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Monti, alta finanza, fine della politica

Scritto da Gaetano Colonna
Lunedì 14 Novembre 2011 00:37
Politica e Beni Comuni
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di Gaetano Colonna – clarissa.it.
Con nota di Pino Cabras in coda all'articolo.

L'attuale crisi economica ha la sua origine nella speculazione che nel corso degli anni Novanta e nei primi anni del nuovo secolo, grazie alla creazione dal nulla di moneta e a nuovi strumenti di scommessa sul valore futuro di titoli e materie prime (futures, bond, derivati, ecc., nel complesso stimati prudenzialmente in oltre 500.000 miliardi di dollari, più di 10 volte il PIL mondiale), ha consentito straordinari profitti alle grandi società multi-nazionali dell'alta finanza, determinando una “moltiplicazione del debito” a carattere di massa, mai conosciuto in precedenza nella storia mondiale.

Quando la crisi è esplosa, tra l'estate del 2007 e l'autunno del 2008, il governo statunitense in primo luogo e, su sua spinta, l'Unione Europea, hanno fornito uno straordinario sostegno finanziario alle principali società finanziarie, dopo il crollo di alcune di esse (14 settembre 2008, fallimento della Lehman's Brothers): migliaia di miliardi di dollari sono stati rastrellati sui mercati dei capitali per supportare le istituzioni finanziarie, in tal modo assicurando impunità ed immunità al mondo della finanza speculativa, evitando che la grande bolla dei “titoli tossici” esplodesse, rivelando l'inconsistenza in termini reali degli asset dichiarati dalle maggiori istituzioni finanziarie.
Oltre a riversare le perdite delle grandi banche sulla collettività, nel momento in cui la crisi globale del sistema produttivo statunitense fa dell'economia Usa il grande malato mondiale, la strategia della presidenza Obama ha gettato sull'Europa, che tentava di bilanciare il sostegno all'alta finanza con la conservazione dell'economia sociale di mercato di impronta mitteleuropea, la responsabilità del cosiddetto “debito sovrano” mondiale, nonostante spesso in Europa, come nel caso italiano, il debito pubblico, segno distintivo di un'inefficienza derivante dai condizionamenti della partitocrazia, si accompagna in realtà a economie vitali e dinamiche, assai meno schiave del debito di quelle anglo-sassoni.
La crisi finanziaria di Wall Street si è così trasformata, nel corso del 2011, in un vero e proprio attacco al sistema politico-economico dell'Unione Europea, spinto ad arroccarsi intorno alla difesa della moneta unica, in quanto privo di una qualsivoglia proposta alternativa: la Grecia, un'economia drogata dall'ingresso del Paese nell'euro, ha così rappresentato il tallone d'Achille dell'Unione, occasione ideale per la leadership europea imperniata su Germania e Francia di allinearsi fedelmente alla politica nordamericana di supporto alla finanza internazionale, senza riuscire ad elaborare strategie diverse da quelle che un tempo si chiamavano del Washington consensus, dimostratesi perdenti negli anni Novanta, come insegnano oggi il caso Argentina ed il caso Islanda.
Sulla Grecia e poi sull'Italia, i Paesi mediterranei nei quali lo Stato nazionale moderno è storicamente debole e soggetto al condizionamento dei poteri forti, si è quindi concentrato l'attacco della speculazione finanziaria nel corso dell'estate 2011, grazie ad un'accurata regia delle società di rating (che, controllate dai maggiori fondi di investimento internazionali, hanno sostenuto le società della speculazione anche quando prossime al fallimento) e dei maggiori gruppi finanziari: assumere il controllo di questi Paesi diventa ora strategico, affinché il salvataggio della finanza speculativa sostenuto dalla moneta europea non travolga economie come quella francese e tedesca, crisi che potrebbe suscitare una reazione europea contro le scelte degli Usa.
Proprio quando, come suo ultimo atto alla guida del Financial Stability Board, Mario Draghi stilava la lista delle Global Sistemically Important Financial Institutions (G-Sifi), le 29 banche a livello mondiale, fra le quali undici banche europee, too big to fail (“troppo grandi per fallire”), i due anelli politicamente più deboli dell'Unione Europea, Grecia e Italia, vengono posti sotto il controllo delle istituzioni comunitarie, del FMI e della stessa amministrazione americana (si vedano gli arroganti moniti del ministro statunitense dell'economia Timothy Geithner, in occasione della sua inusuale partecipazione al vertice Eurogruppo dell'11 settembre, su invito di una compiacente Polonia).
Poi, dinanzi al rischio di reazioni e resistenze “politiche” nei due Paesi (il referendum in Grecia di Papandreu; i tentativi di guadagnare tempo di un Berlusconi sbeffeggiato dai partner comunitari), si arriva allo straordinario, all'inedito, alla diretta imposizione di candidati “tecnici”, premier espressione degli interessi finanziari internazionali, quali apertamente sono Mario Monti e Lucas Papadimos.
Si tratta di un'imposizione che colpisce alla radice i principi essenziali insieme della sovranità politica (come teorizzata a partire dal Seicento) e della democrazia rappresentativa (come organizzata a partire dal XIX secolo): abbiamo infatti per la prima volta l'ascesa di capi di governo non espressi né dalle istituzioni parlamentari né dalla stessa Nazione, una manifestazione realmente nuova dell'arcanum imperii, nella quale a un “colpo di stato” si somma un “colpo allo Stato”, nel senso che in questa maniera si annienta istituzionalmente il cuore giuridico dello Stato-nazione moderno, senza alcun bisogno di una rivoluzione alla 1789 e alla 1917, vale a dire come la intendevamo finora – a dimostrazione della fine della politica.
Non colpisce che si sia finalmente arrivati a mostrare che il re democratico “è nudo” dinanzi al potere patologicamente acquisito, nel corso del XX secolo, dal capitalismo finanziario internazionalizzato. Non sorprende nemmeno che il mondo dei grandi interessi economici, di orientamento sia massonico che cattolico, plauda oggi all'ipotesi Monti in Italia. Da questo punto di vista, si tratta di un passaggio storico importantissimo, certo, ma solamente perché dà agli attori mascherati della storia italiana la tranquillità di poter scoprire finalmente il loro gioco che quasi ininterrottamente dura da centocinquant'anni.
Ma quello che è veramente utile, è bene dirlo con estrema chiarezza, è che la sinistra italiana, sostenendo Mario Monti, ha finalmente concluso il percorso su cui è stata abilmente portata per mano, nel corso di meno di un secolo: dalla scelta di servire gli alleati anglo-americani nel '43-45, all'adesione alla Nato con Berlinguer, al supporto alle azioni di polizia internazionale anglo-sassone (Balcani, Iraq, Afghanistan, Libia), all'omaggio di D'Alema alla City londinese, finalmente al sostegno all'uomo di Goldman Sachs, della Trilateral, dell'Aspen Institute, del Gruppo Bilderberg. Chi oggi in Italia si identifica ancora con la sinistra italiana, non potrà dunque più fingere di sapere chi sono i veri padroni e chi sono i loro servi.
Questo ci fa sperare che da ora in poi si possa finalmente tornare a parlare con consapevole spregiudicatezza del ruolo dello Stato, dell'organizzazione dell'economia, del significato della libertà. Solo da qui può partire il cambiamento ed il rinnovamento dell'Italia e dell'Europa.

