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Articolo 18, abrogarlo non salverà nessuno
Scritto da Sirio Valent il 19 dicembre 2011 in Economia
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Il ministro Fornero:

La priorità dell’Articolo 18. Disoccupazione all’8%, in volo (secondo Confindustria) verso il 9. Novecento milioni di ore di Cassa integrazione richieste dalle aziende a novembre 2011, e per i sindacati “arriveremo al miliardo prima di Natale”. Quarantasei tipi di contratto precario per oltre 3 milioni di italiani, e altri tre milioni sommersi nel lavoro nero. Sono questi i numeri da guardare, quando si discute di mobilità e articolo 18. Specie se si definisce “tabù” il no dei sindacati, che dal 2001 insistono a difendere la norma dai vari Sacconi, Damiano, Maroni.
Perché modificarlo? Il ministro Fornero, nella recente intervista al Corriere della Sera, chiede ai sindacati un confronto “senza tabù e intellettualmente aperto”. Parafrasando lo storico leader sindacale Luciano Lama, la Fornero propone uno scambio “generazionale” tra anziani e giovani: gli anziani cedano sull’articolo 18, i giovani otterranno la fine del precariato grazie al contratto unico. A suo parere, aumentare la “flessibilità” dei lavoratori con contratto indeterminato permetterebbe alle aziende di assumere con maggiore serenità i giovani precari, attraverso contratti “gavetta” a salario graduale.
I dati reali. Dal 2005 le ore di cassa integrazione richieste dalle aziende non scendono sotto il miliardo all’anno, a dimostrazione dell‘uso permanente del CIG. Questo significa che le aziende già oggi licenziano e mettono in mobilità i lavoratori, nonostante l’articolo 18 e al netto del precariato. D’altra parte, le assunzioni non si vedono: la disoccupazione cresce (9% per Confindustria, forse 11% l’anno prossimo).
Non è l’Articolo 18 il problema. Nel ragionamento della Fornero manca un tassello: la produttività aziendale. Il nanismo delle imprese italiane non è legato alla possibilità di licenziare – lo fanno già con scioltezza – ma alla mancanza di competitività industriale. I nostri prodotti, semplicemente, non vendono come vorremmo. Sul fronte interno, la domanda è in contrazione da tempo, a causa del divario salari reali-prezzi (la perdita d’acquisto netta è vicina al 2%). Licenziare – ovvero sottrarre reddito alle famiglie e metterle sulle spalle delle Casse Previdenziali, nei casi in cui intervengono – aiuterebbe l’economia? Perché allora non parlare degli investimenti mancati delle imprese e degli incentivi alla qualità mai erogati? Perché, per rilanciare le assunzioni, si deve per forza “concedere” il licenziamento indiscriminato?