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Anonimo

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SOLO UN SANTO CI PUÒ SALVARE DALLA CRISI…
Postato il Domenica, 25 dicembre @ 03:52:43 CST di supervice

DI ENRICO GALOPPINI
Europeanphoenix.com
Tutti quanti – da “Porta a Porta” al sito internet più “alternativo”, in buona e in malafede – provano a dire la loro sulle cause della “crisi” e sui modi per uscirne. Chi proponendo questa o quella “manovra” o “provvedimento”; chi una “riforma delle istituzioni” partendo dal presupposto che la via d’uscita sta nella “procedura”; chi, per la verità sempre più minoritario ed attaccato ad un’idea politica, o “rivoluzionaria”, della “soluzione”, indicando questa o quell’altra ideologia o “nuova sintesi”…

Ognuno crede o spera di avere l’uovo di Colombo in mano, o almeno un pezzo della “soluzione”. Il pacifista: “stop alle spese militari!”; l’ambientalista-decrescentista: “basta con le grandi opere! torniamo al baratto!”; lo sviluppista: “sviluppo, crescita e grandi opere!”; il leghista: “via da Roma ladrona, secessione!”; il liberista: “c’è troppo stato [con la “s” minuscola], liberalizziamo tutto!”; il comunista: “statalizziamo tutto!”; l’“antipolitico”: “tagliamo gli stipendi d’oro dei parlamentari!”; il coscienzioso: “finiamola con gli sprechi!”; la/il femminista: “più donne nei posti di comando!”; l’anticlericale: “facciamo pagare l’ICI alla Chiesa!”; l’antiberlusconiano: “se ne vada Berlusconi!” (ed è stato l’unico effettivamente accontentato). Fino al completamente rincitrullito dalla propaganda, il quale è stato convinto che “bisogna sanare il debito!” (un “debito” completamente inventato dall’esistenza della moneta-debito di proprietà delle banche private) e perciò farsi tassare anche l’aria che si respira.

Qualcuno, timidamente, azzarda una soluzione che faccia intervenire la “religione”, ma la sua voce non è né forte né chiara, troppo compromessa con l’andazzo generale e il sistema dominante, e perciò non credibile.

Pochi ammettono invece che questa “crisi” è epocale e coinvolge tutti gli aspetti che caratterizzano sia l’essere umano che il suo vivere comunitario. È una “crisi di civiltà”, solo che la maggioranza delle persone non se ne rende ancora conto.

Ma prima di affrontare questo punto essenziale, torniamo alle “soluzioni” proposte per ‘tamponare la falla’ e tirare ancora un po’ avanti con questo cadavere in buona salute che è la “civiltà moderna”, fintanto che il puzzo di morte non diventerà insopportabile. Prendiamo l’ultima delle “soluzioni” summenzionate, quella che prevede i classici “sacrifici”, le “lacrime” e il “sangue”.

Ma per onestà morale ed intellettuale bisogna considerare sia chi predica i “sacrifici” sia chi i “sacrifici” è chiamato a farli.

Sorvoliamo per un attimo sul fatto, non di dettaglio, per carità, che questa “crisi” è cercata, voluta, consustanziale ad un sistema che si regge sul dominio del denaro, allo scopo di facilitare il raggiungimento di determinati scopi nient’affatto politici ed economici… Ma la regola numero uno che informa l’esistenza sia di chi chiede i “sacrifici” ed ha il potere per imporli, sia di chi questi “sacrifici” dovrà farli perché non ha via di scampo, la regola numero uno è l’egoismo (predominio dell’illusione del cosiddetto “io”) e la mancanza di “amore” verso il prossimo (che genera l’egoismo). Si tratta, perciò, di temi sempre attuali, che però i momenti di “crisi” esaltano particolarmente, perché quando ci s’illude che “tutto va bene” è più faticoso fare i conti con quello che è in realtà l’uomo nella sua “vita ordinaria”.

Da un lato, quello di chi chiede i “sacrifici”, non si capisce infatti come possano dei ricconi sfondati, dei privilegiati, dei personaggi che dal punto di vista materiale dalla vita hanno avuto tutto (ma loro, sempre più “americanizzati”, si diranno: “Mi sono fatto da solo! E tu, che vuoi da me?”), continuare a guardarsi allo specchio senza provare un minimo di vergogna mentre chiedono di “tirare la cinghia” a chi fa una vita che non sopporterebbero nemmeno per mezza giornata. Li vorrei vedere, infatti, a stare alla presse, ai turni di notte, nei cantieri al caldo e al freddo, ad asfaltare le strade, in miniera fino a 65, ma no, a 67, magari facciamo a 70 anni… E le loro mogli, con la domestica tutti i giorni e magari anche la donna che viene a stirare (più la “tata” e la “dog-sitter”), a fare la vita di poveracce che per 800-1.000 euro devono sputare sangue mattina e sera.

