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Salvare il genere umano, non solo il pianeta

Scritto da Lucien Sève
Venerdì 06 Gennaio 2012 15:52
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Politica e Beni Comuni
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di Lucien Sève – http://www.monde-diplomatique.it

È più facile rimettere in discussione i nostri sistemi di consumo piuttosto che quelli di produzione? Se nessuno più ignora l’ampiezza della crisi ambientale che l’umanità sta affrontando, la crisi di civiltà, a cui questa si accompagna, rimane poco conosciuta. Non si può tuttavia uscire dall’impotenza se non la si diagnostica e non se ne misura l’effettiva gravità.

Il pianeta Terra, modo di dire per designare il nostro habitat naturale, peggiora a vista d’occhio, ne siamo largamente consapevoli e non c’è formazione politica che non includa, almeno nei suoi discorsi, la causa ecologica. Il pianeta Uomo, modo di dire per designare il genere umano, peggiora in maniera altrettanto allarmante, ma non si è consapevoli del livello di gravità raggiunto e non c’è formazione politica in grado non foss’altro di attribuire alla causa antropologica un’importanza pari a quella ecologica. Di questo contrasto sorprendente vogliamo dare conto in questa sede.

Se chiedete ai meno politicizzati che cosa sia la causa ecologica vi verrà risposto, a colpo sicuro, che il riscaldamento del clima, causato dai gas a effetto serra, ci porta dritti verso un’era di catastrofi, che l’inquinamento della terra, dell’aria e dell’acqua ha raggiunto, in molti luoghi, delle soglie insostenibili, che l’esaurimento delle fonti di energia non rinnovabili fondamentali condanna il nostro attuale modo di produrre e di consumare, che l’uso dell’energia nucleare comporta dei rischi senza ritorno. Più d’uno menzionerà le minacce alla biodiversità per concludere, con parole sue, con l’indifferibile urgenza di ridurre l’impronta ecologica dei paesi ricchi.

Come fanno i meno politicizzati a sapere tutto ciò? Grazie ai media che garantiscono un’informazione ecologica costante. Grazie alle esperienze dirette che lo provano, dal tempo che fa ai prezzi del carburante. Grazie ai discorsi di scienziati e politici che elevano saperi parziali al rango di visioni globali convertendoli poi in programmi politici affissi un po’ ovunque. Nel corso degli ultimi decenni si è così costruita una cultura capace di dare coerenza a molteplici motivazioni e iniziative di cui si compone tale grande questione, la causa ecologica.

Chiedete adesso notizie della causa antropologica. Nessuno coglierà al volo il senso di quel che state dicendo. Siate più espliciti: pensate che l’umanità stia peggiorando tanto quanto il pianeta, che la dimensione civilizzata del genere umano sia in reale pericolo, al punto che, alla preoccupazione urgente di salvaguardare la natura – causa ecologica – si imponga di aggiungere, allo stesso livello d’importanza, quella di salvaguardare l’umanità nel senso qualitativo del termine – causa antropologica? La domanda coglierà di sorpresa. Molti la troveranno quanto meno eccessiva, probabilmente andrà a rimestare vari motivi di inquietudine: l’inasprimento delle condizioni di vita, la tendenza crescente del ciascuno per sé, la caduta di moralità della vita pubblica, l’angoscia per il futuro… Ma di lì a concludere che la nostra umanità sia in pericolo tanto quanto la nostra Terra, l’idea rischia di essere considerata aberrante.

Proviamo dunque a insistere. Non siamo forse, sotto molti aspetti, in cammino verso un mondo umanamente invivibile? L’antica massima «homo homini lupus» non tende forse a dettar legge in troppi ambiti dove i nostri mezzi attuali le conferiscono una nocività senza precedenti? Il lavoro, esempio principe, si trova su una china inquietante. Alla base delle sempre maggiori difficoltà a garantire un gratificante lavoro di qualità, si trova la responsabilità pretesa e al contempo negata al lavoratore dipendente, una sistematica competizione, lo sradicamento perseguito della sindacalizzazione, la pedagogia dell’«impara a venderti» e «diventa un killer», la direzione d’impresa fondata sul terrore, culminando nei suicidi sul luogo di lavoro; alla base di tutto ciò troviamo il diktat onnipresente del profitto a due cifre, il premio dato alla rapacità dell’azionista, l’inflazione senza tetto né legge, fino ad arrivare al padrone-canaglia, in sintesi la follia neoliberista, forma maligna del tardo capitalismo.

