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erroll
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di mazzetta
Le ragioni dell'attuale crisi dell'economia globale sono state enunciate fin dall'alba del nuovo secolo. La mancanza di controlli, regole e responsabilità, risultato delle grandi deregulation degli anni ottanta e novanta, era attesa a produrre i suoi effetti fin dagli inizi del secolo e non ha mancato l'appuntamento. Poco importa che sovrane macchiette come Gasparri o Tremonti ora si travestano da nemici della globalizzazione per opportunismo politico e che lo stesso facciano i loro colleghi repubblicani negli Stati Uniti, non erano loro a sfilare per le strade di Seattle, Praga e Genova a cavallo del secolo. Loro semmai erano chiusi nei palazzi ad ordire l’uno rappresaglie cilene e l’altro magie contabili. L'attesa crisi è arrivata ed ora ci sono solo due possibili esiti, comunque di segno negativo. Un crollo repentino della fiducia e l'incapacità dei governi possono portare ad uno schianto epocale, al contrario la collaborazione di tutte le forze in gioco e il mantenimento della calma possono condurre ad un atterraggio più morbido simile ad una lenta agonia, ma più lento.

Quello che è certo è che la montagna di denaro virtuale costruita grazie alle magie finanziarie è destinata a trasformarsi in una montagna di debiti che peserà sulle generazioni future; negli Stati Uniti, in Europa, ovunque. Già oggi nessuna economia nazionale può dirsi al riparo dalla tempesta, tanto che anche la remota e minuscola Islanda sembra correre sul filo del default in stile argentino. Non c'è niente di esoterico nella crisi di questi giorni, la natura della quale è allo stesso tempo ideologica e criminale. L'ideologia che ha dato ossigeno alla grande corsa all'oro di carta la conosciamo benissimo. Discende dalle sciagurate imprese di Thatcher e Reagan, passa per le grandi istituzioni come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, per finire la sua parabola negli anni di governo di Bush, Blair, Berlusconi e Aznar.

In quegli anni l'astrattismo finanziario ha superato ogni record, il conflitto d'interessi è diventato la regola e ogni operatore economico ha coltivato aspettative di guadagni assolutamente irrealistiche. La finanziarizzazione dell'economia ha significato principalmente un brutale drenaggio di risorse verso i grandi casinò della finanza, fino a che molti business si sono trasformati in semplici fonti di finanziamento per operazioni sempre più complesse e volatili. Il lato criminale di queste attività risiede nelle diffuse complicità che hanno consentito di farsi beffe persino delle più elementari regole contabili.

A ruota delle parole d'ordine delle reaganomics, capaci definire l'istituzione della sanità pubblica come il primo passo verso il comunismo e la perdita della libertà, si è fatto largo il credo liberista, secondo il quale tutto doveva essere privatizzato ed affidato a mani capaci di farlo fruttare. Sono così stati privatizzati i servizi, le reti nazionali e i beni comuni che sono presto andati a costituire rendite di posizione nelle mani di pochi eletti. C'è voluto davvero poco perché dall'alto di posizioni dominanti l'elite economica decidesse di taglieggiare i cittadini di ogni continente per spremerne quanto più denaro possibile da investire poi nella grande giostra del turbocapitalismo. Coperti dal fragore della guerra all'Islam il governo americano, molti governi occidentali e asiatici hanno poi aperto le gabbie, favorendo il credito facile e su quello permettendo di costruire meccanismi simili a quello piramidale che bruciò l'Albania nel decennio precedente.

Ancora nel 2004 il Congresso americano, la borsa e le grandi banche premevano su Fannie Mae e Freddie Mac perché acquistassero e garantissero una massa sempre più ingente di mutui ad alto rischio. Una maniera di alimentare il sacro fuoco della finanza, ma anche di bruciare il proprio capitale, un keynesismo tutto nuovo (alla rovescia) che ha pompato risorse ai piani alti della finanza, prosciugando le tasche di tutti gli altri. Chiamarlo keynesismo potrebbe sembrare strano, ma è attraverso una lunga serie di provvedimenti legislativi che gli stati hanno dirottato risorse e ricchezze verso i mercati finanziari, legando le loro sorti a quelle delle borse. Mentre però la versione originaria prevedeva una ricaduta certa degli investimenti decisi dallo stato sulla società impedendo in ogni caso la perdita secca degli investimenti, gli investimenti stimolati dal keynesismo 2.0 di marca neo-liberista sono stati completamente bruciati nel tentativo di moltiplicarli all'infinito. E non poteva essere diversamente.