Ma non provano un po’ di vergogna ogni tanto queste facce toste? Ma dove ce l’hanno la coscienza?

Adesso, dal cilindro, la classe dei dominanti ha tirato fuori l’idea dei “professori”, per la verità nemmeno troppo originale perché è la stessa sfoderata ogniqualvolta che ai “politici” non si può far fare la pessima figura di chi ti ficca due canini nella giugulare per estrarne il prezioso e vitale liquido.

Poi quelli, da bravi e rimpinzati “camerieri dei banchieri”, dopo aver simulato di “farsi da parte” per “carità di patria” ritorneranno a questuare il solito “voto”, dando la “colpa” della “crisi”, che sarà peggiorata, a quei vampiri mascherati da “professori”.

È ovvio che si tratta di un lurido e meschino gioco delle parti. Di una sceneggiata degna di Totò e Peppino che però non fa nemmeno ridere perché di mezzo c’è la vita concreta delle persone.

Ma cosa gliene frega delle “persone” a chi praticamente vive su “un altro pianeta”? Non so se ve ne siete resi conto, ma questa gente che chiede “sacrifici” piagnucolando a comando vive davvero una vita che in comune con quella della “gente normale” ha solo il fatto di trovarsi nella medesima dimensione spazio-temporale. Per il resto è completamente diversa, più comoda e agiata, dalla nascita (in una lussuosa clinica privata con stanza singola, mentre la massa viene al mondo “in batteria”) alla morte (sistemati in sfarzose “tombe di famiglia” coi media che ci faranno “partecipare la dolore” addirittura dopo il loro trapasso se eventualmente capiterà che la bara venga trafugata: per la massa ormai ci sono i “funerali low cost”, si fa per dire).

Verrebbe da pensare: ma se davvero la “gente normale” a Lorsignori fa schifo e ribrezzo al solo pensiero, tant’è che non ci si mescolano mai (con l’unica farsesca eccezione della giratina pre-elettorale nei “mercati”), perché non se ne vanno a vivere in totale separazione, il più possibile lontani, costituendosi in “Regno dei ricconi”?

Eh no, non è possibile, perché i loro privilegi sono fondati sullo sfruttamento del prossimo. Quindi, in un certo senso, devono vivere “in mezzo a noi” per quel tanto che gli basta per imporci tutto il loro sistema definito “legale”, ma il più possibile “separato da noi” per quanto riguarda la vita concreta (scuola, ospedali, spesa, quartieri abitativi, vacanze ecc.).

Comoda la vita in questo modo, eh?

Ci vuole davvero una bella faccia da…per mettere una tassa sui libretti postali, quando si possiedono stipendi e pensioni plurime, più emolumenti per consulenze varie e conti all’estero (più partecipazioni azionarie ecc.). E non è moralmente ammissibile che si architetti di tassare la prima ed unica casa, quando delle case che si possiede s’è perso il conto.

Non si capisce davvero se questi personaggi si guardano mai allo specchio, il quale, è noto, non riflette mai l’immagine dei vampiri.

Sui privilegiati, che sono poi i più arrivisti e scaltri, i meno empatici col prossimo, si potrebbe andare avanti parecchio, ed è abbastanza facile criticarli perché di spunti evidenti ne offrono parecchi.

Ma che dire di chi sta “dall’altra parte della barricata”? Qui, apparentemente, dando retta ad una retorica che attraversa sia ambienti “laici” che “religiosi” e che decanta al meglio nel cosiddetto “cattocomunismo”, ci troveremmo al cospetto di “sfruttati” ed “oppressi” (il che è senz’altro vero su un determinato piano), di “pecorelle sbranate dai lupi”, della proverbiale “gente onesta”. Mi riferisco naturalmente a quella massa che gira e rigira tutta la vita nella stessa ruota, come un criceto, per “arrivare a fine mese” (quando va bene) e magari anche qualcosa di più, ma che sostanzialmente trascorre la vita passivamente, nell’acquiescenza verso un sistema profondamente ingiusto perché “disumano”, con costi esistenziali – anche a fronte di qualche “soddisfazione” (la macchina nuova, la “bella casa”, il “viaggetto” eccetera) – sempre più insostenibili.