Non è forse questa una marcia verso una vera e propria disumanizzazione? Una «decivilizzazione» senza argini. Ma, si dirà, non c’è niente di nuovo, eccezion fatta per il curioso appellativo: causa antropologica. Quando mai, infatti, le più inquietanti derive sociali non determinano uno stato di allerta, non incoraggiano studi e iniziative? Così come per il dramma del lavoro: siamo stimolati da ottimi film, illuminati da psicologi come Marie Pezé o Yves Clot (1), invitati da più parti a rifiutare gestioni disumanizzanti. Assistiamo a una presa di coscienza globale delle intollerabili malefatte del sistema globalizzato che ci regola. Le forze politiche unite nel Fronte di sinistra invitano ad andare oltre il capitalismo per far progredire l’emancipazione umana. I Verdi legano alla causa ecologica importanti obiettivi sociali e istituzionali di ispirazione democratica e solidale. Molti economisti oppongono al criterio riduttivo del solo prodotto interno lordo (Pil) valutazioni di rendimento che includano il rovescio umano della medaglia produttivista. Ovunque si attivano dei movimenti sociali per riumanizzare il mondo.

La causa antropologica, volendo usare questo linguaggio, non è forse stata percepita e assunta da lunga data? No, non lo è, e da molto. Crederlo rivela una terribile sottovalutazione del suo ordine di grandezza. Così come per l’ecologia, queste cause inerenti ai fondamenti della civilizzazione dipendono dal versante politico ma lo trascendono, avendo come posta in gioco delle scelte etiche più profonde delle opzioni politiche nel senso convenzionalmente inteso. Chiedersi non senza angoscia dove stia andando il genere umano non significa sminuire l’opposizione destra/sinistra, ma significa volerla ricondurre al senso stesso del nostro futuro civilizzato, cosa che non sono più in grado di fare quei termini gravemente svalutati di destra e sinistra.

Che tipo di umanità vogliamo essere? Ecco la domanda solenne che sottende alla causa antropologica. E questa domanda è ben lungi dall’aver innescato il lavoro di ricerca e le iniziative necessarie. Il fatto, ad esempio, che la produzione di beni e di servizi non possa più, pena il disastro, essere gestita senza la preoccupazione di ordine superiore della produzione delle persone, questa esigenza lampante ci costringe a pensare l’antropologia. Come per l’ecologico, l’antropologico deve essere un vero sapere da cui discende una giusta azione. Ma in questa materia siamo tanto distanti dal sapere ricercato che persiste da quando è stato inventato su quel concetto mistificatore che è «l’uomo».

Usiamo un unico termine per indicare realtà tanto diverse: la specie biologica Homo sapiens, il genere umano storicamente evoluto, la collettività socialmente intesa, l’individuo come persona, e ancor più l’essere di sesso femminile così come maschile – tutto questo, preso alla rinfusa, per indicare «l’uomo»? Esiste un altro campo del sapere che possa dichiararsi soddisfatto di un tale primitivismo concettuale? Tuttavia questa confusione verbale è sorretta dal suo utilizzo praticamente universale, a partire da autori sempre citati come Nietzsche e Heidegger.

L’unico grande pensatore, ad aver messo radicalmente in discussione questa pessima astrazione che è «l’uomo», è stato – è forse un caso? – Marx. La causa antropologica, altrettanto urgente di quella ecologica, è, a tutt’oggi, poco presa in considerazione, poco pensata, neppure nominata. La situazione è drammatica. Un compito cruciale si impone a chi lo intraprende: arrischiarsi a proporre quanto meno una traccia dei temi principali capaci di organizzare un pensiero sull’umanità in pericolo.

