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La caduta del muro
nell'Italia di Berlusconi

di EUGENIO SCALFARI

RICORRE domani l'anniversario della caduta del Muro di Berlino. La fine della guerra fredda. Sono passati vent'anni e sembra un secolo. È cambiata l'Europa, è cambiato il mondo ed è cambiata l'Italia. Forse è proprio l'Italia ad aver registrato un cambiamento maggiore che non gli altri paesi.

Spesso ci sorprendiamo a dire che, al di là delle apparenze, i problemi che affliggono il nostro paese sono sempre gli stessi. Ed è vero, ma è altrettanto vero che la società del nostro paese è profondamente diversa da quella del 1989. Il suo rapporto con le istituzioni, il suo rapporto con se stessa, la percezione che gli individui hanno della propria felicità.

Su questo aspetto è necessario riflettere perché coinvolge i modi di pensare, i comportamenti, il rapporto dei padri con i figli, l'assetto delle famiglie, la politica, la democrazia. Vent'anni fa il potere si identificava con la Dc di Giulio Andreotti e il contropotere antagonista con il Partito comunista italiano. Oggi il potere è Silvio Berlusconi, e il contropotere è disperso, cerca di ricompattarsi ma non ci riesce. Ha scritto ieri Gustavo Zagrebelsky che la difficoltà va ricercata nella società civile perché sia il potere sia il contropotere emanano dal fondo del paese; non sono fenomeni che galleggiano nel vuoto, effetti privi di cause. Non si manterrebbero neppure un mese se la società esprimesse il proprio dissenso e il proprio malcontento. Se ciò non avviene, è dunque nella società civile che bisogna fissare lo sguardo.
Chiedersi che cosa è accaduto dalla caduta del Muro in poi, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Il fatto più rilevante prodotto dalla caduta del Muro è stato la fine delle ideologie. Tutti si rallegrarono, sembrò qualcosa di simile alla rottura di un cordone ombelicale, un'immensa svolta di libertà, il passaggio dalla società dell'infanzia sottoposta a ferrea tutela ad una fase finalmente adulta di consapevolezza e di responsabilità.

Era questo il mutamento? Così fu festeggiato, non soltanto dai berlinesi e dalla Germania finalmente unificata, ma dal mondo intero.

In Italia vi fu un'analoga percezione. Dopo una lunga fase di politica ingessata con le bende dell'ideologia, si era finalmente liberi di decidere con la propria testa facendo saltare i castelli di carta, le “caste”, i luoghi comuni degli spot e degli slogan. Contenuti invece di propaganda, problemi e programmi concreti invece di fittizie barriere e sterili contrapposizioni.

Il potere si spaventò: si liquefaceva il cemento che aveva tenuto insieme sensibilità e interessi contrastanti. Il contropotere ebbe analoga percezione: il crollo del Muro aveva sancito la sconfitta definitiva del comunismo e l'implosione del sistema imperiale dell'Urss. Achille Occhetto, allora segretario del Pci, proclamò la fine del Partito comunista e l'approdo sulla sponda democratica concludendo così la lunga e decennale marcia di avvicinamento iniziata da Enrico Berlinguer.

Niente più ideologie e finalmente una democrazia compiuta. Nel resto d'Europa non vi furono, almeno in apparenza, fatti così traumatici. Quasi in nessuna delle grandi democrazie esistevano partiti comunisti di massa. In alcuni non ce ne era neanche l'ombra. Al di là delle apparenze tuttavia, i mutamenti furono altrettanto profondi. Per tutta la seconda metà del XX secolo infatti la politica aveva adottato sistemi di liberaldemocrazia sociale e mercati economici liberi ma regolati da norme, meccanismi di redistribuzione del reddito in favore dei ceti più deboli, interventi pubblici nella sanità e nella previdenza. Fu una grande stagione di liberal-socialismo, seguita ad una guerra rovinosa cui subentrò un sentimento di pacifismo largamente diffuso.