Eppure, illudendosi d’aver percorso chissà quanta “strada” nella routine, non ci si rende conto di essere sempre fermi lì, nello stesso punto.

La “colpa” essenziale della famosa “gente normale” (altrimenti detta “onesta” o “per bene”) è quella di condividere in tutto e per tutto i valori, i punti di riferimento dei dominanti. I quali, se ai piani altissimi sono a tutti gli effetti dei dinasti (legati tra di loro con matrimoni come faceva la più classica delle “nobiltà”), ai piani alti ed intermedi sono individui cooptati, selezionati per le loro “qualità” da chi sta sopra di loro. Intendiamoci, “qualità” che non sono affatto la “preparazione”, il “merito” e – horribile dictu – il desiderio di operare per il “bene comune”. In un certo senso, quindi, questa è una “società aperta” per davvero, perché permette anche a chi nasce nei “piani bassi” di accedere ai “piani alti”: sennonché il criterio di selezione è perverso e privilegia i più arrivisti e scaltri, pronti a far la pelle al prossimo, dimentichi addirittura delle eventuali “umili origini” (non a caso questo sistema propone volentieri al gran pubblico gli esempi di “gente normale” che ha “avuto successo” e s’è arricchita).

Per uno che “ce la fa”, però, ve ne sono dieci che non ce la fanno. Ma dentro di sé condividono l’impianto ideologico e valoriale dei dominanti, più o meno entusiasticamente, talvolta perché non hanno sentito nessun’altra “campana” e scorto perciò alcuna “alternativa” concreta. Ad eccezione di coloro che non ne volevano sapere di “farcela” perché amano il quieto vivere: solo che questo sistema alla fine non glielo permette, se intendono mantenere un minimo decoro.

Ricapitolando: il sistema vigente si regge su una ideologia (non è vero che le ideologie sono solo il “fascismo”, il “comunismo”, il “socialismo”, eccetera) e una prassi fatta di rapporti sociali, di lavoro eccetera, e l’una puntella l’altra. Ma sopra di tutto esiste un “credo”. Eh già, vi fanno credere, appunto, che solo i superstiziosi e “gli antichi” hanno e avevano un “credo”. No no, questo sistema postula il credo del… “non credere”! Che è pur sempre un credo. A parte alcune pittoresche eccezioni buone per fare un po’ di “colore”, l’andazzo vigente, per poterlo sopportare, presuppone – sia che si faccia parte della minoranza dei ricconi che della maggioranza della gente che “tira la carretta” – la condivisione di una “idea” di fondo, che costituisce il perno di tutto il resto (economia, politica, società, cultura, eccetera). In fondo, lo schiavo migliore è quello che non sa di esserlo, quello che aspetta che altri vengano a liberarlo, quello che quando la casa del padrone va a fuoco si agita e strilla più dello stesso padrone.

Il perno attorno a cui ruota tutto quel che le varie ideologie o tendenze culturali criticano settorialmente (ne abbiamo dato un saggio all’inizio), individuando anche puntualmente il dettaglio ma perdendosi nell’interpretazione di sintesi, è: “Credi solo a te stesso, tanto dopo la morte finisce tutto”.

Da questo assunto, che lentamente è penetrato nelle coscienze, con un lavorìo di secoli a opera di ambienti turpi e osceni di cui fan parte quelli dei “piani altissimi” (i quali per raggiungerli han dovuto eliminare fisicamente e svalutare nell’immaginario collettivo chi li occupava precedentemente), da questo assunto discendono tutti i disastri, i disordini nei vari ambiti. Da ciò deriva la “crisi” di cui si parla tanto ma a sproposito, perché non si vuol prendere atto che essa è totale, onnipervasiva, non dando spazio a interpretazioni di comodo e parziali, né alla ricerca di facili e rassicuranti “soluzioni”.

Se c’è un vantaggio in questa “crisi” questo è la possibilità di accorgersi che non ha senso passare la vita a “far girare la ruota” come un criceto. Un giorno, il cuore del “criceto” smette di battere, e cosa dirà alla fine il malcapitato quando “passerà oltre”? Potrà giustificarsi dicendo che lui, poverino, conosceva solo la “ruota” e sapeva che più correva e meglio sarebbe stato per lui?

