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Anonimo

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Il Canone RAI è la tassa più evasa d’Italia. Ecco perché

Mancano poche ore alla scadenza del termine per il pagamento del canone Rai: il 31 gennaio è infatti l’ultimo giorno utile per pagare la tassa sulla tv di Stato, che quest’anno ammonta a 112 euro (1,50 in più rispetto allo scorso anno, Ndr). Posto che il canone è la tassa più evasa in Italia (il 27% degli italiani non la paga), sarà il caso di ricordare che chiunque detenga almeno un apparecchio in grado di ricevere trasmissioni televisive è tenuto al pagamento del canone, indipendentemente dall’utilizzo che se ne fa.

Insomma, dichiarare di non guardare i canali Rai non è una buona scusa per non pagarlo. Ci si metta anche che da quest’anno la banca dati del Fisco, il supercomputer Serpico, potrà individuare gli utenti che non pagano il canone tra coloro che sono abbonati tramite Rid bancario alla PayTv, confermando dunque di essere in possesso di almeno un televisore.

In vista della scadenza di oggi, la puntata di ieri sera di Porta a Porta ha messo in scena un megaspot a favore della Rai e del canone, in un salotto più che mai affollato: dalla Carlucci alla Clerici, da Floris a Giletti, da Conti alla Venier a Magalli, tutti (o quasi) i volti Rai hanno speso due ore a decantare l’importanza di pagare il canone Rai per sostenere il “servizio pubblico“, che altrimenti, con i soli introiti pubblicitari, non potrebbe garantire tutti quei programmi (quali?) che caratterizzano la sua missione di servizio pubblico. Al posto del consueto plastico, Bruno Vespa ha optato per un cesto di panini, per veicolare una sottile metafora: “Il canone costa quanto questa rosetta: 30 centesimi al giorno. Non valiamo 30 centesimi al giorno?“.

Su Libero, Specchia illustra i risultati emersi dallo studio di Giorgio Scorsone, laureando del professor Giorgio Simonelli (docente alla facoltà di Linguaggi dei Media della Cattolica e pubblicato e volto del programma di Rai3 Tv Talk, Ndr), che ha spulciato le pagine del Contratto di Servizio per estrarre un elenco dei programmi tv finanziati dal canone Rai.

Innanzitutto, viene precisato che l’azienda individua sei categorie di programmi (“Informazione e approfondimento”, “Programmi di servizio”, “Programmi e rubriche di promozione culturale”, “Informazione e programmi sportivi”, “Programmi per minori”, “Produzioni audiovisive italiane ed europee”) garantendo che nell’arco dell’intera giornata tali programmi siano trasmessi su almeno una delle tre reti generaliste.

Il dubbio sorge sui criteri con i quali si fa rientrare questo o quel programma in una delle categorie individuate come servizio pubblico: la ricerca di Scorsone rivela come rientrino tra i programmi finanziati dal canone pressappoco tutte le fiction europee ma non i telefilm americani (le puntate di Un medico in famiglia, per intenderci, sono sovvenzionate dai contribuenti), il concertone oltreoceano Tu vuò fa l’americano di Gigi d’Alessio, i programmi mattutini di Guardì e pure il flop clamoroso e costosissimo (1 milione di euro per una sola puntata) di Vittorio Sgarbi.

Ci sono poi i programmi di informazione di Fazio, Santoro (finché c’era), Vespa (ammesso che di informazione si tratti), e pure l’immancabile Festival di Sanremo e l’intrattenimento di Fiorello. Ma a fare notizia tra i programmi di servizio pubblico sono gli eventi estivi stile Premio Barocco e simili, soap come Un posto al sole, eventi sportivi un po’ di ogni genere e serie tv come Ho sposato uno sbirro.

Insomma, ciò che paghiamo col canone è un accozzaglia variegata e spesso insensata di programmi che in buona parte non hanno alcun nesso con la funzione di servizio pubblico. Poi ci si chiede come mai il canone Rai risulti l'imposta più evasa in Italia. Ci sono ancora dubbi?