Quanto segue è il risultato di un tentativo di questa natura, che ha preso forma tre anni fa, al termine di un poderoso volume. L’allarmante deriva di civiltà che salta subito agli occhi è la mercificazione generalizzata dell’umano. Il capitalismo ha instaurato il regno universale delle merci, forma altamente favorevole alla vendita di lavoro non remunerato su cui si basa il profitto privato. Trasformando in merce la stessa forza lavoro, reifica le persone personificando le cose: si ritiene che Sua Maestà il Capitale «dia lavoro» alla «manodopera» quando in realtà è il salariato che è costretto a offrire del lavoro gratuito al capitalista…

Ma il fatto nuovo, e sempre più devastante, è che non c’è più nulla di umano che possa sfuggire al diktat della finanza: tutto deve produrre spietatamente un profitto a due cifre, dai pezzi di ricambio al letto d’ospedale, dalle vendite on line al sostegno scolastico, dall’innovazione farmaceutica alle trasferte dei divi dello sport… Ciò che si chiama un management d’impresa spinto fino alla ferocia: viviamo un inquinamento del lavoro non meno grave di quello dell’acqua. Il che significa anche finanziarizzazione generalizzata dei servizi tesi a formare e sviluppare le persone – salute, sport, insegnamento, ricerca, creazione, tempo libero, informazione, comunicazione… Lo sviluppo di questi servizi dice chiaramente che si sta procedendo verso un mondo in cui la ricchezza decisiva sarà l’essere umano e il capitalismo vi si butta per far prevalere le sue logiche. Di colpo le finalità proprie di queste attività tendono a essere scalzate dalla legge del denaro.

Così la pubblicità fa di quel fantastico vettore di cultura e di solidarietà che potrebbe essere la televisione un semplice mezzo per la vendita agli inserzionisti di «tempo mentale disponibile». La formazione delle persone subordinata al tasso di profitto: possiamo sopportare questo crimine? Questa frenesia mercantile implica un’altra tendenza di per se stessa mortifera: la tendenza alla svalutazione di tutti i valori.

Kant l’ha stabilito in ambito morale: riconoscere dignità all’essere umano significa stabilire che «non ha prezzo»; rapportare tutto a una stima in denaro legittima l’indegnità generale. Questo vale in ambito cognitivo, estetico, giuridico così come morale: senza un valore che valga «in sé e senza restrizioni» non c’è più umanità civilizzata. Oramai viviamo questo dramma quotidiano: la preoccupazione del vero, del giusto, del degno, viene costantemente schernita. La dittatura del profitto congiura per uccidere l’inestimabile, il disinteressato, il gratuito.

Siamo sulla tragica soglia di un mondo in cui l’essere umano non vale più nulla (2). Lo indica la proliferazione dei «senza» – senza documenti, senza lavoro, senza dimora, senza futuro… – , di quel che Aimé Césaire chiamava la «produzione di uomini da buttare». Accanto a cui ingrassano quelli che «valgono oro» – salari inauditi, buonuscite da capogiro, caviale per cani… –, portando a una totale abolizione di ogni scala di valore. In tal modo l’unico «valore» che osa valutare tutti gli altri, diventando autoreferenziale, si ritrova a sua volta senza valore.

La finanza non smette di gonfiarsi con degli zero virtuali prima di dissolvere miliardi nello scoppio delle bolle – mentre ai produttori del reale resta la dura realtà. Questa liquidazione dei valori è forse meno grave della liquefazione dei ghiacci polari? È la nostra stessa umanità a essere in gioco: ne vogliamo cogliere la spaventosa portata? Al di sotto di questa involuzione se ne legge una terza di peggior gravità: la perdita incontrollabile di senso. Si tratta di un nuovo tipo di involuzione perché prima il capitalismo ha avuto un senso; pur sfruttando ha fatto evolvere l’umanità. Ma con l’irruzione ai suoi vertici della finanza, forma disumanizzata all’estremo della ricchezza, facciamo l’ingresso nell’era del nonsenso universale – l’accumulazione di capitale è sempre più senza fine, nel doppio significato del termine.

Quel che stiamo vivendo è il fallimento storico di una classe che arraffa ormai senza più alcun obiettivo finale di civiltà, pretendendo di condannarci a questa «fine della storia». La morte del senso è ovunque propagata dal breve termine selvaggio del ritorno sull’investimento, in cui non c’è respiro per alcun progetto umano. Ecco perché la globalizzazione della finanza è l’avvento convulso di un «non mondo», dove l’assurdo invade ogni cosa insieme al suo compare, il fanatismo religioso.