Sbagliato! Perché il “criceto” ha pensato solo a sé stesso, per tanto grande, bella e divertente fosse la “ruota”, col mangime che arrivava puntualmente. E mentre lui correva per dare piacere al padrone, gli altri “criceti” correvano anche loro, ciascuno nella propria “ruota”, nemmeno sfiorati dal dubbio che tutti quanti passassero la vita allo stesso inutile modo. E attenzione, i criceti benestanti e privilegiati, tra l’altro, hanno gabbie bellissime, pulite e spaziose, con ruote fantastiche! Pare vi sia addirittura chi ha inventato una ruota che funziona grazie al movimento di tante altre piccole ruotine: davvero una furbata, così evita di ammazzarsi di fatica, ma anche lui gira tutta la vita in una “ruota”…

Ora, può un criceto (questa volta intendo quello vero!) avere cognizione del fatto che non è stato creato per girare solo e sempre nella ruota per soddisfare qualcun altro? No, ma gli uomini possono saperlo perché sono stati informati.

Ogni tanto, anche il criceto-uomo più affannato nella corsa dentro la ruota è assalito dal dubbio che “no, non è possibile, la vita non può essere questa!” E quello è il momento per cominciare a smettere di girare a vuoto, prendere un gran bel respiro e porsi alla ricerca.

Di una “via d’uscita”. Dalla “crisi”, che in un certo senso c’è sempre stata, ma che oggi, se solo si smette di “girare” appare in tutta la sua evidenza. Per questo, nella “crisi”, che ciascuno interpreta parzialmente e con intenti “riformistici”, c’è l’uscita dalla “crisi” stessa.

Se la ruota non gira più e, dopo aver preso fiato, ci si rende conto che non è poi troppo esaltante riprendere a “girare”, la cosa più sensata da fare è mettersi alla ricerca. Ma attenzione, perché si verrà circuiti e abbindolati con “ruote” sempre più attraenti, di fronte alle quali è un’impresa titanica resistere alla voglia di fare un giretto… Non bisogna farsi tentare.

Accade infatti che in ogni epoca c’è sempre qualcuno che è riuscito a non farsi più tentare e ha smesso di fare il “criceto”. Quel qualcuno ha realizzato (quindi non solo “capito”) nel suo stesso “essere” (colmando lo iato tra “il dire e il fare”) che non siamo stati creati per girare a vuoto tutta la vita in quella “ruota” che è il nostro ego. Ma tutti ci siamo convinti che ciascuno deve “correre da solo”, e questa è la radice dell’egoismo su cui si basa tutto questo sistema che poi non ci piace in questo o quell’aspetto. Un egoismo “trasversale”, che accomuna sia i privilegiati che la “gente normale”, sia gli “oppressi” che gli “oppressori” della retorica ideologica.

Non ha detto forse Gesù “ama il prossimo tuo come te stesso”? Chi è in grado, oltre che proclamare quest’insegnamento, di realizzarlo? Solo chi, dopo un’ascesi rettamente orientata e con l’ausilio della misericordia divina, riesce a trascendere il proprio “io” illusorio. Ma il guaio è che oggi sono addirittura poche le persone che “amano se stesse”, figuriamoci il “prossimo”! Ecco che si capisce che “amare se stessi” davvero, fino in fondo, non è affatto facile, ma è la precondizione per amare anche il “prossimo”.

Chi riesce a trascendere i limiti del proprio “io” illusorio è propriamente detto un “santo”. Egli non vive più secondo i propri schiribizzi e le convenzioni dell’epoca, ma vive secondo la “legge di Dio”. E la “legge di Dio” è sempre stata comunicata, in ogni epoca, a tutti gli uomini: ciascuno vi si adegua come può, a seconda della propria “volontà” (qui sta il “libero arbitrio”), ma solo pochissimi vi si conformano vivendola integralmente.

Ma figuriamoci se nel Duemila bisogna ancora credere ai santi! I “santi” – quando non li hanno già depennati – non sono solo sul calendario? Tutt’al più sono sopportabili dei “guru”, dei “santoni”, dei personaggi buoni per qualche “consiglio morale” (tra cui oggi abbondano “intellettuali”, cantanti e attori!).