Mutui promossi dall'alto per sostenere una piramide che già allora si rivelava insostenibile, ma che trovò scampo temporaneo proprio nell'esplosione del credito facile anche livello individuale. Costruita una narrazione fascinosa quanto falsa, per la quale l'investimento immobiliare era destinato alla rivalutazione galoppante e perenne, s’instaurò un circuito relativamente virtuoso per il quale la grande domanda di immobili, spinta dal credito facile, alimentava i prezzi e l'illusione che il sistema fosse in grado di garantire felicità e profitti a chiunque. Anche nel nostro paese si è ballata questa musica e proprio durante il precedente governo Berlusconi abbiamo assistito alla grande orgia degli immobiliaristi e dei furbetti del quartierino, alla svendita dei servizi e alla privatizzazione di reti e beni comuni.

La finanza creativa di Tremonti era il perfetto equivalente del tentativo americano di raschiare il fondo del barile offrendo mutui a chiunque. Non a caso nel nostro paese la vendita di un ingente patrimonio immobiliare pubblico non ha minimamente calmierato il mercato immobiliare. Nonostante gli immobili pubblici siano stati immessi sul mercato a prezzi di saldo, il loro valore si è immediatamente moltiplicato a sostenere castelli di debiti molto più ingenti del valore di mercato degli immobili stessi. Il meccanismo adottato da Ricucci e compagnia è lo stesso che ha permesso, attraverso la costante sopravvalutazione dei valori immobiliari, di creare ricchezza virtuale destinata poi a dar vita alla grande bolla ed è lo stesso che ha sostenuto l'incessante valorizzazione degli immobili anche nel nostro paese. Un dato evidente drogato, stante la massiccia perdita di potere d'acquisto da parte della grande maggioranza dei cittadini italiani negli ultimi. Drogato dall'operare l'uno accanto all'altro di politici e grandi dell'economia.

Ovviamente la responsabilità della crisi non si esaurisce in coloro che hanno promosso i diabolici meccanismi in nome dell'ideologia liberista, ma si diffonde a ogni livello dell'economia, coinvolgendo banche commerciali e banche d'affari, le società di revisione contabile e i grandi mercati finanziari mondiali, tutti soggetti che si sono resi complici della più grande rapina di risorse ai danni delle comunità. Il mantra liberista è stato accolto con favore dalle elite di ogni latitudine e non poteva essere diversamente: come resistere ad un'ideologia che afferma con forza che il progresso economico passa attraverso il maggior arricchimento dei ricchi?

Ora a pagare saranno figure di secondo piano, funzionari ed amministratori, mentre i grandi sono seduti ai tavoli dove si decide il salvataggio delle economie. Molti dei politici, banchieri e finanzieri che negli anni scorsi hanno sbandierato il liberismo, ora si travestono da populisti seguendo l'esempio del partito Repubblicano americano. La retorica di Sarah Palin, candidata alla vicepresidenza per il GOP esprime l'espediente in maniera cristallina: l'economia è stata rovinata da “loro”, i signori dell'economia e “noi”, i demagoghi che accorrono ad indicare la via alle plebi, siamo diversi. Un'abiura decisa e netta degli ultimi trenta anni di politiche repubblicane, sostenute senza troppe difficoltà anche dalla controparte democratica, da tempo spalla inseparabile di un governo oligarchico saldamente alla guida degli Stati Uniti. Oligarchia che non potrebbe essere più evidente anche in Italia, dove l'uomo più ricco del paese controlla tutta l'informazione, una parte importante dell'economia e ha riempito il parlamento di suoi dipendenti e soci in affari.

La vittoria del liberismo sulle socialdemocrazie ha segnato l'inizio della fine nel momento esatto del suo trionfo. Al cedere delle istanze sociali il mondo della finanza ha avuto campo libero, si diceva qualche anno fa che l'immagine di questo liberismo si potesse riassumere nella frase “libera volpe in libero pollaio”, essendo fin troppo chiaro che la demolizione di limiti e regole poteva andare a vantaggio solo dei soggetti economicamente più forti.

Oggi il giocattolo si è rotto, perché il dare e l'avere dei conti economici non s’incontrano più. La concentrazione dei capitali si è fatta sempre più decisa, fino a prosciugare la fonte che alimentava la giostra. Ovunque nel mondo la classe media si è trovata stretta tra prezzi in aumento e retribuzioni sempre più misere, come limoni spremuti i cittadini comuni non hanno più la possibilità di alimentare il circuito e il loro impoverimento è stato il segare il ramo sul quale stava seduta la finanza mondiale. L'avidità incontenibile delle elite smarrite nella rincorsa a profitti sempre più rapidi ed elevati, si è dispiegata senza limiti fino a prosciugare le fonti del loro stesso sostentamento, quello stesso circuito virtuoso ha invertito il suo senso e ora trascina inesorabilmente al ribasso le economie.