Questa miopia strutturale si aggrava mentre le gigantesche potenze, a cui fa riferimento il genere umano, impongono la loro lettura del futuro, pena la morte. Sottraendosi al controllo collettivo, nella fantastica carenza di vera democrazia in cui ci sprofonda l’assoluto privato, le nostre creazioni materiali e spirituali si trasformano in forze cieche che ci soggiogano e ci schiacciano – alienazione senza confini di fronte a cui anche un G8 appare ridicolo.

Ne discende il senso diffuso di un’umanità senza guida, diretta inesorabilmente a schiantarsi contro un muro – muro ecologico e al contempo antropologico. Ora, se il genere umano incomincia a degenerare, non si può più nemmeno essere certi dalla sorte dell’Homo sapiens. Stiamo accelerando sulla china del peggio – sentite davvero qualcuno gridarlo forte? Mercificazione dell’umano, svalutazione dei valori, perdita di senso – osiamo questo termine: è in corso una decivilizzazione senza argini. Il che non migliora la percezione dei due ultimi secoli, con i loro orrori sociali e i genocidi. Ma, con la vittoria assoluta della «libera impresa», alla fine del secolo scorso ci era stato annunciato il regno di una tranquilla democrazia. Stiamo al contrario muovendoci verso l’espansione delle dittature della violenza, la peggiore delle quali è la violenza soft. Ovunque guerre sanguinarie – pulizie etniche, saccheggio armato dei paesi poveri, ingegnosità mortifera del terrorismo, ufficializzazione della tortura, fatti di cronaca così crudeli da togliere il respiro, tutto quello che un filosofo definisce «barbarie del non mondo globalizzato» (3). Violenze ancor più «pulite» – concorrenza all’ultimo sangue di società commerciali, dilagare di licenziamenti anche se i titoli in borsa salgono di valore, spionaggio sofisticato di imprese e stati – comprese quelle simboliche –, coscienze quotidianamente violentate, stillicidi di ogni sorta di fobie nei confronti dell’altro, perdita di cultura civica a causa del cinismo dominante…

Che la coscienza di classe abbia potuto essere ridotta a questo punto, tanto che troppe donne e uomini non hanno più idea di come sia strutturato il nostro mondo e quale sia il loro posto, rappresenta una regressione mentale dall’effetto catastrofico. Non dimentichiamo mai che il nazismo ha messo radici sostituendo al pensiero marxiano delle classi il «ein Volk, ein Reich, ein Führer» (4) – l’ideologia dell’«uomo» senza classi… A questi quattro tratti salienti se ne aggiunge un quinto che eleva il pericolo al quadrato: la proscrizione sistemica delle alternative.

Si tratta di una proscrizione deliberata: la classe sfruttatrice ha sentito ieri il vento rivoluzionario e oggi fa di tutto per scongiurare il ritorno del pericolo – osservate come i media trattano la «sinistra della sinistra». E soprattutto proscrizione spontanea grazie alle logiche del sistema. Secondo Marx, mentre le masse proletarie crescono con il progredire del capitale, quest’ultimo genera i propri becchini. Quest’ottimismo storico è oggi molto azzardato: la rivoluzione dalla produzione atomizza il salariato, la santuarizzazzione delle decisioni finanziarie lo disarma, il peso dell’inesorabile lo demoralizza: un’immensa aspirazione a cambiare ogni cosa rischia di sfociare nel nulla. E questa impotenza viene ribadita in ogni luogo – è così che le menzogne della politica istituzionale alimentano in particolare l’astensionismo. La frenesia del profitto tende così a persuaderci della fatalità del peggio.

Il sistema stesso, la cui parola d’ordine è libertà, ha assunto come motto il TINA di Margaret Thatcher: «There is no alternative!» E infatti come possiamo liberarci dell’onnipotenza dei mercati finanziari e delle agenzie di rating se la gigantesca crisi del 2008 non ha cambiato niente di significativo all’interno del sistema? L’attuale clima da ultimi giorni dell’impero romano, ma nell’età del nucleare e di internet, non ci suggerisce forse un’idea di catastrofe finale? La disperazione che riempie di speranza Ci si chiederà: se il pericolo di cui si parla in queste righe è così grave, come si spiega che venga messo tanto meno in rilievo di quello ecologico?

