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#70620

Anonimo

http://www.lettera43.it/cronaca/con-la-crisi-gli-italiani-perdono-la-testa_4367595580.htm

Con la crisi gli italiani perdono la testa
Omicidi. Suicidi. Gente che si dà fuoco. La recessione svela la rabbia più profonda. Per il neuropsichiatra è colpa della solitudine. E per il sociologo siamo solo all'inizio dei drammi.
di Antonietta Demurtas

Cantami, o diva, l'ira funesta della crisi economica che infiniti addusse lutti agli italiani.
Si potrebbe leggere così, con una rivisitazione dell'Iliade, il susseguirsi di omicidi e suicidi che in questi mesi stanno riempiendo le pagine dei giornali.
Dall'imprenditore che ha ucciso due impiegate della Regione Umbria perché non aveva ottenuto un finanziamento, al pensionato che si è buttato dalla finestra perché disperato per lo sfratto, all'uomo che si è dato fuoco per salvare la casa messa all'asta.
Sino agli ultimi casi in ordine di tempo: il giovane che ha ucciso i suoi datori di lavoro dopo essere stato licenziato e il poliziotto indebitato che ha sparato al figlio e poi si è ucciso.
Casi di cronaca nera sempre legati a situazioni di disagio davanti ai quali ci si inizia a chiedere: «Ma la crisi economica e sociale sta facendo impazzire tutti?».
«Gesti compiuti da chi non è considerato malato»

Negli ultimi mesi c'è stata un'escalation di suicidi a causa della crisi.

Che poi a commettere questi gesti siano individui apparentemente normali risulta ancora più inquietante, «perché dimostra che questi atti non sono compiuti solo da persone dichiarate psichicamente malate», osserva con Lettera43.it Stefano Benzoni, neuropsichiatra e psicoterapeuta, «ma spesso sono soggetti che non pensano neanche di aver bisogno di aiuto e passano inosservati sino al momento in cui avviene in loro una rottura traumatica».
La perdita del lavoro, della ricchezza, della stabilità del sistema familiare possono essere le cause: «Sono tutti contenitori che ci proteggono e quando vengono meno, possono generare esplosioni di rabbia incontrollata», dice Benzoni.
L'OGGETTO DELLA RABBIA È FITTIZIO. Un sentimento ambiguo e difficile da capire, «diverso dagli altri», come scriveva Umberto Eco nel libro Sette anni di desiderio, «perché non ha una sua controparte», osserva il medico, «non è come l'odio con l'amore, la felicità con la tristezza»: «La rabbia è un sentimento di secondo ordine. E il suo oggetto non è mai reale, ma fittizio, sta sempre al posto di qualcos'altro».
Alla base però c'è sempre un fattore: «L'assenza di riferimenti, che lascia le persone con un senso tragico di solitudine», sottolinea Benzoni. «Diciamo che la nostra è una società post-ideologica», spiega, «ma non è così, perché l'ideologia c'è eccome e ruota tutta intorno a questo imperativo individualistico. Il mantra collettivo è godi e divertiti». E quando non si realizza, «alla fine qualcuno soffre sempre».
CHI NON SI DIVERTE È ESCLUSO. È questa l'altra faccia dell'edonismo. «È la crisi dell'individualismo di massa che sollecita l'aggressività verso l'altro», sostiene il neuropsichiatra, «perché se il punto di equilibrio si ha solo quando gli individui sono appagati, quando non lo sono, si sconfina nella violenza». Che può scatenarsi contro se stessi o contro gli altri.
«In questa società non è possibile non godere, non divertirsi: se non sei realizzato non sei accettato, quindi sei fuori».
MANCA LA NARRAZIONE COLLETTIVA. Per questo secondo Benzoni più che dalla vittima di turno, «siamo attratti dal capire la dinamica che l'ha generata, in un'ottica individualistica. Insomma la vittima rappresentata dalla crisi sociale è più importante di quella reale».
Anche perché ormai c'è «una mancanza drammatica di narrazioni collettive che diano un senso a ciò che succede davvero»: «Gli individui oggi si muovono in una società dove c'è una grande condivisione delle informazioni, ma non si condividono le storie che ci sono dietro».
E quelle storie oggi sono fatte di solitudine: «Un tempo c'erano le comunità di cittadini, di lavoratori, di studenti che permettevano all'individuo di collocarsi stabilmente al loro interno, oggi è tutto più virtuale che reale».
«La crisi non è una questione solo economica»

Emilio Reyneri, sociologo del lavoro e professore all’università Bicocca di Milano.

Allora anziché interrogarsi se siano folli o meno le persone che compiono questi gesti sconsiderati «la sola prospettiva sensata è affrontare con severità la questione della crisi, che non è solo di tipo economico», spiega Benzoni. Anche perché «affrontare e ridurre il tema dal punto di vista puramente sanitario è solo una questione di potere che ci permette di distinguere il malato dal sano».
Pensare che sia tutto riconducibile «al blocco della crescita, dei consumi e del Prodotto interno lordo è una squallida interpretazione, una lettura parziale e foriera di problemi ancora più gravi», avverte.
I PIÙ COLPITI SONO GLI UOMINI. Quello che sta cambiando e causando una vero collasso sociale, osserva Emilio Reyneri, sociologo del Lavoro e professore all’Università Bicocca di Milano, «è che in Italia l'occupazione è sempre stata bassa, ma era ridistribuita: in ogni famiglia almeno uno o due componenti avevano un reddito, ora non è più così, c'è un boom di famiglie dove tutti sono disoccupati, e la società non è preparata».
Reyneri, che a ottobre ha in agenda la pubblicazione del libro Dieci domande sul mercato del lavoro in crisi, ha dedicato un capitolo al tema della tenuta dell'occupazione dei capofamiglia. A essere più colpiti dalla crisi sono infatti i maschi, «che ancora sentono più forte la responsabilità di dover portare il reddito: se non ci riescono il loro ruolo crolla, anche perché farsi mantenere è molto dura dal punto di vista psicologico».
LE FAMIGLIE SONO ABBANDONATE. È come un fuoco che cova sotto le ceneri: «Quando il contesto di vita peggiora, le personalità più fragili saltano, non reggono, e spesso hanno reazioni imprevedibili, aggressive verso gli altri o se stessi».
Per questo, «se la situazione di crisi si prolunga ancora ci sarà una accentuazione del fenomeno, con manifestazioni sempre più violente», dice il sociologo. Che avverte: «Le famiglie stanno consumando gli ultimi risparmi e intorno a loro non c'è alcun sostegno dei servizi sociali, quindi tutto ricade sui legami affettivi, che non possono reggere un tale peso».
IL PERICOLO VIENE DALL'APATIA. Ma non è solo una questione di violenza, paura e follia. Se suicidi e omicidi hanno «una maggiore visibilità, davanti a questa situazione di crisi», osserva Reyneri, «sono tanti anche quelli che reagiscono con apatia, si lasciano andare fino a diventare barboni».
Insomma rabbia ed apatia sono due facce della stessa medaglia. Solo che vederle diventa sempre più difficile.