'altruismo; fa comprendere come l'amore agli altri non sia un irrazionale ed innaturale atteggiamento dei mistici, ma piuttosto il naturale e logico sentire che ogni essere non può che trovare, dato che la completezza della propria esistenza sta solo nell'esistenza degli altri esseri.

Allora, come si può sentirsi superiori, più importanti degli altri, dal momento che ciascuno è indispensabile non tanto per la funzione che ha nei confronti dei suoi simili quanto perché rappresenta un centro di sentire unico e insostituibile?

Tutti gli esseri sono egualmente importanti.

Se anche tu fossi il sovrano dell'umanità non saresti più importante, dal punto di vista della manifestazione del sentire, del più sconosciuto e isolato degli esseri. Ogni sentire relativo, così prezioso ed unico, è un momento nella teoria dei sentire ognuno dei quali è eguale solo a se stesso, cosicché nella dimensione del divenire e della molteplicità ciascun essere, essendo sempre un sentire diverso, mai rimane identico a se stesso.

Convinciamoci di ciò; suscitiamo con la logica il corrispondente intimo sentire; rivolgiamoci al vertice della comune esistenza per realizzare quel contatto che è comprensione-liberazione:

“Sì, Padre, la mia presunzione mi fa così cieco della Tua grandezza, e della mia nullità, che vorrei, quale sono, essere eterno. Penso di avere tante qualità da avere il diritto di rimanere intatto eternamente come simulacro della perfezione umana. L'essere diverso dagli altri non mi spinge a comprendere ciascuno, come me, incompleto, ma mi fa sentire a loro superiore e meritevole della particolare Tua attenzione. Perciò rifiuto l'idea di entrare in comunione con loro”.

” Tutto questo, figlio mio, perché non ami.

Quando, dopo aver imparato a non uccidere, a non rubare, a non desiderare la roba d'altri, a non rendere falsa testimonianza, a onorare il padre e la madre, a non fornicare, a non desiderare la donna d'altri, a santificare le feste, a non nominare il mio nome invano, a non avere altro Dio fuori di me e perciò a pormi sopra ogni cosa, quando tu, per amore, dimenticherai tutto ciò, allora amerai veramente, di quell'amore che non conosce condizioni, timori, riserve; ed io ti dirò:

Hai molto amato e molto ti è perdonato. Amando veramente, tu comprenderai che nulla più ti importa di te stesso e che la più grande felicità è nella comunione con l'oggetto del tuo amore, scopo e coronamento finale della tua esistenza “.
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