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CANERO
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Quello che la Bp non vuole che vediamo
Un'altra tegola si è abbattuta sulla già nera sfiga della Bp: il governo Usa ha ordinato l'evacuazione delle navi e del personale che lavorano alla bonifica perché sta arrivando la tempesta tropicale Bonnie

LIVORNO. Dopo le false immagini di false operazioni fatte girare dalla Bp per documentare attività non fatte per far fronte alla marea nera del Golfo del Messico, le Big Oil cominciano a capire che il disastro mediatico-politico della multinazionale britannica ha ormai completamente imbrattato l'immagine di tutta l'oleosa banda petrolifera internazionale e cercano disperatamente di andare in soccorso alla consorella, che fino ad ora aspettavano che affogasse nella vergogna e nella catastrofe economica del Golfo per sbranarla e dividersela come un branco di pescecani.

Come se non bastasse, un'altra tegola naturale si è abbattuta sulla già nera sfiga della Bp: il governo Usa ha ordinato l'evacuazione delle navi e del personale che lavorano alla bonifica nel Golfo del Messico perché sta arrivando la tempesta tropicale Bonnie. L'ammiraglio Thad Allen, che dirige le operazioni contro la marea nera ieri ha annunciato che la tempesta sta arrivando e che gli uomini che lavorano sulle navi e sulle piattaforme offshore, in particolare per l'area del disastro della Deepwater Hoorizon Allen spiega che «Si tratta della piattaforma di trivellazione dei pozzi di soccorso che ostruirà finalmente il pozzo, così come delle altre imbarcazioni necessarie allo stoccaggio. Alcune delle navi sarebbero in grado di restare sul sito, ma noi dobbiamo tener conto della sicurezza».

Ma la Bp e le Big Oil, più che della tempestella tropicale Bonnie da 40 miglia all'ora, probabilmente sono più preoccupata per il nuovo uragano mediatico che ha (ri)iniziato a vorticare sulle pagine dei giornali e sui siti internet e blog statunitensi che accusano la Bp, con la complicità della polizia e delle autorità locali, di cercare di impedire l'accesso di giornalisti, scienziati ed ambientalisti alle aree più colpite dalla marea nera.

In alcuni posti sembra di essere in Iraq, si può accedere solo scortati da personale della Bp o dallo sceriffo locale e diversi ricercatori indipendenti dicono di essere stati allontanati dalle aree naturali protette completamente soffocate dal petrolio, come Grande Terre nel Grand Isle State Park, da funzionari del Department of Wildlife della Louisiana spalleggiati da poliziotti armati che impediscono anche di fotografare.

Le squadre di pulizia all'opera sembrano meno di quanto si dice e non operano spesso nei punti ambientali più critici, mentre sono visibili in quelli turistici e magari già bonificati. Le immagini di delfini morti o che nuotano nel petrolio e che lo soffiano in aria dai loro sfiatatoi non mancano, ma spesso non arrivano sui giornali nazionali e locali, preoccupati di salvare una stagione turistica che è già stata uccisa dalla marea nera. Su Mother Jone Mac McClelland scrive: «I rapporti che arrivano dalla Louisiana sui lavoratori addetti alle bonifiche e persino sulla polizia locale che aiutano la Bp a imporre un blocco sui media sono quasi altrettanto frustranti che vedere il petrolio che si spande senza tregua da più di tre mesi».

Greenpeace Usa sottolinea che «Dal momento che la piattaforma di perforazione offshore Horizon Deepwater esplose e affondò ad aprile, la Bp ha destinato risorse insufficienti per contrastare la marea, ha nascosto le informazioni all'opinione pubblica americana e ha negato l'accesso a siti di sversamento ai giornalisti». Per questo Greenpeace ha inviato nel Golfo del Messico la sua nave ammiraglia, l'Arctic Sunrise, per fare una valutazione indipendente degli impatti dell'ecocidio petrolifero. «Noi crediamo – spiegano gli ambientalisti – che con il passare del tempo, deve essere detta la verità integrale sulla portata e la natura di questa catastrofe petrolifera per l'America e il mondo. La Bp ha tutto l'interesse a limitare l'accesso dei media alle spiagge ed alla fauna selvatica incatramate, in quanto può nascondere la verità su quanto danno è stato fatto, può limitare la propria responsabilità e non pagare tali danni in futuro».

Gli ambientalisti stanno pubblicando foto e video ed hanno mandato sui luoghi del disastro team che indagano senza sosta su quel che sta accadendo agli ecosistemi costieri e stilano elenchi dei danni. E' proprio quello che la Bp non vuole, spalleggiata dalle autorità locali che hanno assunto un atteggiamento omertoso per difendere “il buon nome” delle loro comunità oppure sono semplicemente in affari e in ottimi rapporti politici con la Bp e le altre Big Oil che finanziano le loro campagne elettorali.

Greenpeace Usa denuncia che «La Bp sta dando un giro di vite, ora più che mai, all'accesso del pubblico, quindi stiamo intensificando i nostri sforzi». L'Arctic Sunrise navigherà nel Golfo per tre mesi per documentare l'impatto reale del disastro della Deepwater Horizon sulla vita marina e sugli ecosistemi unici della Gul Coast, in questo modo punta a mantenere viva l'attenzione anche dopo che la Bp, come tutti sperano, riuscirà davvero a tappare il vulcano di greggio che ha aperto sul fondo del mare. Perché come dimostrano i cetacei, le tartarughe, gli uccelli ed i pesci morti, il peggio per la fauna e la flora e la pesca nella regione deve ancora e venire le conseguenze dureranno decenni, soprattutto sugli organismi filtratori, come le spugne, di cui nessuno in questo momento sembra preoccuparsi, troppo presi dalle orripilanti immagini di grandi animali uccisi dal petrolio che la Bp vuole nascondere, per accorgersi che le quel che le Big Oil vogliono far scomparire davvero impedendo che si sappia, si conosca e si veda, sono gli effetti della mare nera sulla catena del vivente e quindi sul futuro stesso dell'ambiente, della bellezza e dell'economia del Golfo del Messico.

Fonte: http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=5957