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Addio 2008, anno insostenibile socialmente e ambientalmente
di Massimo Serafini

ROMA. Mi chiedo e vi chiedo se abbia un senso denunciare l’opera di devastazione ambientale compiuta da questo governo lungo questo anno che oggi finisce, di fronte alla tragedia di Gaza e all’assuefazione ed impotenza con cui vi assistiamo.

La parola sostenibilità sembra perdere di senso di fronte a quella guerra devastante e senza fine, anche se io continuo a vedere un nesso fra la nostra impotenza di fronte al dramma della guerra israeliana-palestinese e le difficoltà con cui contrastiamo la crescita dell’insostenibilità” in questo paese. Soprattutto delle nostre difficoltà vorrei fare un bilancio più che dei disastri fatti da questo governo sull’ambiente, che sapevamo avrebbe compiuto.

Ed infatti nel suo intervento di fine anno Silvio Berlusconi non ha neppure pronunciato la parola ambiente.

Sicuramente perché non avendo nulla da dire ha pensato di cavarsela parlando del ritorno al nucleare che, per lui e la sua cricca di ministri, è la vera cura per il clima che cambia e forse anche per risolvere il dramma della gerra israeliana-palestinese.

Questo silenzio dà la misura dell’arretratezza culturale della destra italiana, secondo la quale in tempi di crisi economica non ci si può dedicare all’ambiente e al clima e tanto meno alla solidarietà. Sono in buona compagnia ed infatti si accodano ad una classe industriale retriva e incolta.

Eppure in questo 2008 di “crisi della crescita” comincia a farsi strada, fra i principali decisori politici, sia di destra che di sinistra, l’idea che le politiche ambientali possono essere decisive non solo per risolvere il degrado dell’ambiente, ma anche per uscire dalla recessione e dalla disoccupazione e forse anche dalle guerre. Sono stati dunque dodici mesi di “insostenibilità” che hanno aggravato tutti i problemi ambientali del paese.

Va detto che questo disastro, che provoca danni incalcolabili al paese, non ha incontrato da parte delle opposizioni la resistenza sociale e politica che avrebbe meritato. Con franchezza bisogna riconoscerlo se si vuole, nel nuovo anno che si apre, recuperare i gravi ritardi accumulati.

La posta in palio è notevole: è in gioco il ruolo, penso la presenza stessa, del nostro paese in Europa. Deve essere chiaro che se non si riuscirà a fermare la disastrosa scelta sul clima, compiuta da questo governo a Poznam, l’Italia rischia l’emarginazione dall’Europa. E uno scontro dunque decisivo che deciderà che tipo di futuro ci attende.
Per vincerlo serve però discontinuità con le politiche fino ad ora perseguite.

Per invertire la tendenza non basta infatti un migliore approccio culturale, qualche segnale sull’efficienza energetica o una maggiore installazione di pannelli solari. La politica dei piccoli passi e la tranquilla e prudente navigazione, con cui le stesse opposizioni procedono, per non scontentare il groviglio di interessi speculativi che si sono accumulati anche nel loro blocco sociale, non è in grado di essere all’altezza dei problemi che l’emergenza climatica e il disastro economico pongono.
Entrambe, ma io credo anche il prevalere di una politica di pace, richiedono una svolta radicale nelle politiche energetiche e che essa sia animata da nuovi protagonisti.

Non è pensabile, infatti, che la svolta necessaria per fronteggiare il cambio di clima, basata su un modello energetico distribuito e diffuso nel territorio, sullo sfruttamento delle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico, possa essere gestita da chi dirige vecchi dinosauri come l’Enel e l’Eni, più propensi a costruire nuove centrali fossili e nucleari o ad incrementare i consumi che installare pannelli solari o insegnare alle popolazioni a non sprecare energia.

Insomma, per fare di questo paese di pace e un protagonista della lotta al riscaldamento globale, oltre che ad aiutarlo ad uscire dalla “decrescita infelice” in cui è precipitato, serve una chiara volontà politica di penalizzare gli interessi diffusi delle varie lobby del fossile (carbone compreso) e del nucleare che ostacolano il decollo di un nuovo modello energetico, democratico, rinnovabile e che sa usare con intelligenza l’energia. Perché ad esempio non far partire dalle regioni amministrate dal centrosinistra questo progetto rendendosi indisponibili ad ospitare centrali nucleari, ma contrapponendo ad esse un piano alternativo di sfruttamento del vento e del sole ed anche la capacità di far crescere le ESCO e il protagonismo del mondo noprofit sui beni comuni (energia, acqua, aria, terra). Insomma per farla breve penso che sulle scelte energetiche sia possibile mettere in crisi il governo delle destre.

E’ un terreno sul quale è possibile unire forze oggi divise ed impotenti e soprattutto ricostruire nella testa delle italiane e degli italiani il bisogno di un’alternativa a Berlusconi e alle destre e al loro modello di società.

Sarebbe ancora molto poco, ma penso qualcosa di utile per farci uscire dall’impotenza e dare una mano a fermare le tragedie con cui si apre purtroppo anche il nuovo anno. http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=17305