Nota di Pino Cabras.

L'articolo di Colonna unisce molto bene i punti del disegno politico e finanziario che negli ultimi anni – all'interno delle ramificate dinamiche della crisi globale – ha portato al drammatico precipitare delle crisi italiana e greca, con implicazioni enormi dal punto di vista costituzionale, che avranno conseguenze gravi e durature.

Meno convincente, tuttavia, e a tratti sbagliato, appare il giudizio sulla sinistra italiana, le cui relazioni con la stabile presenza anglosassone nelle vicende politiche nazionali non possono essere certo ridotte a una sorta di coerente percorso di asservimento. Nel 1943-45 era in corso una guerra spietata e globale, che in Italia aveva una declinazione stratificata e complessa di guerra civile, di guerra economica e di classe, nonché di guerra di liberazione, e in cui si intrecciavano le strategie delle potenze in guerra. Le classi dirigenti di quei tempi di ferro e di fuoco valutavano i rapporti di forza in modo molto pragmatico. L'alleanza che legava provvisoriamente le potenze anglosassoni e l'Unione Sovietica si rifletteva certamente in guardinghi compromessi e si sporcava le mani in termini di intelligence, diplomazia, rapporti politici, scambi economici. Il che è ben altra cosa che imputare tutto ciò alle sinistre italiane in termini di “scelta di servire gli alleati anglo-americani”, laddove il regime che aveva portato l'Italia in guerra fino al punto di non ritorno sceglieva, eccome, di “servire” subalternamente la Germania di Hitler.

Anche sull'adesione alla Nato da parte del Pci di Enrico Berlinguer occorre fare attenzione ai giudizi trancianti circa le sue motivazioni. Possiamo discutere sull'efficacia di quella strategia, ma dobbiamo inserirla all'interno della questione del Compromesso storico, ossia una linea politica elaborata mentre in Italia imperversava la Strategia della tensione intanto che la sinistra sudamericana veniva massacrata dall'amministrazione USA tramite Pinochet e i suoi emuli. Berlinguer partiva da un’analisi pessimistica della nostra società, in cui registrava la debolezza strutturale delle nostre istituzioni democratiche nonché la costante tentazione autoritaria in una parte significativa delle classi dirigenti che trovava sponde nelle strutture Nato. L'analisi era associata alla convinzione che solo la difesa del sistema dei partiti, così come configuratosi ai tempi della Resistenza, potesse lasciare spazio alla possibilità di rinnovare e trasformare l’Italia, perché in quel sistema c'era un nucleo di sovranità ancora in grado di resistere a quelle strutture ingombranti, con cui doveva comunque rapportarsi. Questa scommessa politica, con l'omicidio di Aldo Moro, fu certamente sconfitta. Ma il tentativo di un compromesso come quello perseguito da Berlinguer fu esattamente il contrario di un progetto di definitiva cessione di sovranità, essendo invece un disegno di ampio respiro volto a emancipare la politica italiana contando sul peso elettorale via via notevolmente accresciutosi del Partito Comunista.

Altra cosa è il giudizio su chi è ha preso le redini della sinistra dopo. La sinistra della cosiddetta Seconda Repubblica è stata distrutta dai suoi dirigenti. In parte è stata una demolizione controllata. In parte un oceano di incapacità di studiare le vere forze dell'economia e della politica internazionale. Il punto d'approdo, e qui concordo, oggi è in una relazione servo-padrone in cui i dirigenti dei partiti che hanno ereditato l'insediamento della sinistra sono coerentemente servili. E il padrone sta fuori dal nostro paese.