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sabato 13 giugno

In Perù si muore per l’Amazzonia

Dopo la sospensione dei due decreti più controversi da parte del governo, lo scontro tra indigeni dell’Amazzonia e forze dell’ordine è diminuito d’intensità. Ma rimane la scia di sangue dei giorni scorsi. Alcuni peruviani si sono radunati sotto l’ambasciata peruviana di Roma per protestare. E hanno accusato il presidente Alan Garcìa.

In Italia solo pochi media ne hanno parlato, ma in Perù è in corso uno scontro violento tra il Governo e i nativi dell’Amazzonia, in particolare nell’area di Bagua. Secondo le cifre ufficiali, tra polizia e indigeni sono morte 33 persone. Un’altra cifra, però, parla di 52 morti: 22 poliziotti e 30 manifestanti.

La scintilla è scoppiata ai primi di giugno dopo mesi di barricate. I nativi protestano per alcuni decreti legge presentati dall’esecutivo che consentirebbero allo Stato di vendere grandi appezzamenti di terra a società straniere per lo sfruttamento delle ricchissime risorse naturali. Gli indigeni, che vivono in Amazzonia da secoli, beneficiano di una concessione che gli permette di abitare e di guadagnarsi da vivere nell’area della grande foresta.

Armati soprattutto di lance e frecce, i nativi hanno resistito all’offensiva della polizia, decisa a interrompere un blocco che stava strozzando l’economia del paese. Le due fazioni si scaricano le responsabilità del pesantissimo bilancio: il governo denuncia la violenza degli indigeni (e avanza il sospetto che vi siano infiltrazioni di narcotrafficanti), gli indigeni parlano di aggressioni gratuite e sanguinarie. L’11 giugno, il governo ha deciso di sospendere a tempo indeterminato i due decreti legge più controversi. La speranza è che si possa tornare a dialogare.

Qual è la verità? Difficile stabilirlo con certezza. Ma qualche indizio comincia a circolare: pubblichiamo le foto scattate da due volontari della Ong belga Catapa. I due trovavano a Bagua proprio nelle ore dello scontro più violento. Le immagini hanno un valore giornalistico enorme, e testimoniano come alcuni militari si siano, mettiamola così, lasciati prendere un po’ la mano.

In diverse città europee sono state organizzate manifestazioni di protesta contro il governo di Alan Garcìa. Abbiamo seguito il sit-in sotto l’ambasciata peruviana a Roma, organizzato da A Sud, http://www.asud.net/index.php?option=com_content&view=article&id=625%3Aperu-sit-in-di-solidarieta-a-roma-consegnata-lettera-a-ambasciatore&catid=5%3Amondo&Itemid=39&lang=it a cui hanno partecipato diversi peruviani e – per solidarietà – anche qualche ecuadoregno. Secondo i peruviani con cui abbiamo parlato, la democrazia peruviana sarebbe un fantoccio. “Sugli scontri in Amazzonia ci informiamo attraverso amici, oppure leggendo reportage di organizzazioni indipendenti – ci ha detto una donna emigrata da vent’anni – i quotidiani peruviani raccontano una sola verità: quella del governo”.

In realtà, il giornalista peruviano che abbiamo incontrato, è stato molto franco: “Quello che sta succedendo in Perù è già successo in altri paesi dell’America latina negli anni precedenti – dice Roberto Montoya, corrispondente di Repubblica e collaboratore Rai – Nel 2009 però, dopo l’elezione di Obama, a maggior ragione la linea neoliberista di Alan Garcìa è superata dalla storia”. Secondo Montoya c’è una terribile contraddizione nel sistema attuale: “Se si vendono le terre dei contadini alle multinazionali e le si inquinano fino a renderle invivibili, si creano le condizioni perché la gente emigri in massa. Ma anziché accogliere i poveri che l’occidente stesso ha generato, ecco che li respinge”.

Mentre Montoya ci diceva questo, a qualche chilometro di distanza il dittatore libico Gheddafi parlava all’università della Sapienza di Roma.

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