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Anonimo

La grande finanza ha fame di terra

Il Italia sono 14 milioni gli ettari coltivati, su 29 milioni disponibili

Fondi sovrani e multinazionali comprano in Africa per mangiare.
In Italia fanno biogas, e l'insalata costerà come il pieno del Suv
MARCO SODANO
Fondi sovrani a caccia di terreni agricoli per il mondo. Multinazionali dell’energia a caccia di campi di mais per produrre biogas. Cinesi, coreani (del Sud) e indiani si scatenano in Africa, nell’estremo Oriente e in America centrale. I paesi arabi ancora in Africa e in Oriente e in America del Sud. Libia ed Egitto sempre in Africa ma anche in Ucraina, mentre il Sudafrica punta gli occhi sull’Africa subsahariana. Ora tocca all’Italia: le multinazionali francesi, tedesche e spagnole hanno messo gli occhi sulla pianura padana – dalla Lombardia all’Emilia al Friuli – e sulle assolate aree pianeggianti di Sicilia e Puglia. Vogliono comprare la terra, il mais, vogliono comprare il sole.

Chi resta a bocca asciutta
Sono affari di genere diverso, ma portano allo stesso risultato. I cinesi, i paesi arabi, Egitto e Libia cercano la terra per coltivarla e riportarsi in patria le materie prime alimentari: economie in forte sviluppo con problemi di scarsità di terreno si incrociano con economie più arretrate, zone in cui il terreno abbonda ma la capacità di lavorarlo secondo i canoni più avanzati (ovvero più redditizi) è a zero. Gli Stati più poveri speravano in un aumento del lavoro, e quindi hanno sottoscritto i contratti di buon grado.

La realtà però è diversa. Tra aprile e maggio scorsi una società mista cinese-kazaka ha acquistato settemila ettari in Kazakistan. Poi però i cinesi si sono portati tremila contadini da casa: lavoro per la popolazione kazaka, poco o niente. La coreana Daewoo Logistics aveva acquisito un milione trecentomila ettari in Madagascar praticamente gratis. Dava lavoro alla gente del posto, però pretendeva di portare in Corea tutto il mais e l’olio di palma. Le proteste hanno costretto il governo a sospendere il contratto, che tra l’altro doveva durare la bellezza di un secolo.

Il sole del Sud
All’Italia, invece, le multinazionali (soprattutto francesi e tedesche, almeno in questa prima fase) guardano per la produzione di energia. Il mais della pianura padana serve per fare biogas, le grandi pianure pugliesi e siciliane sono il luogo ideale per installare pannelli solari e pale eoliche. Il cambio di destinazione d’uso, per così dire, non migliora la situazione di chi quella terra la coltiva. Anzi: lo sbarco delle società energetiche fa salire gli affitti delle terre. Nella zona di Cremona, per esempio, il canone di affitto annuo si aggira intorno ai 700-800 euro l’anno. Le multinazionali sono pronte a pagarne mille, anche milleduecento. Hanno fretta di fare profitti e disponibilità finanziare con cui neppure la più grande impresa agricola può confrontarsi. In soldoni: il mestiere di agricoltore rende sempre meno – giusto questa settimana il ministro Luca Zaia ha ribadito a Bruxelles che senza il sostegno dei fondi Ue l’agricoltura italiana può chiudere i battenti -, i canoni di affitto si alzano, i margini di guadagno per chi lavora la terra tendono ad annullarsi.

«Soltanto nel Nord tratta di salvare 700 mila ettari di mais, di cui almeno 250 mila sono già in crisi dalla diffusione di insetti dannosi, terreni che richiedono una gestione complicata, nei quali i costi sono ancora più alti – spiega il presidente di Confagricoltura Federico Vecchioni, che ha commissionato il primo studio italiano sull’argomento – . I fattori di rischio sono due: da un lato aumentano i canoni di affitto, dall’altro se le acquisizioni continueranno a questi ritmi, scenderà la produzione di foraggio». Dunque traballano anche carne e formaggi, non è solo questione di pasta e verdura.

La grande crisi
Anche qui, come in tutti i guai economici degli ultimi due anni, ci ha messo lo zampino la grande crisi. La fiammata dei prezzi alimentari, tra 2007 e 2008, ha convinto i paesi in difficoltà (quelli arabi per ragioni climatiche, Cina e India per l’aumento della popolazione) ad assicurarsi il futuro comprando la terra all’estero. Il denaro certo non manca. Il versante italiano è se possibile ancora più complicato: qui incide la fame di energia a basse emissioni, e siamo al paradosso.

Trasformare l’alimentare in energia pulita riduce le emissioni, ma quando sarà necessario importare prodotti agricoli le farà aumentare da un’altra parte. Navi, aerei e camion impegnati a rifornire lo Stivale. Infine, c’è il timore di perdere il patrimonio dei vigneti: i prezzi (non gli affitti) dei terreni da vigna sono in discesa. Anche qui, le grandi società di capitale – già lo fanno – possono far propri a costi tutto sommato contenuti migliaia di ettari della migliore produzione italiana. Alla fine godremo di una bolletta del gas (forse) più contenuta. Ma un’insalata costerà come fare il pieno a un Suv.

Fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/clima/200912articoli/50321girata.asp