Eppure… l’essere umano, se non esistessero alcuni, viventi, che sono stati in grado, grazie ad una ascesi, di trascendere la propria ristretta individualità, il proprio egoismo, l’essere umano verrebbe semplicemente a sparire, riducendosi ad una scimmia ed in ciò inverando al contrario la “teoria dell’evoluzione”…

Questo vuol dire che tutti devono diventare “santi”? Non è possibile letteralmente, poiché l’ambito della spiritualità è l’unico in cui non è possibile barare. Esso è “élitario”, “selettivo” di fatto, non perché qualcuno ha posto qualche “convenzione” o “regola”. Però in un certo senso l’affermazione corrisponde a realtà, poiché è possibile ricevere da essi un esempio ed una “influenza spirituale”.

Il mondo intero può beneficiare ormai solo dalla presenza dei santi, gli “amici di Dio”. Essi ci ricordano che l’egoismo, l’individualismo, l’incapacità di trascendere i propri limiti (“io sono fatto così!”) e di vedere se stessi negli altri (“io sono il centro del mondo!”) seminano discordia, veleno, trasformando quello che potrebbe essere un “paradiso” in un “inferno”.

Lo scopo dell’”Avversario” dell’uomo, infatti, contro cui hanno combattuto, sconfiggendolo, proprio i santi d’ogni epoca, e che per questo bisogna il più possibile frequentare ed ascoltare conformandosi al loro insegnamento ed esempio, lo scopo dell’unico vero “avversario” dell’uomo (che non sono “gli altri”, né, alla fine, “il mondo” che non ci piace) è quello di non farci scorgere che “Dio è bello ed ama la bellezza” e che tutto, ma davvero tutto, risponde ad un piano ordinato “a fin di bene”, per il nostro bene; solo che rinserrandoci nelle nostre piccole individualità, nelle paure d’ogni tipo che questo sistema inocula come il veleno, girando all’infinito nella ruota del criceto non ci accorgiamo della grande irripetibile occasione che ci è stata data e di cui ci accorgeremo solo dopo che… la ruota avrà smesso di girare perché il nostro cuore si sarà fermato.

I santi hanno questa funzione. Stanno a ricordarci, ad ammonirci col loro esempio e la connessione col divino, la fonte dell’Essere, che questo mondo è solo una “palestra”, un “trampolino di lancio”, non una ruota da criceti. Che questo mondo non ha alcunché di “sbagliato” ma siamo noi che lo rendiamo sempre più opaco coi veli della nostra “ignoranza” e mancanza d’amore. Che ogni istante è un’occasione per fare dei “progressi”, per migliorarsi e, per contagio, migliorare gli altri. Ma attenzione al “fai da te”: come per ogni viaggio in un terreno inesplorato, serve una “guida”.

Che cosa diremo quando saremo chiamati a rendere conto di come abbiamo sfruttato questa “occasione” che è la vita? Che per colpa di questo fatto o quest’altro, o di quel tale o quell’altro, non “abbiamo avuto tempo”? Che cosa diranno i ricconi, i privilegiati che chiedono “sacrifici” agli altri, gli adoratori più o meno inconsapevoli (c’è sempre un certo grado di inconsapevolezza in questo) del Demonio? Avranno una scusa i “poveracci”, la “gente normale”, quella che “tira la carretta” quando tenteranno di giustificarsi dicendo che non avevano alternativa al girare nella ruota da criceto anche quando quell’unica volta nella vita, chissà per quale combinazione irripetibile, sono stati assaliti dal dubbio che oltre quella gabbietta ci fosse “un’altra vita”?

Nell’Islam si dice che bisogna “tenersi saldi alla corda di Allah” (habl, da cui l’inglese cable). Che cosa vuol dire? Vuol dire mantenere – grazie al contatto con i “santi” (da soli non ce la si fa!)- una connessione col divino, la fonte dell’Essere, l’unico che realmente “è” e che può dire “sii, ed essa [la cosa] è”. Non a caso nella lingua araba non esiste il verbo “essere”: chi può sensatamente affermare di “essere”? Tutt’al più “esiste”, perché è stato fatto esistere. Nel mondo di oggi, tutti “sono”, si credono “qualcuno”, identificandosi con la propria vita da criceto che gira nella ruota.

Passata la “crisi”, o meglio la sensazione di una “crisi”, i criceti ricominceranno a correre più veloci di prima, quando, almeno, qualche dubbio era venuto… Non è forse quello il momento di smettere di girare a vuoto?