La caduta del Muro sancì la sconfitta storica del comunismo e liberò energie insofferenti di ogni regola, anche di quelle che presidiavano lo Stato sociale. L'implosione del comunismo produsse effetti anche sui partiti socialisti e socialdemocratici. Il pendolo non si arrestò a mezza strada. Non ci furono traumi, ma una graduale erosione della sinistra europea che durò a lungo ed è infine esplosa in tutta Europa.

* * *

In Italia il trauma della caduta del Muro ebbe come suo primo effetto una ribellione della società civile contro la corruttela che nel corso degli anni Ottanta era diventata sistema di governo decaduto al rango di comitato d'affari della partitocrazia. L'inchiesta giudiziaria che fu poi denominata “Mani Pulite” contro la “Tangentopoli” della casta al potere era stata preceduta da una sorta di furore che mobilitò per la prima volta non solo la sinistra ma gran parte dei ceti medi. Non era mai accaduto, il vincolo della guerra fredda imponeva che gli steccati ideologici venissero scavalcati e che si formasse una sola opinione pubblica.

Senza questo vero e proprio trauma, l'inchiesta giudiziaria del 1992 non sarebbe avvenuta e comunque non avrebbe avuto l'appoggio trascinante che si verificò. Sbaglia chi oggi sostiene che le forze politiche di governo furono decapitate dai magistrati “rossi”: Borrelli era un liberale, Di Pietro e Davigo più di destra che di sinistra; gli altri membri del “pool” si identificavano soprattutto con il loro ruolo di magistrati e non hanno mai smentito con i fatti questa loro lodevole identificazione.

Il furore popolare durò fino al '93, poi sbollì con la stessa rapidità con la quale si era manifestato. E rifluì.
Il grande e sempre più indistinto ceto medio di vocazione moderata era stato il vero protagonista della distruzione dei partiti di governo. Aspirava ad una rappresentanza politica e ad una partecipazione diretta. La classe operaia si era sfaldata, un ceto di artigiani, piccoli e piccolissimi imprenditori-lavoratori aveva popolato di officine e capannoni la larga fascia che da Brescia si irradia verso Treviso da un lato e la Romagna e le Marche dall'altro.

Milioni di persone non avevano altro desiderio che di abbattere i famosi “lacci e laccioli”, cioè le regole che presidiavano il corretto funzionamento del mercato, e di poter correre, anzi galoppare in una sterminata prateria dove mettere alla prova le loro capacità di iniziativa e di laboriosità. Magari aiutandosi anche con il lavoro nero e con l'evasione fiscale contro le dissipazioni di “Roma ladrona”.

La Lega lavorò su questo tessuto sociale. Berlusconi lo amplificò su scala nazionale. Tutti e due ci misero dentro una robusta dose di paura per la sicurezza personale e fu questo il cocktail micidiale che fece oscillare il pendolo politico dal furore moralistico dei primi anni Novanta verso la destra. Ma quale destra?
Non starò qui a ricordare le caratteristiche di questo movimento che vide in Berlusconi l'Uomo della Provvidenza. Dico soltanto che nel frattempo la percezione della felicità era profondamente cambiata: si vive attimo per attimo e in ogni istante si può e si deve spremere il succo di una felicità da godere qui e subito. La trasmissione della memoria si è bloccata. Il futuro è sulle ginocchia di un Dio, dovunque si trovi e ammesso che ci sia. Si confida comunque nei miracoli e meno male che Silvio c'è.

Fino a poco fa eravamo a questo punto.

* * *

Nel frattempo il vecchio Partito comunista aveva buttato alle ortiche il suo nome ma non si era sciolto per rifondarsi eventualmente su nuove basi ideali e sociali. Aveva cercato di preservare le proprie strutture, la propria classe dirigente, i propri insediamenti organizzativi. Perdendo per strada la parte ancora fortemente ideologizzata che non aveva digerito il contraccolpo della Bolognina. Guidato da D'Alema, poi da Veltroni, poi da Fassino. E fu proprio Fassino a mettere la parola fine, quella veramente definitiva, fondando il Partito democratico insieme ai cattolici e ai liberaldemocratici della Margherita.