Niente di esoterico, nessun Big Complotto, ma solo gli effetti prevedibili e previsti di politiche irresponsabili. In queste ore sentiremo molte prediche, dal Papa che approfitta della disgrazia per raccattare qualche anima al cattolicesimo in crisi, ai soliti sciacalli neri per i quali invariabilmente “é colpa degli ebrei”, fino a quelli che dopo aver provocato il disastro ora si offrono di rimediarlo. Questi ultimi, decisamente meno folcloristici degli altri, sono quelli veramente pericolosi. In realtà, come dimostra anche il piano Paulson non ci sono grosse idee su come uscire dalla crisi, anche se è chiarissima la richiesta d'aiuto della finanza nei confronti dei governi e delle casse pubbliche.

Sembra che l'unico modo per evitare un collasso dell'economia globale sia quello di trasformare i debiti privati, frutto di anni di operazioni selvagge e spericolate quanto redditizie, in debiti pubblici a carico dei contribuenti. Con una singolare conversione oggi tutti i soggetti dell'economia globale chiedono di socializzare le loro perdite, dopo aver preteso per anni la privatizzazione dei profitti.

L'unica via d'uscita praticabile sembra quella di un lento riallineamento dei corsi alla realtà economica sottostante, anni e anni di depressione economica provocata dal drenaggio di capitali che saranno destinati a pagare il conto della grande sbornia liberista. A pagare il conto saranno, come sempre in questi casi, i soggetti più deboli, quelli che già oggi non arrivano alla fine del mese. Per loro è facile prevedere un periodo di disoccupazione diffusa e di retribuzioni miserabili, visto che nessuno dei padroni dell'economia sembra ancora disposto a ripartire dal cittadino come base per la ricostruzione di un altro mondo possibile.

Gli stessi soggetti che hanno provocato il disastro si sono offerti di rimediarlo, ma è abbastanza chiaro che non sono disposti a pagare nessun prezzo in prima persona. Il piano Paulson nella sua prima stesura è stato esemplare in questo senso. Allo Stato, rinnegato negli ultimi anni, si chiedeva solo una montagna di denaro a ripianare i debiti senza offrire nulla in cambio, nemmeno una revisione di quelle regole (o della loro assenza) che hanno portato al disastro. Sembra incredibile, ma può accadere grazie alla profonda sovversione delle democrazie e al grande controllo esercitato sulle opinioni pubbliche da parte delle elite, anche nelle “grandi democrazie”, grazie al controllo dell'infosfera globalizzata e dei finanziamenti elettorali.

Un controllo ed una sovversione che però da soli non saranno in grado di arginare il panico e ammortizzare lo scoppio della crisi. Nessun discorso potrà mai oscurare la chiarezza di numeri che raccontano di come i settecento miliardi di dollari messi sul piatto del bailout statunitense siano una cifra insufficiente. Quando si voglia misurare l'abisso che si è spalancato salta immediatamente agli occhi che somma copre appena i buchi di Fannie Mae e della tedesca Hypo RE, una cifra che è l'equivalente a sua volta della somme dei deficit di Freddie Mac e del colosso assicurativo AIG. Tutti insieme non rappresentano che una parte del dissesto americano e una frazione modesta degli sbilanci che oggi animano le riunioni di decine di banche ed istituzioni finanziarie in giro per il mondo, in attesa di un “salvataggio” che eviti il loro fallimento e quello a catena di interi sistemi-paese.

Non è una situazione che possa essere affrontata fidando in chi ha già dimostrato di poter mandare in rovina compagnie centenarie per lucrare qualche milione di dollari, ma è esattamente quello che sta accadendo in queste ore ed è esattamente il motivo per il quale il panico monta attraverso i mercati internazionali. Servono soldi, serve liquidità, serve onorare i debiti, ma servirebbe più di tutto un piano d'azione serio, verosimile e sostenibile per ridare respiro ai mercati e guidare con mano salda la discesa agli inferi, in modo da renderla meno impattante sulle vite di miliardi di persone.

Un piano del genere è plausibile e praticabile, ma non vedrà la luce perché implicherebbe sostanziose transizioni di potere dall'economia alla politica, l'introduzione di limiti e controlli e il ritorno della mano pubblica in interi settori dell'economia. Una necessità imposta dal carattere sistemico di questa crisi, destinata a deflagrare proprio perché il sistema liberista, esclusivamente orientato al profitto, non può sopportare alcuna incrinatura del quadro ideologico che non consista nel versare nuovamente risorse pubbliche verso l'elite.

Questa è la grande sfida che pone questa crisi, un bivio di fronte al quale la scelta sarà tra un futuro nel quale le collettività dipenderanno più di prima dalle corporation finanziarie che hanno scatenato la crisi e un altro nel quale l'imprenditorialità e il gioco finanziario potranno esercitarsi solo all'interno di confini ben definiti, attraverso regole certe e procedure contabili trasparenti. Questo è uno di quei momenti della storia nei quali gli uomini dovrebbero sedersi insieme e disegnare il loro futuro: se il progetto sarà affidato ancora una volta a chi ha così clamorosamente fallito, possiamo scommettere amaramente che le regole del gioco cambieranno in peggio e che i disastri e la regressione sociale e civile siano solo all'inizio.