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Se i cinema boicottano i delfini

CLAUDIA FERRERO
La scena che si incide nella memoria per non lasciarla più arriva alla fine di The Cove: nella baia di Taiji il mare è completamente tinto di rosso. Sangue. Poco prima, fotogramma dopo fotogramma, l’agonia di decine di delfini sotto i colpi di lancia di un gruppo di pescatori giapponesi. Non a caso la mattanza dei cetacei non arriva che a chiudere il film documentario vincitore dell’Oscar 2010, che ha in Richard O’Barry, l’ex addestratore pentito del delfino Flipper della famosa serie tivù, il paladino assoluto. Non a caso perché The Cove è molto di più: innanzitutto una specie di thriller ambientalista ad alta tensione, con la suspense concentrata sulla squadra che si deve infiltrare nella laguna di Taiji per le riprese segrete (Ci sono voluti un paio d’anni per girare il film schivando polizia e controlli). Ha raccontato il regista Louie Psihoyos: «O’Barry mi disse che per penetrare nella baia ci sarebbe stato bisogno di una squadra di Navy Seal, le forze speciali della marina, ed è grosso modo quello che ho cercato di fare, anche se la mia era più una squadra alla Ocean’s Eleven». Sere fa chi si è sintonizzato su Current, la televisione di Al Gore, ha potuto vedere in esclusiva il film che ha indignato e commosso le platee di mezzo mondo e vinto più premi di qualsiasi altro documentario. In Giappone, dopo un lungo boicottaggio, è infine arrivato nelle sale. Ieri a Roma è stato proiettato al Nuovo Cinema Aquila. Poi con le sale italiane il discorso è chiuso. Ed è un vero peccato, perché The Cove avrebbe meritato una giusta distribuzione. Ci ha invece pensato la Feltrinelli, che esce oggi con un cofanetto (Dvd del film + libro Il lamento del mare) promossi da Legambiente per la collana «Real Cinema».

E ancora. The Cove è molto di più della testimonianza di un massacro perché parla di mari malati e cibo «impazzito» al mercurio: «Tutta la carne di delfino è contaminata e non è adatta al consumo. In Giappone ne vengono uccisi 23 mila esemplari l’anno. E vengono spacciati e venduti anche come carne di balena». Parla di parchi acquatici: «Smettete di comprare biglietti per questi show – dice O’Barry -. Il sorriso dei delfini è il più grande inganno della natura: fa pensare che siano sempre felici, anche quando sono tenuti in cattività». Nella baia di Taiji gli acquirenti occidentali sono pronti a sborsare fino a 150 mila dollari per aggiudicarsi un bell’esemplare da destinare ai parchi sparsi in tutto il mondo. Flipper, la star tv, era uno di questi: si «suicidò» smettendo volontariamente di respirare, ricorda sempre O’Barry, che da quel momento si convertì dedicando ogni momento alla loro difesa.
http://www.lastampa.it/lazampa/girata.asp?ID_blog=164&ID_articolo=1831&ID_sezione=339&sezione=News


Come può la vista sopportare, l'uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi... non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue, le carni agli spiedi crude... e c’era come un suono di vacche, non è mostruoso desiderare di cibarsi, di un essere che ancora emette suoni... Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo.
- Franco Battiato