Questa è stata la novità prodotta dall'Italia non berlusconiana. In mezzo a molti errori e a deplorevoli rivalità, la nascita di un partito democratico e riformista è stato il principale strumento d'una possibile ripresa quando il grosso della società civile deciderà che la strada del berlusconismo sta per sboccare in una rischiosissima avventura.

* * *

“Di fronte al fantasma che si aggira per l'Italia in queste ultime settimane, cioè alla proposta di un'elezione popolare diretta del Primo Ministro o del Capo dello Stato, non mi spavento ma mantengo tutte le gravi obiezioni che ho già altre volte espresso nei confronti di ogni forma di presidenzialismo. Non è certo un modo comprensibile alla gente, il parlare, un giorno dopo l'altro, in forme confuse e contorte, di vari presidenzialismi più o meno importati, dei quali anche coloro che le propugnano non hanno manifestamente conoscenza adeguata e meditata.

Credo inoltre che far ruotare per intere settimane una crisi politica intorno a problemi costituzionali sia pure urgenti, equivalga ad una contorsione violenta della soluzione politica di problemi attualissimi e preliminari. Essi sono: l'avvio più deciso del risanamento delle finanze pubbliche, la crescente emergenza disoccupazionale, soprattutto giovanile, la soluzione dei nodi vitali del Meridione, le regole per una disciplina antitrust e quelle per un'informazione pubblica oggettiva e paritaria.

Questo 'urgente più urgente' sembra essere ignoto o comunque del tutto posposto dai principali protagonisti di questa crisi politica che sembrano altrettante maschere tragiche di questa assurda vicenda”.

Questo testo non è mio né è stato scritto oggi. L'autore è Giuseppe Dossetti e la data è il 2 febbraio 1996, vigilia d'una campagna elettorale che portò il centrosinistra di Romano Prodi alla guida del Paese. Il berlusconismo non era ancora nella sua pienezza tant'è che fu sconfitto, ma aveva già conquistato una parte notevole della società italiana come si vide pochi anni dopo quando Prodi fu abbattuto anzitempo da “fuoco amico”.

Richiamo l'attenzione di chi mi legge sulle parole di Dossetti. Il presidenzialismo può essere uno dei modi della democrazia se rispetta ed anzi rafforza i poteri di controllo, i poteri di garanzia, i poteri neutri e insomma lo Stato di diritto; ma può esserne la tomba se si propone come unico potere autoritario e plebiscitario.

A questo sta mirando il presidente del Consiglio, che comincerà tra breve con una riforma della giustizia con due obiettivi: bloccare i processi che lo riguardano e smantellare il Consiglio superiore della magistratura. Intanto prosegue lo smantellamento di ogni pluralismo nella Televisione pubblica.

Seguirà il tentativo di [u]cambiare la composizione della Corte Costituzionale per renderla più arrendevole al potere politico. Sarà infine la volta di un mutamento radicale della Costituzione con l'elezione diretta del Capo dell'Esecutivo, quando già i poteri di controllo e di garanzia saranno stati resi evanescenti.
[/u]
Questa è la situazione in cui ci troviamo vent'anni dopo la caduta del Muro e delle ideologie. Sono cadute tutte ma una ne è rimasta ed è molto più ingigantita: è l'ideologia del potere per il potere, il potere intoccabile e incontrastato, una sorta di Leviatano del XXI secolo che ha nelle sue mani le tecnologie del XXI secolo: un altro cocktail micidiale. Perciò è l'ora di serrare i ranghi e non sparpagliarsi. Ed è ora che la società civile prenda coscienza di quanto accade e assuma su di sé la responsabilità di metter fine a questa sciagurata avventura.

(8 novembre 2009)
http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/scalfari-editoriali/8novembre/8novembre.html

Scalfari come al solito non delude mai! :bravo:

… ho trovato molto carina/divertente la vignetta di Giannelli sul Corriere … eccola:

:hehe: