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Oceano Pacifico, è sempre più vasta l’isola dei rifiuti di plastica
Il Pacific Trash Vortex è in continua crescita. Secondo gli esperti ha ormai raggiunto un'estensione pari al doppio degli Stati Uniti e nel prossimo decennio potrebbe raddoppiare. Sotto accusa i sacchetti di plastica usa e getta
di Andrea Bertaglio | 12 ottobre 20111 commento
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Più informazioni su: Giappone, oceano pacifico, Pacific Trash Vortex, plastica, rifiuti, Stati Uniti.

Cresce costantemente il Pacific Trash Vortex, l’isola di rifiuti di plastica che galleggia nell’Oceano Pacifico. Con decine di milioni di tonnellate di detriti che fluttuano tra le coste giapponesi e quelle statunitensi, si tratta di fatto della più grande discarica del pianeta. Secondo scienziati ed oceanografi intervistati dal giornale britannico The Independent, la sua estensione ha ormai raggiunto “livelli allarmanti”: il doppio di quella degli Stati Uniti d’America. Fra i rimedi consigliati dagli esperti, spicca la necessità di abbandonare globalmente i sacchetti di plastica usa e getta. Una scelta già fatta dall’Italia, che adesso tutta l’Europa vuole imitare.

Palloni da calcio e da football, mattoncini di Lego, scarpe, borse, Kayak e milioni di sacchetti usa e getta. Sono questi gli ingredienti della “zuppa di plastica” che anno dopo anno si sta impossessando del Pacifico. Un quinto di essi, secondo gli studiosi, proviene da oggetti gettati da navi o piattaforme petrolifere, il resto dalla terraferma.

Scoperto alla fine degli anni ’80 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ma resa nota soprattutto da Charles Moore, il Great Pacific Garbage Patch (altro nome del Trash Vortex) non è un’isola su cui si possa camminare, come generalmente si tende a pensare, ma una “zuppa”, appunto, che si divide in due grandi blocchi: uno a circa 500 miglia marine dalle coste californiane, ed uno al largo di quelle giapponesi.

In quest’area del Pacifico settentrionale le correnti portano ogni anno ad accumularsi enormi quantità di rottami marini e rifiuti, composti per il 90 per cento da plastica, di cui si ritrovano anche pezzi fabbricati negli anni ‘50. Le materie plastiche, infatti, fotodegradandosi possono disintegrarsi in pezzi anche molto piccoli, ma sostanzialmente non si biodegradano. I polimeri che le compongono possono così finire nella catena alimentare, in quanto queste briciole vengono scambiate per plancton o altri tipi di cibo da molti animali marini. Un problema comune anche al Mare Mediterraneo, che vede però nelle dimensioni raggiunte nel Pacifico un fenomeno decisamente allarmante.

Questa enorme “isola” è in realtà visibile solo da navi e barche, non dai satelliti. Essa si trova infatti al di sotto della superficie marina, fra i pochi centimetri e i 10 metri di profondità. Per Curtis Ebbesmeyer, oceanografo che da oltre 15 anni studia gli effetti sui mari di rifiuti e relitti galleggianti, il Trash Vortex è come un organismo vivente: “Se ne va in giro come un animale senza il guinzaglio”, afferma lo studioso. E quando questo animale si avvicina alla terraferma, come è già accaduto nelle isole Hawaii, i risultati possono essere drammatici, a partire da spiagge completamente ricoperte di “confetti di plastica”.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), già nel 2006 ogni miglio quadrato di oceano conteneva 46mila pezzi di plastica galleggiante. Oggi, secondo i calcoli più recenti, si è arrivati con il solo Trash Vortex ad un totale di 100 milioni di tonnellate. Per Charles Moore il problema è dovuto soprattutto all’enorme diffusione nel mondo dei sacchetti di plastica. Se non se ne ridurrà il consumo, avverte “Captain” Moore, “questa massa galleggiante potrebbe raddoppiare le sue dimensioni entro il prossimo decennio”.

Un fenomeno, quello dei sacchetti usa e getta, di cui si sta discutendo molto in Europa, ma che finora ha portato solo l’Italia a metterli definitivamente al bando. Nel Belpaese, una volta tanto all’avanguardia nella tutela dell’ambiente, la legge che dall’inizio del 2011 vieta la produzione e la commercializzazione di questi sacchetti è diventata un esempio virtuoso per tutto il resto del vecchio continente. Tanto che, secondo una consultazione pubblica della Commissione europea sull’uso delle buste di plastica non biodegradabili, a cui hanno partecipato oltre 15mila cittadini dell’Ue e centinaia fra associazioni, Ong ed università, “il 70 per cento degli europei vuole che il bando italiano venga esteso al resto dei Paesi membri”.