Mi limito qui a una considerazione cruciale. Porre la questione antropologica significa incriminare la strutturale violenza sull'uomo da parte del capitalismo, e si ha modo di pensare che quest’ultimo non voglia contribuire a renderla nota. Il pensiero ecologico si inscrive in una diversa cultura, rivolta verso le cattive abitudini di consumo piuttosto che verso il modo disumano del produrre, l’invasione della tecno-scienza piuttosto che la tirannia del tasso di profitto, le irresponsabilità della società piuttosto che gli interessi di classe. Può fare riferimento a una riforma virtuosa dei consumi più che a una rivoluzione dei rapporti di produzione. Un’ecologia così ridimensionata tende a non essere pericolosa per il Cac 40. Può persino farci buoni affari e operazioni politiche: il «pensiero verde» diventa ecumenico… Mentre in verità il dramma ecologico dipende tanto quanto l’antropologico dal mortifero breve termine del massimo profitto. Le due cause sono indissociabili: non si salverà l’uno senza l’altro, ambiente e genere umano. Un’ecologia che non si interessa seriamente al sistema del profitto non ha futuro. Nel’ambiguità della questione di una «ecologia di sinistra» sta la posta in gioco.

Così descritta, l’attuale situazione del genere umano appare molto negativa. Che si tratti di una visione unilaterale? Non si dovrebbero considerare anche tutti quei presupposti oggettivi e iniziative soggettive che vanno formandosi per un superamento ormai indispensabile del capitalismo? Senza dubbio (5). Molte cose danno l’impressione di una «fatalità del peggio», ma non bisogna cedere. Si può cominciare a invertire la tendenza. Ma il successo esige che si abbia piena coscienza del compito che abbiamo di fronte: farsi carico, nella sua interezza, della causa antropologica e quindi costruirla al pari di quella ecologica.

Dagli indignati d’Europa ai cittadini americani che urlano la loro rabbia contro Wall Street, colpisce la carica etica dell’indignazione che passa oggi all’azione, in perfetta intesa con la dimensione etica delle ragioni di civiltà da difendere. Qualche cosa di profondo rimesta la politica. Diciamo alla maniera di Jaurès: un po’ d’indignazione allontana dalla politica, molta vi riavvicina. O piuttosto deve portare a un nuovo tipo di azione, non nel senso della rivoluzione all’antica attraverso delle trasformazioni dall’alto, il cui fallimento è garantito, ma di impegno a tutti i livelli di appropriazione comune in forme innovative di iniziativa e di organizzazione – è arrivata l’ora dell’invenzione.

A questo prezzo si potrà cominciare a far deragliare la fatalità del peggio. A patto che la più realistica coscienza del possibile si allei con la più ambiziosa visione del necessario: quel che deve cominciare fin da oggi è il salvataggio del genere umano. Il modo migliore di concludere è citare quel che Marx scriveva a Ruge nel maggio 1843: «Non dirà che valuto troppo il presente; e se tuttavia non dispero di esso è soltanto perché la sua situazione disperata mi riempie di speranza».

Note

(1) Cfr. Marie Pezé, Ils ne mouraient pas tous mais tous étaient frappés, Pearson, Parigi, 2008 ;Yves Clot, Le Travail à cœur, La Découverte, Parigi, 2010.

(2) È il cinismo latente del famoso slogan pubblicitario: «Perché io valgo» – una donna vale un prodotto di marketing …

(3) André Tosel, in Civilisations, cultures, con-flits, Kimé, Parigi, 2011.

(4) «Un popolo, un impero, un capo». Cfr. l’analisi del pensiero di Heidegger in «L’homme».

(5) Cfr. il libro di Jean Sève, Un futur présent, l’après-capitalisme, La Dispute, Parigi, 2006. (Traduzione A.C.)

Fonte: http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/ultimo/pagina.php